Quanti erano i Re Magi? 3 Ce lo ricorda persino la pubblicità dei torroncini. E’ vero? Non lo so, il Vangelo non ne dice molto, non li conta. Probabilmente erano 3 perchè 3 era il numero dei continenti allora conosciuti, ma adesso i continenti sono 5 e non tutti gli studiosi sono d’accordo nel limitare il conto a 5. Che facciamo? aggiorniamo il conto dei Magi? Fate voi… La cosa importante è che il messaggio  di Gesù sia per tutti, senza eccezione.
Cosa vuol dire incontrare Gesù? Cosa significa che il suo messaggio è universale? Ci sono stati nella storia due modi di intendere tale universalità. Il primo è piuttosto semplice: nel pezzo che abbiamo letto Bandura lo ha chiamato imitazione ingenua. Esso consiste nel prendere Gesù come modello e seguirlo ciecamente scartando tutto ciò che non è pertinente. Questa prospettiva ha però tre difetti: a) il modello non è completo. Cosa pensava Gesu dei moderni temi di bioetica? Cosa delle coppie di fatto? Altri, più titolati di me, si sono affrettati a mettere in bocca a Gesù delle cose che lui si era accidentalmente dimenticato di dire, ma non è mio costume una tale pratica, quindi, se cercate facili risposte, questo non è il posto. b) l modello, così come è, non é trasferibile culturalmente. Esso è semplicemente un non senso per un nativo americano o per un aborigeno. Andateci voi a spiegare nelle isole melanesi che il logos era presso Dio, che il logos era Dio, spiegate cos’è un coro angelico. E allora che facciamo di quanti non seguano il modello? Soluzione drastica? Qualche pirla in passato ci ha pensato, con l’unico risultato apprezzabile di aggiungere capitoli sempre più cruenti al guinness dell imbecillità e, quel che è peggio, di privare l’umanità di immensi tesori artistici e culturali c) il modello non è aggiornabile. La forbice tra l’immobilismo teologico di qualche mio collega stipendiato e il progresso dell era internet sta assumendo toni preoccupanti, e insistere nel non rendersene conto porta solo ad una banalizzazione e ad un allontanamento dal messaggio stesso.

Fortunatamente Bandura ci indica un’altra strada del poter essere modello. Il Vangelo non è un manuale d’istruzioni, ma una delle possibili dimensioni dell’incontro, cui l’uomo accede non immediatamente, ma attraverso la propria facoltà simbolica. E’  un luogo in cui l’esperienza spirituale incontra quella biografica, il messaggio divino incontra la cultura individuale, la storia personale incontra una tradizione. In questo senso il Vangelo resta certamente un modello, ma in modo tale per cui da esso si possa trarre la ricchezza infinita di mille esperienze differenti, che scoprono di volta in volta in quel bambino un terreno comune. Il testo sacro non è una giaculatoria da recitare mentre si pensa se prima di uscire avete chiuso il gas, nè un proclama da urlare nella guerra contro gli infedeli. Esso è l’invito al dialogo, un dialogo: intimo, in cui io mi confronto con la mia storia; spirituale, in cui cerco di elevare la mia personale esperienza, sociale, in cui mi apro all’altro. Tenuto conto di tutto questo è il singolo che deve decidere quali sollecitazioni accogliere dal modello, quali versi siano più autentici per lui in quel momento, attivando le altre capacità di previsione, regolazione e valutazione

Alla base di tutto questo c’è una diversa idea di antropologia: le differenze di pensiero tra gli uomini non sono uno spiacevole inconveniente da correggere, noi non siamo imperfezioni rispetto a uno stampino che debba replicare all’infinito lo stesso pezzo. Noi siamo pezzi unici, ciascuno dei quali ha un suo valore inestimabile. Noi celebriamo la diversità come testimonianza della ricchezza infinita della creazione, della nostra consapevolezza della bellezza infinita e della grandezza infinita del dono della vita. Il Principale non ha comprato la stessa scatola di cioccolatini da regalare a tutti, come un parente distratto, annoiato dai regali di Natale, che prepari lo stesso pacco e lo stesso biglietto per tutti, fidando che essi non si incontrino, non si conoscano, non si parlino. No, il Principale ha pensato un regalo per ciascuno di noi, ha voluto che ognuno di noi potesse lavorare plasmando liberamente il proprio pezzo unico.

Quando gli apostoli furono inviati per il mondo a portare il messaggio ricevettero il dono delle lingue. Cosa vuol dire? Che Giacomo di Alfeo ricevette un dizionario di svedese? Che Giuda Taddeo sentì un improvviso impulso di parlare barese? Non tanto, o non solo.  Significa che ebbero il compito di rendere accessibile il messaggio, di separare ciò che in esso costituiva un elemento contingente e culturalmente determinato, dai principi universali che ne erano alla base. Questi principi e solo questi avrebbero dovuto essere esportati in nome di Dio in quanto universali. Il compito avrebbe dovuto essere quello di rendere tali principi accessibili a ciascuna cultura, di sfruttarne l’intrinseca fertilità, affinché producessero un fiore nuovo e diverso in ciascuna cultura. La consegna non era quella di imporre in Mali una fotocopia sbiadita della cultura giudaica, ma di rendere l’esperienza fertile del Vangelo disponibile per la cultura malese, facendo si che dall’incontro nascesse qualcosa di unico, genuino, autoctono. Non credo fosse intenzione di Gesù vedere qualche nativo americano cimentarsi con difficoltà in un latino stentato, ma piuttosto di sapere che nel suo messaggio ogni essere umano ai 4 angoli della terra abbia potuto ritrovare quell’invito all’amore, alla carità e alla speranza di cui tutti abbiamo bisogno. Le consegne sono state rispettate? Per due decine di secoli direi di no. Le crociate, i genocidi dei popoli sudamericani, l’inquisizione, le deportazioni, sono tutte ferite nella bellissima tela della creazione che ci è stata consegnata, sono esempi di miopia e di arroganza. Tuttavia, sebbene tanti siano stati gli errori, dobbiamo dire che qualche segnale positivo c’è stato, dobbiamo saperlo cogliere e continuare a partire da esso.

In questo senso vi dico che non so quanti fossero i Re Magi, ma credo fossero tanti quanti gli esseri umani, credo che ciascuno di noi sia re-sponsabile della propria vita e sia avvolto da un alone di magia che non dobbiamo perdere, ma custodire gelosamente. In questo senso penso che uno dei Magi sia stato un melanese delle isole Trobriand e che abbia portato a Gesù in dono ciò che di più caro lui avesse al mondo, una conchiglia soulava. A cosa serve questa  conchiglia? E’ un lascia passare, che avrebbe permesso a Gesù di partecipare al rito melanese Kula, uno scambio di conchiglie dal valore sociale, politico e spirituale. Ricevendo e scambiando conchiglie Gesù sarebbe stato accolto, accettato ed ascoltato dalla comunità melanese. Avrebbe dato un pegno tangibile della propria profonda saggezza ma avrebbe anche ricevuto e accolto il dono degli altri. La dignità sociale di Gesù sarebbe stata misurata da quanto lui sapesse dare, e possiamo presumere sia moltissimo, la sua dignità morale da quanto sapesse ricevere, accettare e accogliere le conchiglie altrui. Questo di Gesù non possiamo dirlo con certezza, ma dalla sua volontà di accogliere gli ultimi, di ascoltare gli emarginati, di stare con qualunque persona gli si avvicinasse, senza fargli un esame preliminare, ci dice che anche la sua dignità morale sarebbe stata alta, che avrebbe ricevuto e gradito molte conchiglie, anche se non sarebbero state belle come quelle da lui donate. Ma noi è meglio però che parliamo per noi stessi, senza far le pulci in casa d’altri. Quanto sappiamo dare? Ma soprattutto, in questo caso, quanto sappiamo ricevere? Se pensiamo che le nostre conchiglie siano le più belle e che quelle degli altri facciano schifo, c’è qualcosa che non va, senza contare che presto esauriremmo le nostre conchiglie e, avendo sempre buttato ciò che gli altri ci offrivano, non avremmo più nulla da donare e diventeremmo aridi e vuoti. Non pensate che la Comunione dei Fiori in questo senso sia un analogo del rito kula? Certo non ha implicazioni politiche e sociali, ma accoglie e rende a noi disponibile questa idea di scambio di doni, dandole una valenza nuova, antica e profonda.

C’è un ultimo aspetto molto toccante che vorrei discutere con voi: di ogni conchiglia nell’atto di essere donata si celebra il suo Keda, ossia la sua storia. Il donatore racconta la storia dei precedenti possessori, aggiungendo in ultimo la propria, nuovo capitolo di una storia secolare, che si arricchisce all’atto del dono di una ennesima esperienza. La conchiglia non è dunque solo l’oggetto in sè, ma è anche una sequenza di storie, unica e irripetibile, come se nel prestito di un libro da una biblioteca ricevessimo anche le storie dei precedenti possessori, le loro gioie, le loro paure, le loro ansie e i loro successi. Il keda è a un tempo ciò che rende un pezzo unico e ciò che lo rende legato alla storia comune di una certa società.

Noi facciamo già molto in questo senso con la Comunione dei Fiori, ma vi lascio con una idea, che, anche se realizzerete solo in parte, penso possa essere proficua. Prendete: 1) un quadernetto ad anelli 2) una penna a 4 colori, di quelle che ancora si vendono e che mi piacevano da bambino. 3) una Bibbia.  La Bibbia, quella Bibbia, quella particolare copia, quel particolare oggetto, sarebbe la vostra conchiglia soulava e il quadernetto sarebbe il vostro Keda Ogni settimana dovreste semplicemente mettere la data e di ciascun passo che periodicamente leggiamo dovreste segnare: in nero l’interpretazione che condividete al momento, in blu esperienze, ricordi, elementi biografici personali che collegate a questo passo, o anche semplicemente vostre considerazioni del momento, vostri propositi; in rosso le interpretazioni che non condividete e infine in verde curiosità aneddoti, opere d’arte, collegamenti inter e intra-culturali che questo passo vi ispira.

Pensate una volta l’anno di incontrarvi con gli altri, e donare fotocopie del vostro lavoro e ricevere fotocopie di quello degli altri. Pensate a che ricco diventerebbe il vostro keda, il vostro quaderno di anno in anno, potendosi avvalere dei doni degli altri. Pensate che bella esperienza sarebbe fermarvi a rileggere quel quaderno dopo qualche anno. Quanti spunti, quante cose, quale ricchezza. Come vi accorgereste di essere cambiati.  Di anno in anno i colori che attribuireste a ciascuna affermazione cambierebbero, fino a che perderebbe di reale importanza di che colore siano e ne acquisterebbe una sempre maggiore il fatto che siano stati vostri, che abbiano contribuito a rendervi quello che siete oggi e contribuiranno al vostro domani. Il vostro keda sarebbe un pezzo unico, irripetibile, ma frutto del lavoro, del dialogo e del confronto con tutti. Quante esperienze, che avremmo nel frattempo  dimenticato, potremmo ricordare. Quanti nuovi spunti ci darebbero le considerazioni altrui. Che ricco e che fertile sarebbe il quaderno, quante volte avremmo cambiato idea, quanto saremmo cresciuti nel quotidiano confronto con il nostro soulava e quanto avremmo ricevuto dagli scambi annuali!. Questa esperienza arricchirebbe il nostro modello, emendandone i difetti costitutivi di cui abbiam detto prima, rendendolo adeguato alla nostra situazione, aperto alle esperienze altui, e sempre costantemente aggiornato alle esperienze della nostra vita

Nell’incontro dei Magi noi vediamo dunque un’occasione di dialogo, una celebrazione della ricchezza, dell’unicità di ciascuno, un’esperienza di crescita comune, favorita dalla fertilità del messaggio del Maestro. Andiamo dunque a preparare il nostro Keda, ansiosi di donare la nostra esperienza agli altri e di arricchire le pagine del nostro quaderno con quelle degli alti. Celebriamo insieme la vita nella sua infinita ricchezza, nella sua pluralità e nella sua fertile diversità, in un percorso di crescita e accoglienza comuni, che insieme chiamiamo Regno.

Amen

Rob

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