Ai tempi in cui la mia religiosità si esprimeva nelle pratiche energetiche del Qigong o nella meditazione seduta, mi chiedevo perché nel cristianesimo ci fosse questa totale assenza di pratiche simili, perché la religione cristiana si riducesse ad adorazione e vedesse, anzi, con paura e sospetto la spiritualità. Riavvicinandomi con il tempo al cristianesimo, avrei scoperto che vi è tanto di spirituale anche nella parola, letta, meditata, “pregata” nel colloquio con la propria anima che si apre al Divino.

Eppure quella diffidenza verso la spiritualità ha effettivi riscontri nella posizione di molte chiese cristiane. Il sospetto avanzato da buona parte del cristianesimo è essenzialmente che la pratica spirituale, in quanto lavoro individuale del soggetto su se stesso e sulle risorse che sono in lui, possa configurarsi come proposta di una salvezza totalmente autonoma, di un salvarsi da soli a prescindere dalla grazia, che rappresenterebbe, invece, l’intervento divino senza il quale nessun essere umano potrebbe salvarsi.

La questione non si esaurisce, però, nell’ambito cristiano: se il lavoro della spiritualità fa leva su risorse che sono solo umane, in che modo essa può aprirci a quella esperienza di compartecipazione e compenetrazione tra il senso intimo della coscienza individuale e il senso profondo della realtà tutta, che è il presupposto di qualsiasi fede?

Percorrere il nostro paesaggio interiore alla ricerca della via dello Spirito significa scalare una montagna, che ci avvicina al cielo.

La montagna, in molte culture, è il luogo in cui mistici ed anacoreti si ritirano alla ricerca di un rapporto più profondo con la propria anima e con il Sacro. Nel taoismo, che meglio conosco, ci sono montagne sacre, mete di pellegrinaggi, e l’ideogramma stesso dell’immortale, ossia di colui che è compenetrato nelle energie del Tao ed è ora coeterno ad esso, è rappresentato da un uomo in maniche di camicia, che danza sulla cima di una montagna. Mosè ha l’esperienza numinosa del cespuglio in fiamme sulla cima dell’Horeb. Gesù si ritira sulla montagna in una lunga meditazione da cui ne scaturirà il suo capolavoro spirituale, noto per l’appunto come “Sermone della Montagna”.

Ma la montagna non è il cielo. Non possiamo illuderci di giungere a Dio o alla Realtà Ultima solo in virtù del percorso della nostra volontà, che eroica si è inerpicata per i monti della ricerca spirituale. Una buona spiritualità è quella che si apre ad un’esperienza, non quella che si riduce all’esperienza della propria pratica. Meditare per calmarsi ed essere in pace con se stessi, esercitarsi nello yoga o nel qigong per ritrovare l’armonia o migliorare la propria salute, pregare per rasserenare il proprio animo sono tutte buone cose. Ma non sono in sé la finalità della meditazione, dello yoga o della preghiera. Non sono in sé ciò che rende questa o quella pratica un’esperienza religiosa.

Come il lago posto sul monte nel citato passo dell’I Ching, la montagna ci avvicina al cielo, ma il cielo deve rispecchiarsi nel lago della nostra anima, nella sua disponibilità e nella sua apertura ad accogliere l’esperienza, vivificante e terrificante ad un tempo, di un Infinito incontenibile ed ineffabile. La spiritualità può avvicinarci, dunque, alle porte del mistero, ma della vita che da questo mistero emergerà e verrà ad incontrarci noi non siamo padroni, su di essa la nostra volontà non ha potere alcuno.

Le pratiche spirituali non sono, dunque, che montagne che ci conducono al cospetto dell’incontro mistico con il Sacro. Esse possono avere un potere rasserenante e stabilizzante, ma è la serenità coraggiosa di chi si è preparato ad un incontro, non di chi ha chiuso le porte per preservare la pavida serenità della propria casa.

Questo può rassicurare i cristiani, ma la prospettiva del misticismo metterà probabilmente in allarme i più razionalisti di noi, esponenti di un movimento in cui la razionalità ha un ruolo non trascurabile.

Ma quale razionalità sarebbe pienamente fedele a se stessa se non riconoscesse criticamente i propri stessi limiti? E quale contenuto di fede avrebbe una religione che si basasse sulla sola razionalità?

Il coraggio della nostra fede liberale sta proprio nell’accettare che il Mistero di fronte a noi sia pienamente un mistero, non riducibile attraverso dogmi o credenze assolute. E nel vedere in questo mistero, nel suo essere senza forma, il foglio bianco su cui si dispiegano progressivamente le possibilità della vita.

Come Universalisti Unitariani siamo nel flusso di questa meraviglia, con voci diverse, che ora vi vedono il dispiegarsi dello Spirito Divino nella storia, ora l’epopea collettiva di una vita in cerca del suo senso, ma   che esprimono il comune balbettio di chi è giunto sulla cima del più alto dei monti e si stupisce del chiarore immenso del cielo al di là delle nuvole.

Nella Sacra Avventura

Alessandro

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