Cari Amici,

Se ci pensate Mosè è un caso particolare. Il campione dell’ebraismo, uno dei capostipiti dell’identità ebraica, era nato in una terra straniera, era stato educato e cresciuto dal capo della massima autorità straniera, aveva sposato una donna straniera, aveva per suocero Ietro uno straniero, sembra addirittura impegnato in passato in un culto non conforme al rigido monoteismo ebraico. Il popolo in cammino e il suo capo vissero in una condizione indefinibile, nel senso letterale del termine. Essi non erano egiziani pur essendo nati in Egitto perchè si sentivano ebrei. Ma non erano nemmeno ebrei nel senso letterale del termine, perchè quella nazione di fatto non esisteva, e perchè, con due sole eccezioni,  nessuno di loro vi arrivò, nemmeno Mosè. Vissero non a caso tre quarti della loro esistenza nel deserto, in maniera itinerante, senza poter dire realmente di appartenere al deserto. In due modi si può interpretare questa condizione, ed entrambi ci insegnano qualcosa. Il primo ci dice dell’insensatezza di alcuni confini umani, della loro dimensione artefatta e fittizia. I confini degli stati, delle religioni, delle tifoserie, dei partiti, delle parti comuni di condominio, delle camere di casa, delle zone del letto con il coniuge. lasciano il tempo che trovano di fronte alla dimensione verticale in ragione della quale tutti ci riconosciamo in quel popolo, in quel rapporto, in quell’Adamo. Che senso pensate abbiano all’occhio del Principale i nostri ridicoli particolarismi, i nostri piccoli pretesti per abbandonarci ai nostri istinti più bassi ed abdicare al nostro essere umani.  Che siano lotte per una precedenza, questioni calcistiche, liti per un parcheggio o dispute teologiche, poco importa, sono solo occasioni per tirar fuori il peggio di noi. Accanto a questo c’è però un altro punto di vista, che non vuole insistere sull’effimerità delle nostre divisioni, ma sulla loro ineliminabile incompletezza. Anche volessimo essere superficiali nei giudizi, nessuno di noi rappresenta esattamente il tipo a cui dice di appartenere. I nostri progenitori nel deserto si dicevano ebrei ma erano nati in Egitto, io mi dico cristiano ma sono aperto a un sacco di altre esperienze, come filosofo, come semplice appassionato di altre culture. Gli stereotipi che fondano il nostro senso di appartenenza sono utili nella misura in cui costituiscono uno sprone a uniformare la nostra condotta a un ideale  che riteniamo positivo per noi a vari livelli, ma sono pessimi se vengono utilizzati come pretesto per mascherare il nostro vile asservimento a bassi istinti di collera odio e violenza. Ben vengano cristiani, musulmani, ebrei, umanisti religiosi se questa identità aiuta a coltivare meglio i principi universali di cui parliamo adattandoli a contesti culturali diversi, ma guai se queste divisioni vengono usate come pretesto per seminare odio disprezzo e violenza, perchè allora non sarebbe la ragione a parlare in noi, ma le viscere più basse… Questa esperienza ci dice anche che ogni stereotipo non calza mai perfettamente agli individui che pensano di appartenervi.  I cristiani sono… qualunque nome del predicato io metta sarebbe uno sbaglio perchè non rappresenterei mai la totalità di quanti si rifanno al Cristo. Questo è vero da un punto di vista sociale, ma è vero anche da un punto di vista personale come abbiamo detto. Ognuno di noi è un collettore di esperienze aperto, queste esperienze si organizzano in categorie principali in modi di volta in volta unici. La nostra apertura alle esperienze, il nostro dire sì alla vita, ci rende responsabili di continue revisioni nel nostro rapporto trascendente col Sacro. Gli UU sono tra coloro che han meglio compreso la costitutività di questa apertura all’esperienza, un tema che affronteremo meglio domani…

Fatta questa lunga premessa, siamo a Ietro, suocero di Mosè, non ebreo. Quest’uomo consiglia Mosè, il quale esamina il consiglio, lo trova opportuno e lo applica. Quale lezione da questo passo! Non importa chi tu sia, per quanto tu sia diverso da me, devo sempre essere disposto ad ascoltare cosa dici e se dici qualcosa di sensato per quanto diversi siano i nostri percorsi, io devo imparare dalla tua esperienza e applicare alla mia vita ciò che mi pare più giusto. Vale anche il reciproco. Tu imparerai da me ciò che di più opportuno si addica alla tua vita e lo applicherai. Entrambi dunque avremo più possibilità di crescere nella fede attraverso, il dialogo, il confronto, lo scambio di esperienze piuttosto che le crociate da bulletti del quartierino. Questo gli UU l’han capito prima di altri, han compreso la fecondità del dialogo, della crescita comune, del confronto fraterno, l’importanza e l’umiltà di porsi all’ascolto di esperienze tra le più diverse. La nostra Comunità fa di questa opportunità di apertura una delle sue ragioni fondanti come vedremo domani…

Vi lascio con due parole sul senso del consiglio, che noi abbiamo compreso e portato alle estreme conseguenze: La responsabilità di giudizio e l’autonomia dell’agire. Nel momento in cui ciascuno di noi abbia dei problemi non deve pensare che debba essere una autorità esterna a prendersi la responsabilità della propria condotta, piuttosto deve agire consapevolmente e autonomamente, coltivando da sè gli strumenti per una adeguata condotta. Il ministro in questo processo non deve sparire anzi. Egli deve esserci sempre, ma con un ruolo consultivo e non normativo. Non deve decidere per noi, ma aiutarci a maturare una nostra scelta, che avrà senso nella nostra vita e ne farà parte, rendendola unica e in ripetibile. Voi non dovete essere la fotocopia di nessuno, in quanto copie sareste sempre e comunque peggio dell’originale. Il mio compito è quello di incoraggiarvi ad essere la parte migliore di voi stessi, sfruttando i talenti che il Principale ha stabilito affinchè ciascuno di voi possa decidere di essere quella splendida opera d’arte che volendo potrebbe essere. Pensateci e uscite dal bozzolo del dogma, dalla miopia del risentimento per aprirvi finalmente a quella splendida esperienza estetico-spirituale che è la vita

Buon Sabato

Rob

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