Eso 21:1 «Queste sono le leggi che tu esporrai davanti a loro: 2 Se compri uno schiavo ebreo, egli ti servirà per sei anni, ma il settimo se ne andrà libero, senza pagare nulla. 3 Se è venuto solo, se ne andrà solo; se aveva moglie, la moglie se ne andrà con lui. 4 Se il suo padrone gli dà moglie e questa gli partorisce figli e figlie, la moglie e i figli di lei saranno del padrone, ed egli se andrà solo. 5 Ma se lo schiavo fa questa dichiarazione: “Io amo il mio padrone, mia moglie e i miei figli; io non voglio andarmene libero”; 6 allora il suo padrone lo farà comparire davanti a Dio, lo farà accostare alla porta o allo stipite; poi il suo padrone gli forerà l’orecchio con una lesina ed egli lo servirà per sempre.[…] 21 «Non maltratterai lo straniero e non l’opprimerai, perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto

Cari Amici,

Forse vi ho già raccontato questo episodio, accadutomi tempo fa. Stavo aspettando il taxi e guardavo bambini giocare nel giardinetto davanti a casa mia. A un certo punto, una delle due madri, più solerte, offre al bambino un untissimo e golosissimo pezzo di focaccia. L’altra bambina giustamente guarda sua madre delusa e inizia a protestare, reclamando una porzione anche per lei. La madre tentenna e il bambino, eroico, spezza la sua fetta per offrirne metà alla bambina. Le due madri cominciano a osannare il bimbo, il quale tuttavia sembra non capire il motivo di tanto cine per un gesto così naturale.

Non voglio dirvi che dovremmo fare lo stesso, lo sapete da soli… e, mediamente, siete tutti molto sensibili a questo. Non ho bisogno ricordarvi che per ogni miliardario che si annoia non sapendo cosa fare dei propri sodi 98 bambini muoiono di fame. Non è demagogia ma realismo statistico purtroppo, ma questo lo sapete.

Voglio piuttosto segnalarvi due elementi in controtendenza rispetto al sentire comune. Il primo è in quel “anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto”. Qui la Torah ci offre un insegnamento importante: noi dovremmo far tesoro delle nostre esperienze delle difficoltà per avere l’input, una volta girata la ruota della fortuna, di alleviare quelle degli altri. Io sono stato povero e in forza di ciò, ora che il Principale mi ha concesso qualcosina in più devo ricordarmi di ciò che io stesso ho passato e condividere la mia fortuna momentanea. Invece così non avviene, sembra che ci sia una naturale tendenza ad accaparrarsi il più possibile proprio in ragione dell’esperienza di indigenza. I bambini ci insegnano a mettere in dubbio la naturalezza di quest’egoismo, tuttavia, naturale o no, come combatterlo? Mi vengono in mente 2 modi amici miei, con l’educazione e con la fede. Con l’educazione perchè se ciascuno di noi facesse la sua parte al momento opportuno, il comportamento solidale avrebbe molta più risonanza e cesserebbe di essere un mero flatus vocis da accantonare non appena se ne abbia la possibilità Con la fede, perchè per un credente non sono io a poter determinare le mie fortune, io sono un rappresentate terreno del Principale divino e, in quanto tale, devo svolgere il mio ruolo dando prova e testimonianza del Suo più grande miracolo… la carità

Ma anche l’episodio dello schiavo ha la sua importanza, soprattutto in ragione del discorso di Rachele e Lea, di cui abbiam detto Martedì. Il Principale non vuole schiavi. Non vuole schiavi per lui, nè vuole schiavi delle logiche materiali, vittime del denaro e dei piaceri. Egli insiste sul fatto che tutti, al momento opportuno, abbiano la propria esperienza di libertà. Cosa fare però di questa libertà? Sesso droga e rock and roll? perchè no, magari all’inizio… ma poi… Pensate a cosa ci dice il Maestro del figliol prodigo… poi c’è il momento in cui uno deve diventare adulto, piantarla di sbronzarsi e fare il pirla, e tornare, rinunciando volontariamente a una propria parte di libertà per mettersi volontariamente al servizio del Principale e del proprio prossimo

Il concetto di servizio è forse uno dei più alti concetti che la natura umana conosca, una delle più ardue vette del percorso di consapevolezza. Il Principale non vuole bestie costrette a collaborare con la forza, controvoglia, mentre masticano un misto tra impotenza frustrazione e rivalsa. No, egli vuole persone libere e responsabili che abbiano capito il senso ultimo della creazione e siano disposte a cedere una parte della propria focaccia in termini di collaborazione e servizio

Noi siamo figli, non servi, e, il mondo è la nostra casa non la nostra cella. La vita possiamo vederla come un lungo percorso di maturazione nella consapevolezza di cosa voglia dire di fatto essere figli. Il vertice di questo percorso si esprime nella rinuncia di parte della nostra focaccia per contribuire a completare la creazione e al benessere dei nostri simili

Prendiamo esempio dai più piccoli, non abbuffiamoci

Buon sabato

Rob

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