Cari Amici, Una delle critiche che spesso fanno coloro che si accostino superficialmente all’unitarianesimo è che in una prospettiva unitariana passi come questo, che sembrano la più alta celebrazione della dignità e della divinità del Maestro, mostrando come egli sappia sconfiggere una delle più ataviche paure dell’uomo, quella della morte, perderebbero di sapore, di poesia e di significato, svilendo l’immenso valore del messaggio evangelico. A questa obiezione oggi risponderemo in due sensi. Dapprima diremo che nella nostra idea il Vangelo non è solo un farmaco, noi non crediamo al Maestro solo perchè abbiam paura della morte e lui ha mostrato di far cose mirabolanti. Noi non saremmo disposti ad accettare Gesù come Maestro in ragione dei soli miracoli. Il nostro interesse per il Maestro è dato dal fatto che condividiamo la portata e il valore della dottrina spirituale che Egli propone e su cui noi vogliamo formarci. Concentrarsi troppo sui miracoli perdendo di vista il percorso spirituale è per noi errore grave che non vogliamo commettere. Ma c’è di più, io preferisco non sprecare il nostro tempo sull’accertamento della verità dei miracoli, ma parlarvi di cose che attraverso passi come questo sono realmente successe non solo a un singolo individuo, Lazzaro, ma ai miliardi di persone che nel corso dei secoli si siano accostati a questi versi con sincera sete spirituale, e di cui io sono un umile testimone. Anzitutto iniziamo col dire che Resurrezione deriva dal greco ἀνάστασις e significa primariamente il risollevarsi o anche risvegliarsi.  Il discorso del Maestro è consapevolezza che mi permette di leggere la realtà quotidiana in maniera completamente diversa, la resurrezione di cui qui parliamo non è un evento a pannaggio di un unico fortunato nella storia del mondo, ma una esperienza aperta a tutti, purchè siano disposti a coltivare quotidianamente il dono spirituale che ci è stato dato.Ma ci sono altri significati del testo che hanno avuto un qualche rilievo nella tradizione unitariana: il primo collega l’esperienza di uscire dalla grotta, compiuta da Lazzaro, al platonico mito della caverna. Platone infatti sostiene che la nostra vita mondana sia, nella sua quasi totalità, paragonabile all’esistenza di schiavi cavernicoli vissuti al buio di una grotta. In questa prospettiva la filosofia sarebbe quell’esperienza capace di fare uscire gli uomini dalla grotta delle ombre materiali e fargli contemplare direttamente la natura spirituale. Reinterpretato dalla tradizione neoplatonica cristiana questo passo vede l’insegnamento del Maestro come quell’esperienza che permette al credente di uscire dalla caverna della sua quotidianità materiale per poter assaporare cristianamente il valore spirituale delle cose, esperienza su cui abbiamo riflettuto anche ieri nella meditazione del Sabato.Questo è dunque un secondo elemento che conferma la tesi iniziale: il passo non fa riferimento ad una esperienza estemporanea, un unicum capitato al solo Lazzaro, ma è una allegoria che descrive ciò che dovrebbe essere il nostro quotidiano rapporto col Vangelo, ossia come dare significato spirituale alle piccole cose quotidiane che facciamo. Ieri, se ricordate, riflettevamo su quanto il Maestro fosse stato bravo nel legare i propri insegnamenti a esperienze comuni quotidiane e concrete dei propri discepoli, insegnando a vivere la spiritualità in continuità con le altre esperienze della nostra vita e non come una esperienza a se stante i cui margini vengano costantemente erosi da cose più urgenti che non siamo capaci a gestire. Significativo è in questo senso l’azione del Maestro, quella di togliere il masso e schiudere per noi un percorso altrimenti precluso e impervio. Questa la portata della Lieta Novella Ma c’è anche un altro punto di vista, di estremo interesse: la grotta per gli antichi era uno dei luoghi privilegiati di incontro tra il Divino e l’umano. In questa prospettiva è molto significativa la posizione del fedele e del Maestro. Il Maestro non può vivere l’intimità e l’unicità dell’esperienza spirituale al posto nostro,  è questa l’intima individualità di cui così bene ci ha parlato Carnes, ma da un lato può accompagnarci alla soglia, metterci nelle condizioni di vivere l’esperienza nella maniera più viva e profonda, dall’altro può aspettarci all’uscita della caverna (platonica) e insegnarci come nel quotidiano si possano conciliare la vita spirituale e quella mondana. Come unitariani, meglio di altri avvaloriamo la peculiarità dell’esperienza del singolo, lavorando per ritrovare in essa la manifestazione profonda di un unico dono spirituale. La dottrina del Maestro ci insegna da un lato a coltivare con attenzione perseveranza e coraggio la nostra peculiarità spirituale, dall’altro a comporre queste singolarità in un armonioso disegno sociale che cristianamente chiamiamo Regno.C’è poi almeno un altra curiosità non da poco. Pensateci un attimo. Cosa sappiamo di Lazzaro al di fuori di questo capitolo? Nulla. Ebbene è mai possibile che il miracolo più figo sia capitato a uno sconosciuto?  Perchè proprio Lazzaro? Cosa aveva Lazzaro di particolare? Era solo fortunatissimissimo? Uno morto proprio mentre passava di lì l’unico in tutto l’universo capace di resuscitarlo? Mmmm non quadra. Forse doveva essere proprio Lazzaro in ebraico “Dio aiuta, supporta, soccorre”. Forse doveva essere proprio Lazzaro il protagonista perchè alla vera vita possiamo accedere solo se riconosciamo l’azione e la presenza dello Spirito dietro ogni esperienza della vita. Ma di cosa stiamo parlando quando diciamo “vita”? Ci sono due modi di intendere questo passo. Il primo è un approccio biologico quantitativo: terrorizzati dalla morte, molti leggono questo passo come un’estensione della vita biologica. L’attenzione non è posta al presente, all’aldiqua, ma al futuro, all’aldilà. La paura del futuro è tale che qualcuno vorrebbe assicurarsi una dilatazione infinita dell’aldiqua. Poco importa che oggi si viva male, che la vita oggi sia vuota, l’importante è che il domani sia uguale Non è questo il nostro caso, per noi la vita cui il Maestro ci risveglia deve essere anzitutto questa. Noi non ne facciamo un discorso quantativo ma qualitativo. Attraverso Gesù io mi impegno a far si che questa vita risulti finalmente profonda, significativa, compiuta. Attraverso il suo insegnamento io realizzo compiutamente quella straordinaria opera d’arte che è la vita di ciascuno. Io vedo nell’insegnamento di Gesù l’insegnamento più immediato per affermare la dignità della vita, da non spendersi a sonnecchiare pigramente vegetando, sotterrando il talento, ma da viversi di petto, profondamente, assumendosi in pieno le responsabilità di agenti di speranza, di lavoratori della vigna, quali siamo. Vivere significa affermare la nostra essenza spirituale, affermare la nostra ricerca del divino, impegnarci per l’altro in ragione della reciproca dipendenza. Questa è la vita vera, compiuta e responsabile. Questo il nostro impegno a svegliarci e coltivare il talento. E dopo? Dopo che avremo vissuto appieno questa sacra avventura come direbbe Ale? Cosa accadrà? Che ne so? Nessuno lo sa. Però mi fido del Principale. So che se questa avventura è stata così bella, la prossima sarà uguale, non meglio. Mi fido al punto che non voglio rovinarmi la sorpresa. Ma allora? che facciamo? Ci sprofondiamo su un divano e contiamo le pecore finchè non accada l’inevitabile, sprecando la bellezza del dono di questa vita per paura di non averne nella prossima, oppure decidiamo di goderci appieno, spiritualmente, moralmente il compito che ci è stato dato di lavorare per il Regno, per una società migliore, per una vita più equa è più giusta. La scelta è vostra. Però lasciate che vi dica che è in ragionamenti come questo che mi sento profondamente UU e profondamente fiero di esserlo. Lascio ad altri discussioni sul sesso degli angeli, sui gironi dell’inferno e sull’aspetto del Principale… io mi occupo di amarLo attraverso l’impegno a proteggere la Sua creazione, e ad educare i suoi figli a non essere riottose fiere ma opere d’arte spirituale, che per brevità chiamerò uomini. Allora iniziamo a farlo quest’uomo…. al resto penseremo a tempo debito.. Nasè Adam  נַֽעֲשֶׂ֥ה אָדָ֛ם Amen Rob

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