Es 14:13 E Mosè disse al popolo: «Non abbiate paura, state fermi e vedrete la salvezza che il SIGNORE compirà oggi per voi; […]  21 Allora Mosè stese la sua mano sul mare e il SIGNORE fece ritirare il mare con un forte vento orientale, durato tutta la notte, e lo ridusse in terra asciutta. Le acque si divisero, 22 e i figli d’Israele entrarono in mezzo al mare sulla terra asciutta; e le acque formavano come un muro alla loro destra e alla loro sinistra. 

Ecco una altro passo della Torah che amo alla follia, un’altra קָשָׁה qashah, una di quelle difficoltà che rendono questo un testo sacro, una palestra dell’anima, e non un articolo di cronaca rosa.  Nello spazio di due versi sono affermate due cose completamente diverse ci avete fatto caso? da un lato si dice che a) Mosè divise le acque con un colpo di bastone le separò e gli ebrei ci passarono in mezzo, (ricordo Charlton Eston in posa ieratica al massimo in mezzo a queste due ali d’acqua, figata…) ma poi la Torah qualche parola dopo, si e no mezzo verso, dice una cosa completamente diversa, che fu il Principale a soffiare un vento da Est, le acque si ritirarono e gli ebrei passarono da un lato. Ricordo la prima volta che fui messo di fronte a questa contraddizione, nel retro bottega di una piccola libreria, dove il mio amato “nonno” honoris causa mi spiegava passi della Torah. Era il 1997 o giù di lì. Ricordo che pur leggendola, se il mio nonnino non me l’avesse fatto notare, non me ne sarei manco accorto, e ricordo di aver pensato un belle chissene all’idea se questi abbiano traversato al centro o di lato… Pero poi pensandoci…

La contraddizione, la קָשָׁה qashah era il senso letterale, l’esercizio proposto al fedele, proprio come una espressione di matematica o una frase di latino. La difficoltà serve per allontanare i cavernicoli, schiavi del loro mondo binario e del loro ego ipertrofico, dando loro cosa cercano con ansia, una scusa per allontanarsi. Se questo è lo spirito con cui vi accostate a un testo sacro, risparmiate la fatica. Le contraddizioni sono lì apposta per fare naufragare nel Mar Rosso del presunto scientismo tutti gli interpreti più pigri. Perchè dunque vengono date due spiegazioni antitetiche di uno stesso evento, ancorchè puramente simbolico? Tra le varie interpretazioni voglio oggi citarne una particolarmente interessante: l’idea che, simbolicamente, venga fatto riferimento a due elementi, uno interiore, l’altro esteriore. Da un punto di vista interiore dovremo considerare l’apertura del mar Rosso, da quello esteriore il vento orientale.

Cosa significa uscire dall’Egitto? Significa imparare a dominare i propri istinti, desideri, emozioni. Significa impegnarsi a muovere da un lato verso una maggiore consapevolezza spirituale, dall’altro verso uno stile di comportamento migliore, limando quella naturale tendenza al caos tipica dell’umano. Questo può essere fatto solo controllando e limitando gli aspetti deleteri della nostra vita. Ecco un punto importante. Non si tratta di prosciugare il mare, di annullare i desideri e di trattarli con sospetto. Qualsiasi emozione, qualsiasi desiderio, tra quelli legali ovviamente, ha una sua dignità e una sua bellezza che va accolta, coltivata e non svilita. Però ecco di nuovo il principio di moderazione a dirci che deve esistere la capacità di regolare tali impulsi e affermare il nostro essere spirituale sulla noia, sull’impazienza, sull’incostanza, sulla rabbia, sulla mancanza di perseveranza. Le acque del nostro essere emotivo devono trovare un freno, un limite, una via, un mezzo in cui io possa mostrare di essere altro, di essere oltre. Non un Ulisse sballottato dai venti ma un Mosè, che proceda sicuro tra le acque, nonostante le acque. Se ci pensate, il concetto è stato ripreso dal Maestro in quel famoso passo in cui camminò sulle acque e, soprattutto, volle insegnare a Simon Pietro a fare lo stesso.

Ma come si fa? Rimanendo calmi e fermi, come ci dice il passo citato. Questa affermazione apre all’importanza dell’introspezione, della disciplina, della ricerca interiore, intesa sia nella sua pars destruens, non essere schiavi delle passioni, sia nella sua pars construens, agire attivamente per approfondire il proprio talento spirituale. E’ importante intendersi su questa fermezza. Mosè prima invita a star fermi, poi li guida in mezzo al mare. Ovviamente non si tratta di una fermezza dogmatica, di un invito a rimanere fermi a una teologia da crociate e a una morale da caccia alle streghe, come qualche nostalgico continua a pensare, ma ad una perseveranza mentale nell’applicazione del principio pratico di moderazione di cui abbiamo detto. Senza di esso, se si è schiavi della logica mondana, le acque non potranno che chiudersi soffocando qualsiasi aspirazione spirituale.

Come si raggiunge una tale disciplina? Il cristianesimo offre una via in cui quattro diversi sentieri convergono a fare una strada più grande, in grado di aprire le acque. E’ la via della preghiera, in cui il fedele si accosta al testo, affidandosi al potere evocativo della parola, alla sua capacità di generare in noi nuove esperienze, nuove prospettive. E’ la via della meditazione, della nostra continua ricerca di introspezione, che metta a tacere per qualche momento il tumultuoso mare della vita. E’ la via dello studio, in cui noi aggiorniamo ed ampliamo i nostri orizzonti, scrostando e smascherando i germi dell’intolleranza, della chiusura mentale e del dogma, che sempre si annidano nelle nostre giornate. E’ infine la via del servizio e della comunità in cui si può essere ciascuno, l’un per l’altro, esempio di perseveranza, cercando insieme quell’eggregoro senza il quale la magia spirituale non può nascere.

Questa esperienza non è qualcosa di acceso/spento, di bianco/nero, ma uno stato spirituale cui lentamente approssimarsi. Quando ci accorgeremo di essere sulla buona strada? Quando riusciremo a scorgere il vento divino soffiare in ogni cosa, dalle più banali alle più importanti, dalle più facili alle più difficili, dalle più belle alle più brutte. Quando sentiremo il calore di quel vento anche nei momenti paradossali e difficili della nostra vita, allora potremo essere fieri di star traversando anche noi il nostro personale Mar Rosso.

Ecco dunque che il testo non ci narra due spiegazioni diverse dello stesso evento, ma una evoluzione in consapevolezza dell’anima in cerca, che solo dopo essersi ripulita dalla miopia materialistica, riesce ad attraversare le acque e a vedere la presenza divina in quel vento che soffia da est.

Usiamo dunque questo sabato per mettere un freno alle cure mondane, per allenarci a comprendere le giuste priorità della vita e per affermare e consolidare la nostra intima essenza spirituale attraverso la meditazione e il riposo.

Allora saremo anche noi in grado di fare qualche passo sulle acque seguendo le orme di Mosè e di Gesù

 

Buon Sabato

Rob

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