Ci sono parole che il tempo sembra aver accantonato, relegandole ad un qualche vecchio vocabolario polveroso: nessuno di noi insulterebbe il conducente del Suv che ci taglia la strada con un “sacripante!”; come nessuno di noi definirebbe “baloccarsi” il proprio perdere tempo giochicchiando … anche se giusto ieri ho sentito mio figlio apostrofare il fratellino che lo infastidiva con un curioso “Manigoldo!”.

Ora vi chiedo, quanta polvere c’è per voi sulla parola “salvezza”? Se immaginiamo essa sia un volume nella vostra libreria, da quanto tempo non sfogliate le sue pagine? Vi risparmio la risposta: tanta polvere, tanto tempo. La cultura moderna e le forme della religiosità (compresa quella liberale) che ad essa sono più permeabili sembrano avere gettato nel dimenticatoio questa parola.

Eppure essa ha un fascino incredibile, esprime la tensione di chi della salvezza ha sete, come il sollievo di chi dalla salvezza è stato abbeverato. Ricordo che da ragazzo, ancora molto lontano da una qualsiasi svolta religiosa, quello della salvezza era un tema ricorrente nelle cose che scrivevo. Allora la “salvezza”, che per me cercavo e di cui percepivo un latente bisogno, era quella dalla banalità, dall’omologazione alla massa, dall’apparenza, ma anche, di contro, dalla condizione esistenziale di chi scopre quale sottile velo sia quella esteriorità e si sente, per questo, diverso ed isolato, incapace di convivere con il sistema, ma anche di sfuggirgli del tutto, comprendendo che il piccone dell’intelletto, con cui ha demolito il muro dell’ipocrisia, non può bastare a costruire un senso più autentico. Non ero, allora, credente, eppure la “salvezza” era in qualche modo importante, non tanto come categoria concettuale, ma come un’ansia di senso. Fu forse quell’inquietudine di allora il seme di una ricerca spirituale che, sopito per anni, avrebbe poi spinto per uscire dal terreno, portandomi qui tra questa comunità di cercatori dello spirito. Eppure anche per me quel termine così importante non ha trovato per lungo tempo lo spazio che  avrebbe meritato.

Perché questa difficoltà di molti con la parola “salvezza”? Perché ci hanno insegnato che la salvezza è una ed una cosa sola, magari a volte una cosa, a volte un’altra, una volta la redenzione dal peccato, un’altra una vita eterna in paradiso, un’altra ancora la liberazione degli oppressi, ma mai ci hanno mostrato quale pluralità di volti essa abbia. Ci hanno in qualche modo lasciato intendere che il libro della salvezza ha una pagina sola ed un libro con una pagina sola è facile perda di interesse. Ed è così che esso rimane nello scaffale. E’ così che l’uomo contemporaneo è arrivato a proclamare che la salvezza non esiste.

Io dico, invece, che UNA salvezza non esiste. La parola “salvezza” dice tutto e non dice niente. Dice tutto nella dimensione in cui ci descrive il nostro bisogno di trascendere la nostra condizione, il nostro bisogno di una realizzazione autentica di ciò che siamo, il nostro bisogno di un incontro con una dimensione altra di senso che renda possibile questo movimento. E al contempo non dice nulla, perché non descrive quella condizione, non descrive in che modo essa venga trascesa e verso quale realizzazione, se vogliamo, banalizzando il concetto, non ci dice “da chi o da cosa” dovremmo salvarci.

Ecco perché, dovendo scegliere una delle possibili definizioni della salvezza, preferisco parlare di “riconciliazione”, perché in sé il concetto di riconciliazione permette di cogliere numerose dimensioni della salvezza, in rapporto al soggetto o oggetto (Dio, il prossimo, la natura, noi stessi) con cui la riconciliazione avviene. Ben conscio, però, che altre definizioni altrettanto valide di salvezza possano essere date.

Parlare di riconciliazione significa presupporre una frattura da sanare, un’unità interrotta da ricostituire. Un immagine plastica di questa frattura e della successiva ricomposizione ce la offre la Bibbia, lì dove Adamo rappresenta la condizione limitata e limitante della nostra creaturalità quando essa volge le spalle alla Parola Divina e Gesù si mostra, invece, come esempio della ricomposizione dell’unità tra la creatura e ed il Divino. E’ ancora il libro della Genesi a fornirci importanti immagini di riconciliazione: nella colomba che tiene un ramoscello di ulivo nel becco, che sancisce la fine del diluvio e la riconciliazione tra Dio e gli esseri umani; o nella riconciliazione tra Giacobbe ed Esaù, simbolo del superamento dei conflitti tra gli esseri umani per riscoprire la propria fratellanza, ma anche della riconciliazione tra le dimensioni in conflitto della nostra ragione, cuore e ragione, corpo e spirito.

Il Rev. Roberto Rosso ci ha suggerito nello studio di venerdì sera una prospettiva che lega la salvezza al concetto di “salute”, con cui condivide la radice semantica. “Salute” che significa “preservare l’integrità” di ciò che ci è stato donato e ci ha illustrato Roberto come il solo modo per preservare i doni dello spirito è di metterli in gioco, di esercitarli nella costruzione di senso e di bene nel mondo. E “salute” che significa al contempo “prendersi cura” dell’altro, creare le condizioni affinché anche nell’altro quel dono possa dare frutto e permettere al potenziale spirituale di ciascuno esprimersi. Il concetto di riconciliazione non è estraneo a tutto questo. Per non reinventare la ruota all’ora tarda in cui mi riduco a scrivere, mi perdonerete il ricorso, qui e là, ad “autocitazioni” per descrivervi l’idea di riconciliazione.

Come dicevamo, il concetto di riconciliazione non è estraneo a quello del “dono spirituale” e del suo esercizio. Una prima dimensione della riconciliazione è, infatti, quella con il Sacro, che è “ricostituzione o presa di coscienza della nostra condizione di creature”, ma, “in un contesto universalista unitariano”, non solo nel senso dell’umiltà di fronte al mistero, bensì anche come “recupero del nostro valore e della nostra dignità”, che ci introducono alla consapevolezza dei nostri doni spirituali. In secondo luogo la riconciliazione è presa di coscienza dei legami indissolubili che ci legano gli uni con gli altri, della comune condizione umana di fronte al mistero della vita, dell’irriducibile e distinto valore di ogni singola creatura. Ecco allora che l’impegno spirituale non può che muoversi verso “il superamento della distruttività dei conflitti senza annullare la fecondità delle differenze”, verso una ricomposizione del rapporto tra unità e molteplicità, dove “da un lato la molteplicità non significhi separazione e dall’altro l’unità non significhi unificazione”. “La riconciliazione presuppone, infatti, due elementi, l’individualità e l’alterità, che interagiscono per pervenire ad un’armonia che li accolga entrambi”.

Questo processo non può che coinvolgere l’interezza della persona umana. Ecco allora che la riconciliazione è necessariamente “un processo che deve operare su diversi piani della realtà, per ricomporre le molteplici fratture che ci separano dall’unità della vita. Si cercherà, così, la riconciliazione con il mistero dell’ignoto, che l’esperienza del Sacro tramuta da fonte di angoscia in sorgente di speranza. Si cercherà la riconciliazione con la natura, non più mondo di “cose” da possedere e usare, ma mondo di “vite” con cui entrare in armonia riconoscendosi parte dei processi complessi dell’ambiente. Si cercherà la riconciliazione con il fratello, che da nemico di lotte l’uno contro l’altro si farà compagno delle lotte insieme, la cui differenza cesserà di essere origine di paure e timori, per farsi stimolo per la crescita e l’apprendimento. Si cercherà la riconciliazione con la nostra identità profonda ed autentica, riscoprendo che il corpo non è cosa, ma vita, che non siamo ruoli sociali, ma persone, che la nostra mente non è mero raziocinio, ma spirito e coscienza. Si cercherà la riconciliazione con la sorte, che da fonte di alterne fortune, avversità e condizionamenti, dovrà farsi, nell’accettazione di ciò che la nostra intenzione non può cambiare e nel coraggio di cambiare nella direzione dell’amore ciò che può essere cambiato, un’occasione di apprendimento e di crescita spirituale. Si cercherà la riconciliazione con la morte, che da momento di estinzione si farà passaggio di anime ed esperienze, che potrà intendersi come passaggio della nostra anima ad altre esperienze o come passaggio delle nostre esperienze ad altre anime, a seconda dei modi di intendere il nostro legame con l’eternità”.

Ma cosa ne è delle ferite del nostro cuore, delle fratture che abbiamo accumulato nella nostra esperienza di vita? Riconciliazione significa anche sanare queste ferite o alcune di essere restano lì insanabili? E davvero, come ci suggerisce la pastora UU Marylin Sewell, attraverso esse ci predispongono ad una maggiore profondità e sensibilità? Nell’immagine della croce portata da Gesù con la massima dignità umana c’è in fondo questa immagine di una sofferenza che non possiamo far finta che non esista, che non possiamo illuderci di evitare per il solo impegno della volontà. Non tutte le nostre ferite possono essere sanate, né possiamo credere di attraversare il mondo senza ferita alcuna. E, francamente, non sempre queste ferite ci rendono persone migliori e più profonde. Al contrario, spesso esse ci abbrutiscono e ci isolano. La prospettiva della riconciliazione ci offre, però, una speranza. Essa non ci dice che non ci feriremo; e non ci dice che le nostre ferite spariranno. Il suo è un agire più profondo, che ricompone l’unità della persona con le molteplici dimensioni dello Spirito. E, rimuovendo in noi le nubi e le ombre che coprono la luce dello Spirito, permette a questa luce di penetrare tra le fessure e le lesioni del nostro cuore infranto, per tenerlo, nonostante tutto, miracolosamente insieme. Coscienti delle nostre croci, ci muoviamo però verso una resurrezione di una vita più grande dentro di noi. Coscienti delle ferite del nostro cuore, ma riconciliati nello Spirito, davvero “camminiamo nel mondo con più sensibilità, con più profondità e con più compassione”.

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