Mosè gli disse: “nondimeno, perdona ora il loro peccato! Se no, ti prego, cancellami dal tuo libro che hai scritto!
E il SIGNORE si pentì del male che aveva detto di fare al suo popolo

Cari Amici,

I versi in oggetto sono quanto di più assurdo la mente umana possa concepire, ma sono anche la più alta, la più forte la più viva testimonianza della relazione uomo – Dio. Vi rendete conto di cosa afferma Mosè? Perdonali, o ti puoi tenere tutto il libro, me ne vado. Dov’è qui la presunta obbedienza di cui parlerebbero i fondamentalisti? Quanta strada è stata percorsa dal presunto sacrificio d’Abramo a questo passo! Come è cresciuto l’uomo nella consapevolezza di sè e del creato! Ricordate quella scena in piazza Tien An Men dell’uomo che ferma i carro armati? Che palle che ha avuto Mosè! Per cosa poi? Per difendere il principio di misericordia di fronte a quattro imbecilli che si erano inginocchiati di fronte a paccottiglia rimediata per caso. Indifendibili, Inqualificabili, eppure Mosè non ha esitato a mettersi davanti ai carroarmati angelici per difenderli rischiando i propri cocones. Quando parliamo di diventare adulti, quale passo potrebbe essere migliore di questo? E’ meraviglioso per mille motivi: anzitutto per l’assunzione di responsabilità di cui ci parlava Rodhes nella splendida preghiera all’inizio. Mosè che si assume la responsabilità di risolvere la situazione, che sente di doversi mettere in mezzo e salvare anche 4 mentecatti. “Capo, riconosco il problema e mi impegno io a risolverlo“. Oltre a questo però c’è un’altra cosa paradossale: Mosè fa appello al valore della misericordia che considera vero fondamento dell’azione divina ed è disposto a rinunciare a tutto se non avesse avuto prova di quel valore. Abbiamo sempre parlato di patto tra Dio e l’uomo. Ebbene qui Mosè tira fuori la sua copia del patto e ricorda a Dio che a pagina 15 c’è scritto che, qualunque sia la cavolata che l’uomo possa fare Dio si impegna ad essere misericordioso e perdonare. Mosè ricorda a Dio che, sebbene Dio possa, in linea di principio, disattendere qualunque patto, Egli ha scelto di sottoscriverne uno e di attenervisi, un patto in cui la misericordia era la protagonista assoluta in ogni virgola, in ogni iota. Se così non dovesse essere Mosè sarebbe pronto a chiamarsene fuori.  Pensandoci, non credo sia stata tanto una questione giuridica a convincere Mosè, quando il profondo amore per il Principale. Il Principale è modello di carità, modello di misericordia, modello di infinita bontà, punto di riferimento nostro fino all’assurdo, al paradossale. Quando una cameriera ci versa il caffè bollente sui pantaloni, in una zona molto sensibile per un malcapitato maschio, noi ci imponiamo di perdonare perchè ci riferiamo ad una idea di Perdono, la Sua, che è indicibilmente alta. Senza il Perdono Dio avrebbe perso molta di quella infinita stima di cui gode e avrebbe indotto Mosè ad andarsene. C’è un piccolo problema. Io non sono d’accordo con me stesso!! Una parte di me adora questa immagine del figlio che prende su di sè le responsabilità e fa ragionare un vecchio Padre, adora il fatto che il Principale possa svegliarsi con la luna storta e dire io sti qui li rado al suolo, salvo poi non farlo ovviamente.  Ma in me vive un filosofo razionalista, per me Dio non si incazza mai, Dio non si pente mai, Dio è semplicemente se stesso, imperturbabile, immobile. Rigurgiti del mio aristotelismo dei 20 anni. Come conciliare queste due immagini? Entrambe le amo moltissimo ma sono incompatibili. Fino a ieri avrei detto che sono semplicemente modi diversi di intendere il Principale, inconciliabili sia perchè appartengono a culture diverse, una ebraica e l’altra greca, sia perchè parlano a parti diverse dell’animo umano, l’una emotiva, l’altra razionale. Ma ieri, mentre stavo mettendo del sale su patate fritte un po’ sciape, mi tornò in mente una affermazione di Giovanni il Battista: “Conviene che egli cresca e io diminuisca” (Gv 3:30). Se proprio questo fosse il fine del Principale? Quello di farsi volontariamente da parte per fornire all’uomo occasione di provare sul campo il suo grado di maturazione? E poi ci sarebbe il problema di insegnare  cose importantissime per un uomo come la fruttuosità del dialogo, la grandezza del ripensamento, dell’ammissione di colpa quando si fa una mincxxxxta, la drammaticità della scelta del perdono. Come può un essere noiosamente perfetto insegnare tutto questo? Può dirlo, certamente. Ma le parole rischiano di entrare da una parte e uscire dall’altra, se non sono corredate da un esempio concreto. Ecco allora che il Principale sceglie di agire imperfettamente affinchè Mosè possa imparare dall’errore. Nel processo di maturazione educativa questo è molto importante. Mosè mostra di avere inteso il principio ultimo della creazione, la misericordia, nel momento più importante, proprio quando il Principale afferma (apposta) di volerne fare a meno. Ma non è solo questo. Mosè mostra anche di avere inteso il valore di un altro principio, strettamente legato alla misericordia, il sacrificio di sè. Mosè è il protagonista, l’eletto, il capetto, il figo del gruppo, il primo della classe. Il Libro lo vede come attore principale. La massima soddisfazione per un uomo. Mosè potrebbe sbattersene di quei 4 straccioni e godersi la sua meritata gloria. Ne avrebbe tutte le ragioni… potrebbe dire che Dio lo ha premiato per il suo contegno e che giustamente punisce i peccatori…. Sarebbe un concetto ineccepibile di giustizia, ognuno ha ciò che si merita… Invece no. La misericordia impone che fino all’ultimo ci si impegni per richiamare financo la centesima pecorella, che ci si sgoli sempre e comunque per dare agli ultimi una nuova possibilità di riscatto, di crescita, comprensione. E soprattutto che si faccia questo al punto di sacrificare noi stessi  e ciò che abbiamo più caro al mondo. E farlo oltretutto per della gente sostanzialmente irriconoscente, gente che prese in giro Mosè per 40 anni… eppure… vediamo uno che si sacrifica quotidianamente per gli uomini pur ricevendone in cambio odio e irriconoscenza. Ma non è forse questo ciò che il Principale fa per noi ogni giorno? Come dice Rodhes corre di qua e di là a tappare i buchi fatti da noi.. Tutta questa questa esperienza non è forse il modo migliore per far capire a Mosè cosa significhi agire ad immagine e somglianza di Dio. Misericordia, Sacrificio, Servizio, sono parole assurde, prive di ogni logica eppure esprimono il senso ultimo di tutta questa cosa che chiamiamo vita. Pensiamo a Gesù, nostro amato Maestro, la sua vita non è anch’essa un simbolo di questo sacrificio? E quel “Perdonali” di Gesù pronunciato di fronte ad altri quattro pirla che lo prendevano in giro sulla croce, non è forse un nuovo esempio dello stesso principio? Non è testimonianza di quanto il Maestro abbia fatto propria e riproposta questa difficilissima lezione di misericordia, sacrificio, servizio e perdono? Il senso di far fruttare il nostro talento è proprio questo. Si tratta di far nostre nello stomaco queste lezioni che nessun banco di scuola può davvero insegnare, si tratta di comprendere il senso ultimo della creazione, ed esserne agenti di misericordia e di speranza. A nessuno di noi credo sia richiesto di emulare il coraggio di un Mosè o di un Gesù, ma è doveroso che ogni giorno il nostro animo venga nutrito, smosso, scosso nella preghiera da questi esempi in modo che possiamo essere ogni giorno di più degni portatori di quel seme divino che ci è stato donato e che la prossima volta che vediamo qualcuno peccare, invece di puntare il dito ed insultarlo in nome di Dio ci ricordiamo di questi passi e diciamo…. Signore è un peccatore ma perdonalo per favore.

Nasè Adam

 נַֽעֲשֶׂ֥ה אָדָ֛ם

Amen

Rob

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