In un recente scritto di uno dei nostri critici (a voi l’esercizio di indovinare chi), ci si accusa di avere un’etica, ma non una morale, lì dove etica significherebbe autonoma scelta dell’individuo sulla sua condotta, mentre la morale rappresenterebbe la risposta umana ad una legge eteronoma. Non so quanto sia fondata una tale distinzione: l’etica, in quanto riflessione sul comportamento, non può prescindere da una valutazione degli effetti di un tale comportamento per trarne dei dati universali e normativi per il singolo ed in questo senso non è mai completamente autonoma; una morale che non preveda una risposta libera e consapevole sconfinerebbe nel totalitarismo, per cui, almeno in una concezione liberale, non può prescindere da un certo grado di autonomia.

Ad ogni modo questa critica mi ha ricordato una chiacchierata con il parroco cattolico della mia città sulle differenze etiche tra unitariani e cattolici. E, lì dove io asserivo che il metro del giudizio etico non può essere nel dolore, presente o differito, che causano agli altri, egli sosteneva che accanto a questa dimensione orizzontale dell’etica ve ne è una verticale, data dalla nostra risposta alla legge di Dio.

La domanda che mi pongo è allora: abbiamo noi Universalisti Unitariani una “dimensione verticale”, non solo nell’espressione cristiana delle nostre istanze, ma come schema comune o perlomeno possibile per tutti? E, se sì, quale effetto ha sulla nostra “morale” una tale dimensione? Non so come risponderebbero gli UU americani, ma nella forma ardita che stiamo cercando di dare al nostro movimento in Italia mi azzardo a dire di sì, che una dimensione verticale possa darsi. Certamente non la possiamo dare attraverso la definizione della realtà sottostante all’esperienza spirituale, ma certo possiamo individuarla a partire dai connotati peculiari che diamo come UU ad una tale esperienza.

E il primo tratto di questa verticalità è nel nostro accogliere la vita come un dono. “Generare senza possedere, nutrire senza chiedere nulla in cambio è la virtù del Tao”, ci ricorda il Tao Te Ching. Tradizioni lontane come taoismo e cristianesimo concordano su questo: il dono che la vita offre e che ci apre al processo creativo dell’esistenza, alla volontà genitrice del Divino, si caratterizza per la gratuità, per il porsi come condizione di possibilità nelle libere e, nel bene e nel male, responsabili mani dell’essere umano. I doni non sono, però, solo quelli esteriori dell’universo. Già Fausto Socino sottolineava questo aspetto, individuando l’opera di Dio nei doni spirituali che Egli assegna all’essere umano: l’amore, che permette all’uomo di vivere in pace col prossimo, la coscienza, che l’incoraggia verso il bene e lo accusa quando fa del male, la ragione, che lo aiuta nella conoscenza e a formarsi opinioni su Dio e sul mondo, il libero arbitrio, che gli consente di decidere se seguire il bene o il male, oltre, ovviamente, al dono dell’esempio di Gesù.

Analogamente all’idea del cristianesimo unitariano, per cui questi doni sono il segno della dignità accordata da Dio all’uomo e dell’unità umana con il Divino, possiamo dire più estensivamente che la consapevolezza dei nostri doni spirituali è riconoscimento di una inerente dignità umana e di come nessuno di noi è in realtà separato dal processo creativo della vita.

Ma apertura al dono significa anche senso di gratitudine ed umiltà, che già ha in sé il risvolto etico del rispetto verso la natura o verso l’altro, senza i quali quel dono non sarebbe stato possibile. E significa invito ad un esercizio fattivo, costruttivo e responsabile dei quel dono. E’ scritto nell’Esodo che Dio ha “dato ad ogni artigiano il dono della sapienza”. Ecco, ciascuno di noi, pur nella differenza dei diversi talenti, ha mani di artigiano e la sapienza dello Spirito. Parafrasando i fumetti marvelliani, possiamo dire che “a grandi doni corrispondono grandi responsabilità”.

Dunque, rispetto e responsabilità sono le prime conseguenze etiche della dimensione verticale (in quanto connessa alla nostra “apertura alle forze che creano e sostengono la vita”) del dono. Ma vi è anche un altro risvolto etico di questa “spiritualità del dono”. Poiché essa presuppone l’universalità dei doni dello Spirito, implicitamente ci chiama ad un impegno per la rimozione degli ostacoli che impediscono l’esercizio universale di tali doni. Di qui il lavoro per la tutela di quei “metavalori” (valori che permettono gli altri valori) della libertà, della dignità e della vita, questa intesa non come sacralità dell’elemento biologico, ma come condizione di possibilità stessa della persona, che caratterizzano il nostro movimento.

Ma la dimensione verticale della spiritualità non è solo nella gratitudine che palesa il nostro legame con la Forza della Vita. Essa è anche nella dimensione escatologica, nella idealità che si pone non solo come definizione delle relazioni tra le realtà attuali, ma come speranza che sottrae alla morsa del nulla il vuoto del futuro e lo sostanzia di un senso inclusivo di ogni realtà e di ogni tempo.

Anche qui come movimento nel complesso non abbiamo visioni comuni o certezze da imporre. Ma, che sia la visione mistica di un’unità finale di tutte le anime o semplicemente la tensione etica verso l’inclusione, tale prospettiva ci fa cogliere nei gesti e nei momenti, in cui già ora questa accoglienza di ognuno si realizza, una possibilità, una speranza, un segno che ci indica la strada e ci rafforza nel perseguirla, “il cielo nuovo e la terra nuova” che intravediamo all’orizzonte.

E’ uno slancio spirituale dalle tinte profetiche della promessa, che si fa vocazione religiosa nell’impegno etico a cui essa ci chiama. Dire che “il servizio è la nostra preghiera” è riduttivo per la pratica religiosa, che ha bisogno anche di momenti di celebrazione e meditazione che ci riconducano al nostro centro spirituale. Ma certamente il servizio è UNA preghiera per noi. Lo è perché nel lavoro per una realtà più inclusiva, per la pace e la tolleranza, per l’equità sociale e la parità dei diritti, viviamo certamente il nostro legame di solidarietà con l’altro, ma anche il nostro essere nella corrente dello Spirito, il nostro tradurre l’incontro con l’alterità della trascendenza nell’incontro con il volto dell’altro.

Il “dono” ed il “segno” rappresentano, dunque, la nostra dimensione verticale, riflesso immanente di una relazione personale con la trascendenza dello Spirito. Una dimensione verticale che non si limita alla contemplazione statica dell’Assoluto, ma si traduce nel nostro agire nel mondo e nella storia.

La nostra “morale” è anch’essa una risposta, ma non ad un ordinamento morale inscritto nella natura, bensì alla chiamata della responsabilità, verso il dono da mettere a frutto come verso il segno da tradurre in realtà.

 

Nella Sacra Avventura,

Pastor Alessandro Falasca

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