Cari amici, nella nostra descrizione parliamo del

l’abbraccio di un’accoglienza rispettosa dei percorsi spirituali e di vita di ciascuno ed il supporto della condivisione di esperienze, valori ed intenti, nonché quel calore dell’essere umano al cospetto del Sacro, ossia di una prospettiva di senso più ampia della nostra individualità e della mera materialità, cui tende la dimensione rituale della nostra religiosità e che vivifica i nostri incontri e le nostre azioni.

Questo aspetto può e deve essere declinato in molti modi, dalla ricerca di una prospettiva più ampia rispetto all’individualità e alla materialità di cui ci parlava Venerdì lo stesso Ian riflettendo su Dickens, al riconoscimento di una Provvidenza operante, l’infaticabile azione del Principale, che, primo tra tutti i lavoratori della vigna, dà l’esempio non prendendosi mai un giorno di ferie. Quale modo migliore per un cristiano di rammentare il passo della Torah di questa settimana, Mosè al cospetto della nuvola Divina, che non riaffermare la nostra intenzione di essere quotidianamente al cospetto del Sacro? Ma cosa vuol dire questo in concreto?  Certamente vuol dire per tutti scegliere di non fermarsi al dato, al qui e ora, ma voler fare un cammino per acquisire prospettive ulteriori. Per un cristiano questo è inteso nel dedicarsi a Dio. Il nostro principio di dedicazione di cui tanto parliamo deriva proprio da qui. Ma in che modo dedicarsi? Gilman è illuminante in questo senso. Dedicarsi vuol dire essere dei novelli Torquemada, degli atleti di Dio, pronti a far trionfare la Bibbia sulle sozze dottrine degli infedeli? O vuol dire prendere in giro, come fa Dawkins, quanti considerino molto più gratificante per il proprio animo ringraziare il Divino autore del tramonto, piuttosto che sottomettersi alla miope logica di una qualche equazione? Gilman ci dice che i due atteggiamenti, che sembrano di primo acchito tanto diversi, sono alla fine piuttosto simili. Sono la dimostrazione che entrambi non hanno resistito alla atavica tentazione di farla fuori dal vasino. Per cultura, per carattere e per scelta, noi non vogliamo essere così. Quale sarebbe questa presunta teologia in grado di metterci tutti d’accordo? La mia? Fico. Allora ve la spiego. Ma se poi anche uno solo dei miei uditori non fosse d’accordo? Uso la soluzione Torquemada, considerandolo un trascurabile incidente? In realtà il Vangelo ci propone due soluzioni rispetto a questo problema, che sembrano apparentemente in contraddizione. Da un lato ci viene detto di scuotere la polvere dai nostri sandali e andarcene (Mt 10:13), che penserà il Principale a occuparsi dei bulletti; ma ci dice anche di attendere se un fico sterile non abbia ancora dato dei frutti (Lc 13:9) che se non è stato quest’anno potrebbe essere l’anno prossimo. La vicenda di Gilman è un classico esempio di questa esperienza. Egli era un giovane e fresco professorino, tutto impettito, bello inquadrato, appena uscito dalla Divinity School col massimo dei voti, che, per un gustosissimo scherzo del mio amato Principale burlone, venne mandato a fare il ministro nel profondo sud di Charleston, ove trovò un gruppo di ubriaconi, schiavisti e separatisti. E’ il classico film “Io speriamo che me la cavo”, “Mary per sempre”, “Benvenuti al sud”, “Scusi, dov’è il West” e chissà quanti altri.  Ma non c’è nulla per un ministro unitariano che vada così male da non poter andare peggio: perfino la moglie, nelle speranze una posata e pudìca aristocratica bostoniana, si trasformò completamente, iniziando a solidarizzare con i locali. Adoro fare il ministro UU 🙂 Nel corso degli anni il lavoro di Gilman fu encomiabile: a) mise in piedi da zero un presidio locale del Temperance Movement, un movimento dedito alla promozione della moderazione in fatto di alcolici, all’interno del quale gli unitariani e Gilman ebbero un ruolo importantissimo. b) Riuscì a incanalare per buona parte la protesta separatista in manifestazioni accese ma civili, tenendo i suoi lontani dalle espressioni più cruente c) Ciò su cui proprio non riuscì a far nulla fu educare i locali all’insensatezza dello schiavismo, che pur fu un punto imprescindibile per gli unitariani di ogni latitudine. Non trovando tra i locali un terreno fertile alla comprensione del tema si limitò a tacerne, mettendo in atto un ostinato silenzio che venne doppiamente criticato. Fu criticato allora dai parrocchiani perchè non trovavano nel ministro alcun appoggio liturgico morale per le loro pratiche schiaviste, viene criticato oggi, per il motivo opposto, per l’omessa denuncia di una simile arretratezza. Non voglio difendere Gilman, tutt’altro. La battaglia antischiavitù fu ed è il fiore all’occhiello di tutti gli unitariani e va affermata con forza, senza se e senza ma. Mi limito tuttavia a fare osservare alcune cose. 1) Quello di Gilman non fu un silenzio complice, anzi. a) Quel silenzio era vissuto dai locali come un palese rifiuto di solidarizzare sulla pratica, e quindi una implicita condanna. Prova ne sia il fatto che i parrocchiani chiesero di sostituire il ministro non gradito, mettendosi a cercare tra gli unitariani (!!!) qualcuno disposto a difendere le idee schiaviste. Sembra pure che ne avessero trovato uno, che tuttavia il nostro Principale burlone chiamò a sè, poche ore dopo aver preso servizio come vice di Gilman. b) Il suo silenzio dal pulpito non escludeva una curiosa azione personale: egli, con parte dei soldi del suo ministero, comprava per sè degli schiavi, uniformandosi alle usanze locali, dava loro una istruzione e li spediva a Boston dove venivano liberati. c) Gilman si limitò ad assecondare fiducioso l’azione della grazia immanente, senza forzare i toni in battaglie che in quel contesto sarebbero state poco utili. d) Il silenzio di Gilman fu un seme potente. Oggi la splendida comunità UU di Charleston (un bellissimo sito, andatevelo a vedere)  è radicalmente cresciuta sia nei numeri che nei toni, avendo maturato gli strumenti per comprendere il senso del primo principio, la dignità di ogni essere vivente indipendentemente dal colore della pelle, e, ogni anno, ricorda con gioia e con passione quel loro professorino così taciturno, che tanto ha contribuito a far sì che fossero ciò che sono ora. Siccome Gilman curiosamente morì una settimana prima della sua nascita, in anni diversi ovviamente, la festa per Gilman a Charleston sarà la settimana prossima, magari se volete ci imbuchiamo con una mail di saluti.

Questa vicenda però ci insegna il valore della cultura e della pazienza. Ciò che noi  proponiamo è paradossale: talmente semplice che possiamo a ragione dire che basti un poco di buon senso per capirci, ma così difficile che quasi nessuno è contento nel lasciare i propri dogmi o i propri stereotipi. Cosa fare? Dire le cose devono essere così perchè ha senso, e se pensate diversamente siete un ammasso di cavernicoli e me ne vado? Possibile, ma alla fine avremmo aiutato questa gente? Avremmo fornito loro con pazienza, con calma, con il dialogo, gli strumenti per maturare nel tempo il senso delle loro immani cavolate? Invece di tagliare gli alberi non fertili ci viene chiesto di continuare a coltivare con l’incrollabile fiducia che quel seme del buon senso prima o poi dia i suoi frutti. Cosa ci dice allora il Vangelo con quel spolvera i sandali? Di abbandonare gli ignoranti alla loro ignoranza, punendoli due volte, la prima per aver vissuto da ignoranti, la seconda nel fare i conti col Principale? Non credo. Spolvera i sandali significa evita gli inutili muro contro muro, le crociate della fede, le dispute e le diatribe celoduriste che non servono a nessuno, rifuggi quelle situazioni. Il silenzio di Gilman su questo punto è indicativo. . L’episodio dei sandali senza quello del fico è incomprensibile. Nostro compito è comunque impegnarci in ogni istante a trovare un modo affinchè anche i più reticenti tra i nostri fratelli abbiano la possibilità di maturare la sensatezza dei valori che proponiamo. Non si tratta di una semplice mano tesa, ma di una azione concreta e fattiva volta a promuovere la cultura del rispetto e della tolleranza. Questo finchè l’Arbitro non fischierà la fine.

Forse, anzi certamente, tra cento anni i nostri nipoti saranno messi meglio di noi, ma lasciatemi chiudere dicendo che mi reputo fortunato ad avere voi come compagni di viaggio… siete unici.  Grazie Amici

Rendiamolo insieme possibile quell’uomo tollerante,  spiritualmente aperto e caritatevole di cui diciamo

Nasè Adam

 נַֽעֲשֶׂ֥ה אָדָ֛ם

Amen

Rob

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