Quando “religione” significava per me “taoismo” e mi dilettavo in varie pratiche dall’estremo oriente, ero solito rispondere a chi mi chiedeva se io pregassi, che il Chi Kung era la mia preghiera.  Una pratica yogica non corrisponde certo all’idea che noi tutti abbiamo della preghiera. Ma il primo motivo di questa mia risposta era nelle difficoltà che avevo (e che per molti versi ancora ho) con l’idea tradizionale della preghiera.

La prima difficoltà è quella implicita nel rivolgersi a qualcuno o qualcosa che non vedi, come Dio o lo Spirito o chi per essi. A quei tempi la mia idea del Divino era molto più impersonale di quanto non lo sia ora. La preghiera tradizionale sembra avere senso solo rispetto ad una Divinità personale che intervenga sul mondo con mezzi soprannaturali. Ma per me il Divino agiva ed agisce attraverso la natura e attraverso le sue creature. Soprattutto, però, è nell’idea del richiedere un tale intervento che mi sembrava emergere una visione individualista e partigiana della religione, che mi appariva in contrasto con quell’idea di apertura e slancio verso l’altro.

Avvicinandomi alla realtà variegata dell’unitarianesimo italiano ho potuto cambiare progressivamente idea, non tanto rinnegando quanto credevo dell’idea tradizionale di preghiera, ma giungendo pian piano a capire che la preghiera può essere qualcos’altro.

Ce lo dicono già le tradizioni da cui il nostro movimento ha origine. Per l’Universalismo cristiano Dio ci ama sempre e comunque e non ha bisogno certo delle nostre preghiere per essere mosso a mostrare questo amore; né, d’altronde, la religione ha il fine di ottenere premi o ricompense, magari attraverso la devozione della preghiera. Per l’Unitarianesimo, invece, Dio non agisce per via sovrannaturale, ma attraverso la risposta creaturale ai doni che Egli ha riposto nelle creature tutte e negli esseri coscienti in maniera particolare; per cui non è nella querula richiesta dell’intervento di un “deus ex machina” che l’essere umano assolve alla vocazione dello spirito.

Allora a cosa serve pregare, se non c’è una “divinità” da invocare per il nostro favore?

Col tempo e con la frequentazione del nostro movimento mi sono reso conto che in quella mia provocatoria e paradossale frase, “il Chi Kung è la mia preghiera”, si intravedeva una verità che andava oltre un rifiuto, quello di ciò che tradizionalmente è inteso come preghiera. Perché il Chi Kung è un’esperienza di “ricostituzione”, della nostra persona, delle nostre energie, della nostra piena possibilità, ed al contempo di “unità”, dei diversi lati della nostra persona, con le energie dell’universo, con l’amore che pulsa in ogni atomo della creazione.

La scienza ha dimostrato, in diversi esperimenti e misurazioni, come la preghiera e la meditazione abbiano dei benefici enormi per la persona. Non è mia intenzione ridurre la preghiera ad una pratica “new age”, da praticarsi in una “spa” per stare semplicemente meglio con se stessi. Tutt’altro: è proprio perché nella preghiera noi esprimiamo il nostro senso di gratitudine, di dipendenza, di una condizione di possibilità che non risiede soltanto in noi, che essa ci libera dal delirio della nostra onnipotenza e ci ricostituisce nella possibilità piena del nostro essere, che è possibilità vasta, certo limitata, ma proprio per questo disposta ad un gioco di squadra con la fatica e la bellezza del resto del mondo. Probabilmente avrete sentito dirvi qualche volta: “Rilassati, Dio c’è, ma non sei tu” da chi ha voluto riportarvi alla realtà di fronte alla vostra convinzione che il destino del mondo dipendesse solo e soltanto da voi. Ed è un po’ così con l’umiltà a cui ci spinge la preghiera.

Ed il senso di unità, di connessione con la Vita Infinita e con ogni vita nell’infinito, che sperimentiamo nella preghiera, trasforma quella “esigenza antropologica” a far squadra con il mondo in vocazione morale e spirituale, in chiamata ad un impegno per vivere nella comunione con il mondo la nostra comunione con lo Spirito.

Pregare significa connettersi alle energie della vita e ritrovare la possibilità piena del nostro essere. Pregare significa connettersi allo slancio di unità tra tutti gli esseri, in cui trovare la direzione del nostro “dover essere”.

Forse non può esistere un’unica risposta alla domanda “pregare chi?”, ma, che sia Dio, lo Spirito o la profondità di noi stessi in cui risieda un’ontologica esigenza di apertura all’Universo.

Magari non sempre, magari quando essa è talmente sentita e sincera da riuscire a vibrare in risonanza con le corde del nostro animo, nella preghiera possiamo vivere una miracolosa esperienza di sintonia, nel senso che noi diamo alla parola “miracoloso”, ossia di qualcosa di epifanico rispetto all’agire incessante della vita. Nella preghiera possiamo sperimentare, cioè, quell’unità tra “essere” e “dover essere” che è in fondo la ricerca esistenziale di ogni essere umano.

Qualche giorno fa, in risposta ad un post che riportava una citazione di Nietzche, che asseriva di non poter credere in un Dio che avesse bisogno di essere pregato tutto il tempo, ho scritto che “pregare è come accendere una luce in una stanza. Alla lampadina non gliene frega nulla di essere accesa, ma a te sì”. L’Infinito Spirito di Vita “è la nostra luce. Non ha bisogno di essere pregato, ma ne abbiamo bisogno noi per accendere la luce nella stanza della nostra vita.”

Ed è così, perché solo nella luce dello Spirito possiamo essere davvero noi stessi. E solo nel sentiero segnato da questa luce possiamo al contempo essere migliori.

Naasè Adam,

Alessandro

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