L’ Incontro di Venerdi 27 Gennaio 2015 è stata l’occasione per ricordare le vittime dell’Olocausto con un minuto di silenzio. Il tema della serata è stato “Come è possibile credere dopo Auschwitz?” . Spunti per la discussione si sono offerti riproponendo la discussione che il grande poeta Paul Celan ebbe con Adorno sul senso della poesia dopo Auschwitz. Fondamentali sono stati i contributi e le letture tratte dal libro Scrivere poesie dopo Auschwitz di Paola Gnani

A margine dell’incontro sono stati offerti i seguenti contributi

(*) AM

    L’ineffabile banalità del bene.
Cari Amici, nell’affrontare un tema così complesso e delicato, devo ammettere di sentirmi decisamente inadeguata, tuttavia ho deciso di provare a spiegare perchè, nonostante non sia ebrea e quindi , in realtà, non abbia diritto di pronunciarmi su una storia tragica che non è mia, sia convinta dell’importanza di coltivare la bellezza oltre Auschwitz.Ho usato oltre, al posto del più naturale “nonostante” in quanto è questo l’avverbio usato da Jankelevitch nei suoi scritti che, più volte, introdusse questo termine per trattare il concetto di perdono dell’imperdonabile. Musicologo e musicista, oltre che uno dei maggiori filosofi del secondo Dopoguerra,difese la rappresentazione artistica come modalità per esprimere l’indicibile. Laddove Adorno sosteneva non fosse etico un linguaggio legato alla normalità piacevole del vivere, fosse quasi un profanare l’umanità mutilata dal nazismo, sia Jankelevitch sia letterati e intellettuali ebrei  come il poeta Celan opposero l’idea che, solo l’Arte , potesse comunicare  l’inenarrabile. Nel Novembre del 1944, dopo una dolorosa estenuante marcia, un gruppo di ebrei venne costretto a scavarsi la fossa e venne poi ucciso e sepolto lì in uno sperduto villaggio.Tra questi vi era Miklos Radnoti, che portò con sè un fascio di poesie manoscritte, ritrovate anni dopo quando venne recuperata la salma, e che costituisce una delle testimonianze a favore
della  teoria di Celan.Non si può , però, tacere il suicidio di Levi e di Celan, avvenuto diversi anni dopo da parte di entrambi e questo avvalorerebbe la tesi opposta: l’arte non può lenire il male assoluto e neppure dargli degna descrizione. La poesia, armonia danzante, amica di Apollo, non può essere associata alla  disarmonia aberrante del nazismo. Vorrei però ricordare Hanna Arendt, una dei miei filosofi preferiti; lungamente seguì i processi di alcuni tra i più importanti responsabili della Shoah.Rilevò, con una incredibile lucidità, dato il coinvolgimento personale, la mancanza di una “cifra” diabolica  in quei burocrati dallo sguardo spento; negli squallidi, osceni  contabili della morte si poteva solo vedere la “banalità del male”. Allora l’unico modo, come suggerirono Celan e Radnoti, Arendt e Jankelevitch, è , passo dopo passo, perseguire, in ogni modo, la meravigliosa banalità del bene.
(*) GM
La domanda che ci si pone dopo Auschwitz è come l’evento dello sterminio degli ebrei interroghi la nostra coscienza religiosa, il nostro concetto di Dio. Che senso conservano, di fronte a una rivelazione così evidente della potenza del Male nella società e nella storia, parole come fede in Dio, giustizia o misericordia, e soprattutto speranza? si può prendere di riferimento il sentimento disperato di Giobbe: «Dio permise che ciò accadesse. Ma quale Dio poteva permetterlo?». Ciò che viene in primo piano in questa riflessione è il dolore delle vittime, l’assurdo del loro morte, insomma il Male allo stato puro, prima di ogni razionalizzazione e giustificazione storico-universale o filosofica, prima di ogni teodicea dottrina della giustificazione divina. l’evento di Auschwitz renda impossibile in futuro una teodicea, nel significato tradizionale del termine.
Confrontando  l’evento di Auschwitz con quello  di un evento catastrofico come un terremoto appare subito evidente il coinvolgimento e  la responsabilità umana nella shoah mentre nel secondo è un evento del tutto naturale , quello che accade ad  Auschwitz è ben più grave di un terremoto, infatti rappresenta «l’esistenza stessa del Male quale oggetto della volontà umana e non più le disgrazie e le tribolazione che provengono dalla cieca casualità naturale». Per i cristiani tradizionali , che attendendo   l’unica salvezza al-di-là, questo mondo e in particolare il mondo umano a causa del peccato d’origine, è il mondo di Satana e conseguentemente un mondo non degno di fiducia. Questo non significa che  per i cristiani sia più facile accettare l’esperienza del dolore, ma questa da un lato non fa che confermare l’ idea pessimistica di questo mondo, mentre dall’altro ciò consente  ad unirsi alle sofferenza della croce di Cristo. Per l’ebreo invece, che vede nell’al-di-qua il luogo della creazione, della giustizia e della salvezza divina, la sofferenza è maggiore. Dio è per lui anzitutto il signore della storia, e “Auschwitz”, per il credente, rimette in questione il concetto di Dio che la tradizione ha tramandato». Infatti il caso di Auschwitz è un evento catastrofico e assurdo, un autentica Shoah genocidio, non inquadrabile solamente entro una consapevole persecuzione di carattere religioso infatti chi vi morì  fu  catturato  per la fede che professava e  per  causa di essa o per le sue  convinzioni personali. ma è importante anche capire che ad Auschwitz ci fu l’annullamento della dignità umana furono   vivendo   in uno strato di estrema umiliazione e indigenza: nessun barlume di rispetto umano fu lasciato a chi era destinato alla soluzione finale. uindi si sviluppo  una concezione teologica più radicale rispetto all’immagine di un Dio , come  un Creatore «temporalizzato», che anziché possedere un’essenza perfetta destinata a restare identica nell’eternità, si cala nel tempo. Dio ha deciso di affidarsi totalmente al gioco del divenire universale, della lotta tra bene e male, che si origina dalla comparsa dell’uomo sulla terra. Così il destino dell’uomo e del mondo si trasforma nel destino di Dio stesso.
Per capire meglio ciò ci possiamo soffermare sugli attributi divini  delle fedi monoteiste cioè la bontà, l’onnipotenza e la comprensibilità. La bontà di Dio si è rivelata nella creazione del mondo e nella di un patto salvifico con gli uomini. L’onnipotenza si è svelata nei grandi eventi della storia sacra, come l’esodo e la conquista della terra promessa. La comprensibilità di Dio, seppur limitata, si è rivelata con l’invio dei profeti e dei comandamenti. Finora tutti i tentativi di giustificazione divina  tradizionale hanno tentato di tener uniti questi tre attributi, ma la totale disumanità di  Auschwitz conduce  ad una alternativa radicale. Infatti o si riconosce  un dualismo di principi, bene o male, coesistenti nel divino, come affermato dalla dottrina manicheista (religione che ebbe origine in Persia nel III sec. d.C. a opera di Mani (216-277 d.C.), che sosteneva la contrapposizione assoluta e il dualismo tra i due principi divini del bene e del male il che, però, equivarrebbe alla negazione del monoteismo). O la riforma radicale del concetto biblico di Dio che salvi ciò che è essenziale per la fede nostra per continuare a sperare, e abbandoni ciò che non è essenziale. Noi non possiamo separare il nostro concetto di Dio dalla sua bontà, cioè dalla sua volontà di bene. Non possiamo nemmeno spingerci sino all’idea dell’incomprensibilità, altrimenti verrebbe negata la rivelazione del divino. Quindi, dopo Auschwitz, possiamo e dobbiamo affermare con estrema decisione che una Divinità onnipotente o è priva di bontà o è totalmente incomprensibile. Ma se Dio può essere compreso in un certo modo e in un certo grado, allora la sua bontà non deve escludere l’esistenza del male; e il male c’è solo in quanto Dio non è onnipotente. Solo a questa condizione possiamo affermare che Dio è comprensibile e buono e nonostante ciò nel mondo c’è il male». Dio non intervenne secondo questa concezione , non perché non lo vuole , ma magari non è in condizioni di farlo. Infatti bisogna guardarsi dal concepire l’onnipotenza di Dio come una capacità “magica” e miracolistica: il Dio «che si prende cura», dal mondo, che soffre i suoi drammi, «non è un mago, che nel atto stesso di prendersi cura del suo popolo esaudisce anche i suoi  desideri. Dio ha scelto di far intervenire altri attori e in questo modo ha fatto dipendere da loro la sua preoccupazione. Decidendo di creare l’uomo e di conferirgli la libertà morale, Dio ha limitato volontariamente la propria onnipotenza, per lasciare spazio all’autonoma iniziativa umana, quindi concedendo all’uomo la libertà, Dio ha rinunciato alla sua potenza. Infatti creando l’uomo libero, si è affidato a lui e al divenire del mondo. Quindi ricade completamente sull’uomo la cura del mondo: da lui dipende totalmente. Ma bisogna sottolineare che ad  Auschwitz, luogo dove si è assistito  al  totale oscuramento dalla coscienza e della ragione, emerge una possibile nota di speranza: anche allora ci furono uomini giusti che si adoperarono anonimamente, e senza chiedere nulla in cambio, per aiutare, nascondere, salvare vittime, spesso a rischio della vita. Essi rappresentano un segno e una dimostrazione della non-onnipotenza del Male, grazie alla superiorità del bene  sul male. che è l’oggetto fondamentale della nostra fede in Dio, l’esistenza di quei giusti,  riscatta il bene dal male grazie alla loro grande umanità, e continua a darci la speranza per la costruzione “qui ed ora” del regno dei Cieli.
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