di Alessandro Falasca
Una speranza per tutti, una salvezza con tutti: in questo motto può sintetizzarsi l’essenza dell’Universalismo come corrente religiosa.
“Speranza per tutti” significa che in qualsiasi tempo, in qualunque luogo e quale che sia la nostra cultura, natura individuale o storia di vita, ci è data la possibilità di riscoprire quale incessante movimento creativo e quale straordinaria rete di incontri sia la vita che abbiamo attorno.
“Salvezza” significa raccogliere queste straordinarie opportunità in un impegno di perfezionamento morale, sociale e spirituale, che ci conduca alla completezza della nostra persona e alla riconciliazione tra le creature tutte.
“Salvezza con tutti” significa che questo cammino di perfezionamento coinvolge la persona singola come l’umanità nel suo complesso, in una costante interazione, perché non vi è realizzazione autentica dell’umanità se non include in sé ogni essere umano e non ne riconosce il valore.
Ciò che probabilmente è più noto dell’Universalismo è la sua inclusività:
sul piano religioso, di apertura ecumenica ed inclusione di diversi percorsi religiosi; perché se “la speranza è per tutti”, essa si presenta in ogni cultura ed in ogni cultura ne possiamo trovare una testimonianza;
sul piano sociale, di impegno contro le discriminazioni civili, sociali ed economiche; perché se “la salvezza è con tutti” allora dobbiamo lavorare nella società per il riconoscimento reale della pari dignità e considerazione di tutte le persone.
Questa “inclusività” è il dono che senz’altro l’Universalismo offre al panorama religioso mondiale come il suo tratto distintivo, che più sta contribuendo alla crescita di una sensibilità religiosa nuova, più aperta, liberale ed ecumenica. Ma questo tratto è frutto di una sensibilità spirituale articolata, i cui capisaldi sono aprirsi ad una instancabile speranza, ricomporre nella complementarietà l’unità dell’essere e tra gli esseri, opporre l’amore che ci cambia alle forze della separazione, incontrare nell’esperienza spirituale il volto di ogni “altro” nel mondo e percepire costantemente la coralità del valore del mondo. Sensibilità che è frutto dell’evoluzione di una lunga e splendida tradizione religiosa, che muove dall’affermazione in ambito cristiano di una salvezza per e con tutti in virtù della natura amorevole di Dio per poi svilupparsi, negli Stati Uniti che ne sono stata la culla, nell’odierna proposta religiosa degli Universalisti Unitariani, aperta a diverse credenze metafisiche e radicata nella progressiva esperienza del mondo.
Questa tradizione è rimasta praticamente sconosciuta in Italia. Una singolare ed isolata eccezione è Aldo Capitini, noto filosofo, politico, antifascista, poeta ed educatore italiano, promotore della Marcia della Pace Perugia – Assisi, che, benché non aderisse ad alcuna denominazione, professò idee riconducibili pienamente all’Universalismo religioso.
Una delle fonti di ispirazione di Capitini fu Giuseppe Mazzini, che Capitini stesso definì come “il più importante ed alto riformatore religioso che l’Italia abbia conosciuto dopo Francesco d’Assisi”.
In questi due autori e importanti personaggi della vita sociale e delle vicende storiche e politiche dell’Italia delle loro rispettive epoche (il Risorgimento per Mazzini, l’epoca fascista e post-fascista per Capitini), ritroviamo alcuni tratti essenziali dell’Universalismo, che si andava sviluppando con idee proprie nel mondo anglosassone: una visione della salvezza inclusiva, contro qualsiasi elitarismo, che costituisce il punto di partenza dell’Universalismo tutto; un messaggio libertario coniugato assieme alla consapevolezza della solidarietà del destino di tutti gli esseri umani, che trovava espressione esemplare nell’Universalismo sociale di Clarence Skinner; la fede nella perfettibilità dell’essere umano, che, con tratti diversi, era stata affermata dagli universalisti restorazionisti come Elhanan Winchester (che proiettavano tale perfettibilità nel proseguio della nostra vita nell’aldilà), dagli ultra-universalisti come Hosea Ballou (che si concentravano sulla prerfettibilità morale in questa vita) fino all’universalismo evoluzionista di Thomas Baldwin Thayer.
Se di Mazzini sono attestate le frequentazioni unitariane nel suo esilio londinese, non altrettanto lo sono eventuali contatti con le denominazioni universaliste. Tuttavia, il pensiero religioso di Mazzini appare permeato di importanti elementi universalisti, che potrebbero essere giunti lui attraverso la frequentazione degli unitariani, già allora fortemente influenzati da alcune posizioni universaliste. La sua visione religiosa si basa sull’idea che una tensione continua al progresso dell’animo umano sia la legge fondamentale che guida il mondo, rappresentando l’influsso della presenza divina che spinge le creature a tornare alla loro origine. Questa continua perfettibilità dell’animo umano è universale impulso religioso, che travalica le tradizioni. Ed è uno slancio salvifico che non si riserva a pochi eletti, ma coinvolge l’umanità intera. Infatti, nonostante gli influssi massonici sul suo pensiero, a differenza della proposta massonica, “tutte le enunciazioni mazziniane non riconoscono esplicitamente né un popolo eletto né degli iniziati” (Giorgietti).
Il progresso dell’animo umano “ha un duplice piano di svolgimento, da una parte l’umanità che lavora per la propria associazione e collaborazione nel mondo, e dall’altra il singolo che lavora per il progresso dell’umanità. In tal modo l’evoluzione avrebbe due livelli di sviluppo, microcosmico e macrocosmico, agenti in simbiosi e rispecchiantesi l’uno nell’altro per elaborare la sintesi di libertà ed associazione e la loro armonizzazione in un unico disegno provvidenziale. L’umanità progredisce raccogliendo, intuendo ed interpretando lo spirito divino disceso su di lei, cercando di realizzare l’associazione totale dei suoi appartenenti in un’unica aggregazione guidata da una sola fede, da una sola legge ed un solo scopo: lo sviluppo di un grado di esistenza superiore” (Giorgietti).
Sul piano individuale, Mazzini, non dissimilmente da molti “universalismi” precedenti (da Origene a Winchester), individua la possibilità di un perfezionamento che prosegua oltre i limiti della singola esistenza terrena. “Naturalmente la vita umana non finisce con la morte, ma essendo sottoposta alle leggi del progresso universale, è interessata da un’evoluzione postuma, lo stato terrestre non essendo altro che un gradino rispetto ad una serie successiva ed indefinita di stati di esistenza.” (Giorgietti) Attraverso il recupero della memoria latente delle esistenze precedenti, la trasformazione del singolo contribuisce alla trasformazione dell’Umanità tutta. Dice Mazzini: “…il progresso presentito e svolto dall’Umanità collettiva di generazione in generazione è svolto dall’Umanità individuale di trasformazione in trasformazione, d’esistenza in esistenza; che lo svolgersi d’un progresso implica la coscienza di quel progresso; che coscienza di un progresso compiuto e memoria sono parole identiche; che noi quindi serbiamo attraverso queste trasformazioni coscienza e memoria della nostra identità, e solamente riconquistiamo lentamente l’una e l’altra, come appunto l’Umanità collettiva conquista l’intelletto del suo passato a misura che essa più inoltra verso il futuro.”
La preoccupazione maggiore di Mazzini si rivolge soprattutto a quest’ultimo aspetto, alla dimensione sociale e collettiva della salvezza universale. Compiendo l’analogo passaggio che si stava attuando nell’Universalismo denominazionale, Mazzini “socializza” il percorso della salvezza. Se sono attestate le frequentazioni protestanti (ed unitariane in particolare) di Mazzini, egli restò sempre estraneo e finanche avverso al protestantesimo proprio perché riteneva l’approccio protestante troppo individualista e critico, lontano da quella “costruzione collettiva” della salvezza che egli riteneva necessaria. Nel protestantesimo egli vedeva una voce critica, utile nello spingere ad una riforma dello spirito, ma incapace di orientare il cambiamento verso una dimensione associativa e collettiva. Mazzini vede, infatti, nell’associazione tra gli individui e poi tra le nazioni lo strumento con cui pacificare e riconciliare gli esseri umani tutti, non solo tra di loro, ma anche con Dio, realizzando di fatto la tensione al divino presente nell’Umanità tutta. Solo attraverso l’associazione l’essere umano può fare dell’interesse morale piuttosto che dell’interesse egoistico il motore delle relazioni sociali. Solo attraverso di essa può realizzarsi un’unità tra gli individui che non ne soffochi l’identità, un’unità tra le nazioni che non ne reprima lo spirito nazionale, un’attivazione delle capacità creative e della libertà umana i cui frutti però non vengano a beneficio dei pochi, ma di tutti. Mazzini fece di questa visione una testimonianza profetica ed un programma politico. Se il programma politico è qualcosa che non ci riguarda in questa sede, senz’altro la sua visione profetica sembra voler realizzare quell’unità “che unisce senza unificare”, che è essenziale ispirazione dell’Universalismo Unitariano.
Simile slancio profetico ebbe il pensiero di Aldo Capitini, che articolò le sue idee religiose non tanto in un programma politico (benché egli fosse politicamente molto attivo), ma piuttosto in una proposta spirituale e finanche religiosa, con i suoi Centri di Orientamento Religioso (che molto somigliano ad i nostri piccoli gruppi UU attuali). Le affinità del pensiero di Capitini con quello universalista e unitariano sono ancor più evidenti. Capitini, piuttosto che di fede come assenso a determinate visioni metafisiche, preferisce parlare di “persuasione”, ossia di una profonda credenza in determinati valori, e tramite essa, di una capacità di persuadere gli altri della bontà del proprio ideale. Capitini si riferisce a Dio, ma non come un Ente a sé stante, ma come veicolo della “compresenza” di tutte le creature in una unità inclusiva. Egli si dichiara post-cristiano, continuando a vedere comunque nelle figure religiose (cristiane come Gesù, Francesco di Assisi o Tolstoj o non cristiane come Buddha e Gandhi) una fonte di ispirazione. Egli nega con decisione la divinità di Gesù Cristo, contesta tutti gli aspetti leggendari e non dimostrabili dei Vangeli, ma apprezza le beatitudini e il modello spirituale di un agire verso gli ultimi. Gesù ha insegnato dove può giungere una coscienza religiosa: l’imitazione di Cristo secondo Capitini non è altro che realizzazione della propria realtà umana. Ma si potrebbe ugualmente parlare di una imitazione del Buddha, di Francesco d’Assisi, di Gandhi, di Tolstoj e molti altri.
Nei tratti razionalisti ed ecumenici di questo pensiero troviamo affinità con l’unitarianesimo e l’universalismo. Ma Capitini fu universalista nel senso proprio ed originario del termine. Nel suo libro “Religione aperta”, egli spiega che “il principio fondamentale della religione aperta è che ci salviamo tutti. Noi non possiamo vivere con il privilegio che ci salveremo noi se crederemo ai dogmi e se seguiremo i sacramenti, mentre gli altri andranno all’inferno.” Capitini ritiene, infatti, che l’ispirazione religiosa funga da motore per l’espansione della realtà attuale in primo luogo verso una realtà inclusiva di tutti, in secondo luogo verso una realtà liberata per tutti. “Realtà attuale, realtà di tutti, realtà liberata, ciascuna molto superiore alla precedente”. Capitini chiama “compresenza” lo stadio di una realtà inclusiva di tutti, indicando con ciò il legame indissolubile tra tutti gli esseri, dei morti e dei viventi, che li unisce su un piano trascendente e li rende compartecipi nella creazione di valori. “Chi è aperto religiosamente è custode di presenze”: questa realtà della “compresenza” rappresenta l’esperienza religiosa che ci apre alla costruzione comune di una realtà liberata per tutti, di cui Dio si fa tramite senza, però, imporsi come Entità soverchiante. Egli è piuttosto slancio a superare i limiti della realtà attuale, “dove pare che la morte chiuda l’essere, e dove il peccato chiude la persona”. Dio non si ritrova nel “dire Tu con la maiuscola” a quell’Ente, ma nel “dire tu con la minuscola ad ogni essere”.
Il valore di ogni persona è custodito nella compresenza e coopera alla progressiva costruzione e continuo trascendimento dei valori del mondo. La “compresenza” è, però, anche veicolo di una “realtà liberata, nella quale la realtà di tutti diventi una nuova natura, un nuovo sentire e un nuovo essere corporei, che sia di tutti, corale anch’esso”. Come in Mazzini, emerge qui una dimensione della religione “profetica” nel suo spingere la realtà ad un mutamento e “corale” nel suo vedere nella salvezza una realizzazione che non attiene solo alla singola anima, ma alla solidarietà delle anime tutte.
In un bellissimo passaggio che sintetizza il suo pensiero, Capitini afferma: “la religione aperta è nel riconoscere e vivere che la persona è intimamente unita a tutti, e che questa realtà di tutti della compresenza è aperta alla realtà liberata. Bisogna che avvenga questa fine della persona-statua e questo inizio della persona-musica. Gli altri non li cerco fuori del mio io, perché essi sono compresenti al mio io: più aprirò il mio io, e più troverò tutti, l’Uno-Tutti”.
Fine della “persona statua”, ossia della persona isolata e chiusa nel suo istante presente, ed inizio della “persona musica”, ossia della persona che si sente parte di una sinfonia corale e di un costante movimento. L’esito è chiaramente universalista: “nessuno è disperso e abbandonato, perché l’Uno li comprende tutti e a tutti arriva”. Ed universaliste sono le conseguenze etiche che Capitini trae da questa visione: “se so che Dio salva tutti (cioè si dà pienamente come amore nella compresenza), sarò lietamente preso dal far come Lui e amare reverentemente tutti. Non ci sarà più la distinzione tra eletti e dannati, ma, internamente a me, tra aprirmi a Dio-tutti-liberazione, e il chiudermi”.
Questo inquadrare il percorso dell’esperienza spirituale individuale in una tensione ad una salvezza condivisa rappresenta la lezione che l’Universalismo, ancor più nella sua espressione profetica nel pensiero di questi due grandi italiani, può consegnare oggi alla nostra religiosità, che spesso tende a rinchiudersi in un narcisismo spirituale, riducendo l’incontro con il Divino ad un rapporto tra l’individuo ed un’Entità assoluta, senza comprendere che il Divino, in quanto anima del mondo, ci proietta necessariamente verso la totalità delle altre vite.

Riferimenti
“La vita è già un miracolo – Guida autocritica all’Universalismo Unitariano” di Alessandro Falasca, Edizioni Unitariane Milano, http://www.lulu.com
“Giuseppe Mazzini. La sua religione” di Renzo Giorgietti, http://www.instoria.it/home/mazzini_religione.htm
“Religione aperta” di Aldo Capitini, Ed. Laterza

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