Cari amici,
Che Gesù si riferisca ad un passo della Torah che dice “voi siete figli per il Signore” è elemento su cui già ho riflettuto negli anni scorsi e su cui non vorrei tornare, rimandando gli interessati alle tracce di quanto detto. Ciò su cui vorrei riflettere oggi è come inquadrare questo testo nella celebrazione di Chanukkah in cui è stato insegnato.

Se è vero quanto abbiamo detto, che il significato dell’intero passo è testimoniare il senso del legame profondo col Divino, di cui il nostro animo non è che una scintilla,se è vero che il senso di Chanukkah è schierarsi contro un principio effimero che riduca l’intera vita a buio inestricabile o a estetismo indifferente, allora capite quanto sia stata distante la prospettiva del Maestro da quella dei contemporanei. Gli uni cercavano un segno tangibile che lui fosse il Messia atteso, capace di liberarli dalla dominazione romana, concedendo loro una rivalsa materiale. Il sentimento di rivincita contro la dominazione straniera (romana in questo caso) era forte soprattutto in questa festa, in cui si celebrava il miracolo dell’insperata vittoria contro la Grecia.

Il Maestro avrebbe voluto riportare il discorso, oggi come allora, al piano spirituale, mostrando che il miracolo non è tanto una inutile questione di soldatini, quanto piuttosto la riscoperta di una luce diversa, di un potere spirituale della luce che sembrava sopito, della divinità di quella scintilla che si riscopre non appena si vince la Grecia interiore, un atteggiamento piatto di indifferenza. Ma si rende subito conto che è tempo perso, le loro orecchie eran troppo chiuse per ascoltare la sua voce

Accecati dalla vendetta materiale e dalla cupidigia per l’amministrazione delle ricchezze, erano totalmente disinteressati a qualunque discorso spirituale, tanto più ad uno che ricordava loro come non ci fosse nulla da attendere, nessuna vendetta alle porte, ciò che doveva avvenire era già avvenuto… il resto era puro esercizio di volontà e ricerca, tutte parole che mezzi uomini miopi e pigri non volevano sentire allora, come non lo vogliono oggi, preferendo rifugiarsi nel dogma

Noi siamo figli di Dio, oggi, ora, adesso. In forza di ciò non dobbiamo attendere nessun intervento ex machina utile alla nostra crescita spirituale. Il Regno, il contatto col Principale, sono a un passo, oggi ora adesso. La stessa scintilla divina in forza della quale siamo già tutti salvati è quella che ci chiama oggi a un percorso di consapevolezza, ad una crescita a spirale che ci porti nello stesso punto in cui siamo ora ma a un diverso livello di consapevolezza.

Ma allora? Manca un passaggio che possa rendere conto dell’aspetto dinamico di tutta la faccenda. Se davvero in fondo siamo già tutti salvati, se Dio è perfetto ed ha creato una cosa finita e perfetta… noi qui che ci stiamo a fare? Senza l’inferno, in un mondo perfetto, quale può essere il nostro scopo? A prima vista nessuno, sarebbe molto meglio non buttare via tutto sto tempo e farsi una pizza. E venne l’8 maggio 2011, quando la splendida congregazione UU di Bowling Green in Kentucky invitò il professore di storia ebraica moderna all’università della Pennsylvania, David Ruderman, per un ciclo di conferenze.

Detto per inciso questo delle congregazioni UU che invitano esperti per corsi di aggiornamento sui presupposti della propria fede è un ottimo modello, che anche noi abbiamo messo in piedi nel nostro piccolo con le collaborazioni e gli incontri che annualmente facciamo con ricercatori e che dobbiamo impegnarci a proseguire. La formazione continua è un tasto su cui insistere, non è possibile crescere spiritualmente senza aggiornare periodicamente le proprie conoscenze. In questo gli amici UU del Kentucky sono un esempio. Poi… avrei potuto perdermi la conferenza di un prof. universtario di storia? ebraica? che parla in un contesto uu? E’ decisamente pane per i miei denti e me ne sono recuperato gli atti.

Nell’adattare la conferenza al contesto UU il professore sottolinea 2 aspetti interessanti dal nostro punto di vista: da un lato una riflessione sul modo in cui le piccole congregazioni giudaiche abbiano saputo mantenere vivo il senso di comunità in un contesto disinteressato quando non addirittura avvverso, esperienza che per molti versi presenta delle interessanti analogie con quella unitariana ad ogni latitudine; dall’altro come l’esigenza liberale di un approccio dinamico, multiprospettico e teleologico possa conciliarsi con lo statico impianto razionale della vulgata ebraica. E’ questo secondo aspetto ad essere più interessante anche per noi oggi. Vediamolo brevemente.

Il Professore parte da una tradizione che si rifà a Rashi, autore di uno dei più importanti commentari alla Torah, il quale sottolinea che il sesto giorno della creazione, il giorno della creazione dell’uomo non viene trattato sintatticamente e grammaticalmente come gli altri, risulta non finito, non completo. Rashi afferma con forza che ci sono degli aspetti che rendono la creazione incompleta, che la creazione si sarebbe completata solo quando l’uomo avesse accettato la Torah come legge. Questo differimento del compimento della creazione permette di riflettere su alcune cose importanti: anzitutto conferisce all’uomo sia la responsabilità di accettare il dono, sia quello di praticarlo scientemente. Secondo il Professore, questo differimento, questo spazio tra il momento del dono e quello della sua accettazione, fonda quel principio prospettico, dinamico e teleologico necessario al credente di oggi. L’uomo ha la responsabilità di accettare, autonomamente e consapevolmente, il dono divino, e solo dopo questa piena accettazione la creazione può dirsi completa(ta).

I commentatori tuttavia nella storia hanno fatto ulteriori passi avanti. L’intuizione di Rashi dovette essere precisata, secondo questo direttive:
– essa non può riguardare un singolo evento nella storia, una consegna fatta sul monte Oreb/Sinai una volta per sempre, ma deve essere un evento che si ripete
– essa non può essere una accettazione demandata ad una sola persona, come al solito rifiutiamo il principio di delega per rispettare quello di autonomia delle scelte, per cui solo noi in prima persona possiamo scegliere se e come portare a compimento la creazione
– essa non può essere una adesione a un singolo libro in quanto tale, con virgole e punti, ma a una serie di principi, una adesione allo sviluppo e alla realizzazione di una specifica antropologia spirituale

Qui si inserisce una prospettiva tipicamente unitariana, in cui l’uomo è chiamato costantemente a manifestare il proprio sì alla vita, la propria comprensione e accettazione della creazione, inverandola e completandola ogni volta, scegliendo di essere somiglianza e non solo immagine.

In quest’ottica dobbiamo rileggere le parole del Maestro, non sono venuto ad abolire, ma a portare a compimento. Si tratta di un compimento che ha origini antiche, una accettazione, non una yod cadrà dalla legge fin quando i cieli e la terra non passeranno, e una presa in carico di responsabilità un completare la creazione

Ma tutto l’insegnamento del Maestro è in fondo centrato su questo punto. Si basa sull’opportunità dello sfruttare una potenzialità inespressa, dell’esprimere una idea di uomo compiuta e completa e non un ominicchio che attenda la pappa pronta. Nella decisione volontaria autonoma e responsabile di sfruttare la propria potenzialità c’è quello spazio di completamento della creazione di cui parlava Rashi.

Pensate al talento che non va sotterrato, che non va semplicemente conservato ma va fatto fruttare.Pensate alla parabola della luce da non tenere sotto il moggio. La creazione per essere completa ha bisogno di un nostro atto di volontà. Un nostro dire sì alla luce. Da questo punto di vista il fine della creazione potrebbe non essere creare una cosa perfetta… sai che novità… per Dio tutto è perfetto, ma mettere in condizione una propria creatura di comprendere il senso ultimo della creazione condividerlo e completarlo. Non guidare una macchina perfetta e dirsi da solo “anvedi quanto so bravo” ma mettere un allievo nella condizione di guidare altrettanto bene, riuscire a trasmettergli l’amore, la passione, il senso di responsabilità.

Questo significa accettare la creazione, completarla. Questo il senso del patto sull’Oreb/Sinai e di quello rinnovato l’ultima cena, l’impegno a seguire lezioni di guida e a migliorarci nei parcheggi…

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