Le letture evangeliche del Venerdì Santo possono essere lo spunto per affrontare innumerevoli nodi dell’esistenza, dalla sofferenza al male, dall’abbandono al mistero, fino a temi più sociali quali l’ingiustizia e la perversione del potere. Stasera vorrei affrontarne uno: quello della “debolezza”.

Pensiamo a quanto debole appaia Gesù lungo tutto il cammino che lo conduce alla crocifissione e quanto ancor più lo sia inchiodato al legno della propria umana ed ingiusta sofferenza. Osserviamo quanto debole appaia, nondimeno, Dio agli occhi di ebrei e pagani, abituati a vedere il Divino attraverso i segni della potenza. “Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, affinché lo vediamo e crediamo”, dicono gli scribi con aria beffarda. E né Gesù, né Elia, né Dio rimuovono quel corpo martoriato da quello scenario di ignobile scempio. Eppure, allo spirar di quell’uomo, nell’eco del suo ultimo grido, “il velo del tempio si squarcia in due, dall’alto verso il basso” e Dio rivela il suo farsi accanto al suo Figlio. Non nella gloria della vittoria, ma nello scherno della sconfitta.

Dio si fa accanto non alla forza dei vincitori, ma alla debolezza dei vinti.

Non è, però, troppo complicato? Non sarebbe meglio che Dio tirasse fuori i muscoli e facesse vedere ai cattivi di turno di che pasta è fatta la Sua giustizia? Spesso ce lo aspettiamo anche noi oggi, di fronte alle ingiustizie ed alle sofferenze di questo mondo. Ma, che sia per scelta o per natura, che Egli sia persona o solo energia spirituale, il Vangelo ci suggerisce di guardare i meccanismi del mondo con altri occhi. La debolezza di Dio è essa stessa messaggio del Regno, dove ognuno sarà incluso senza vincitori o vinti, senza forti che prevarichino i deboli. La debolezza di Dio è, al contempo, lo spazio della nostra libera risposta, è il segno di un mondo dove l’ingiustizia è attesa da completare con il lavoro delle mani dei coltivatori di pace e con i frutti d’amore che essi sapranno produrre.

Questa è una coscienza spirituale che travalica la visione metafisica di Dio e che ritroviamo altrove, lì dove l’esperienza spirituale è consapevolezza del flusso della vita in cui siamo immersi, proprio perché la vita è potentemente in moto, ma indubbiamente lontana dalla perfezione. Così la saggezza del Tao Te Ching ci ricorda che il rigido, il duro, il forte sono compagne della morte e della distruzione, mentre il molle, il tenero ed il debole si accompagnano alla vita. E’ il movimento del Tao, che sospinge ogni cosa verso la sua realizzazione, ma non si impone mai, non forza mai alcunché a strade che non gli appartengono.

Si tratta di due modelli della “debolezza divina”, senz’altro differenti, ma accomunati dalla coscienza del divenire e della perfettibilità del mondo, in senso storico quello cristiano, in senso naturalistico quello taoista. Ma questo ha qualcosa a che fare con la “debolezza umana”?  Riprendendo una favola dei Cherokee, la Reverenda Megan Foley ci parla efficacemente di due lupi che albergano nell’animo umano, il primo votato al bene, il secondo votato al male, per dirci come l’essere umano sia capace tanto del bene quanto del male e che la fede UU nella dignità di ogni persona non è negazione dell’incontrovertibile capacità di fare del male di noi esseri umani, ma scommessa sulla capacità del lupo buono di venire fuori. E’ una divisione senz’altro troppo netta, ma ci è utile per caratterizzare la debolezza umana. Vi è, infatti, da un lato la debolezza del “lupo cattivo”, della tentazione, del nostro scivolare nelle insidie dell’egoismo e metterci inconsapevolmente al suo servizio; e vi è, dall’altro, la debolezza dei nostri mezzi nel far venire a galla la luce divina che è in noi, di nutrire il nostro “lupo buono”.

La debolezza del “lupo cattivo” è quella dei soldati romani, che si spartiscono le vesti giocandole a dadi. E’ la debolezza di coloro che si credono forti secondo le logiche del mondo e che altro non sono che giganti d’argilla di fronte alla verità eterna dello Spirito. E alla luce di questa verità la debolezza del più timido “lupo buono” diviene, invece, forza. Perché attraversare la sofferenza rende più forti e più consapevoli di come la strada sia accidentata; e perché nella debolezza dei nostri strumenti impariamo ad apprezzare quella dolcezza, che fa venire fuori la forza della vita che è al nostro fianco. Che è quella del Dio che si pone accanto alla nostra croce o del Tao che accompagna l’apertura del nostro cuore come quella della persona che ci ama, dell’amico che non ci abbandona o della santità sconosciuta di chi gratuitamente si pone al servizio degli altri.

Naasè Adam,

Alessandro

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