Cari Amici,

Su questo tema mi ero soffermato esattamente un anno fa, prima che un gentile hacker manifestasse la sua pietà religiosa dedicandosi alla guerra telematica contro gli infedeli e cancellandoci tutto il sito. Con il suo permesso dunque vorrei riprendere le fila di un discorso finito nell’oblio. Vi pregherei dunque di salvare queste mie parole onde evitare di doverle annualmente ripetere. Oggi sono qui per sfatare un mito, quello secondo cui gli unitariani credano nell’intima bontà di ogni persona e vengano quotidianamente presi in giro per l’azione di un male che essi si rifiutano di riconoscere. Hawthorne ha scritto Valgioconda nel 1852. La trasposizione letteraria è indice di un tema molto dibattuto in quegli anni. Oggi voglio mostrare come esso fu recepito e dibattuto dal Vescovo Joseph Ferenc nell’edizione del Catechismo del 1864. Anzitutto partiamo da un presupposto: Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo.(Mc 10:18). Gli unitariani non credono  ingenuamente nell’intima bontà di ogni uomo, per il semplice fatto che la perfezione non è di questo mondo, e la bontà perfetta, assoluta e totale appartiene a Dio solo. L’istruzione 52 ci dice che la coscienza ci incoraggia verso il bene. Il bene è dunque un obiettivo non un possesso. E’ un orizzonte al quale tendere e che non sarà mai completamente raggiunto. L’essere Figlio di Dio, similitudine, non semplice immagine, è un compito rimesso totalmente nelle mani dell’uomo, che può dunque legittimamente rinunciare ad esso. Il mondo è dunque pieno di gente che ha rinunciato alla possibilità di incamminarsi verso il bene, anche gli unitariani lo sanno!. Come procedere in questo cammino? Saul giustamente ne parla come di un esercizio (At 24:16) paragonando implicitamente la coscienza a un muscolo. La bontà non è dunque un comodo possesso ma il risultato di un faticoso esercizio cui l’uomo deve scegliere volontariamente di sottoporsi, allenandola come si farebbe come con un muscolo. Vediamo meglio dunque tre possibili scenari di questo esercizio e parliamo di scarsa coscienza quando il muscolo è poco allenato, di cattiva coscienza quando facciamo tanto esercizio ma poi alla fine la nostra forma non migliora di un grammo,  e di incoscienza quando il muscolo si stira. Per scarsa coscienza intendiamo una condizione abbastanza comune, che tutti prima o poi sperimentiamo: l’idea di alzarci e fare 7 km di corsa, salvo poi fermarci al bar dopo 400 metri con gli amici. Tutti a modo nostro vorremmo essere santi, non lo è quasi nessuno. Ora vi svelo una cosa per cui verrò bruciato quanto prima: non c’è richiesta la perfezione, se il Principale ci avesse voluto santi non avrebbe fatto il pesto. Il Principale ci chiede però tre cose: di non essere preso in giro, di essere coerenti e di migliorarci ogni giorno di più. Cosa intendo per preso in giro? La storia del signor Pino che non si perde nessuna domenica a messa, salvo poi venire alle mani per questioni di parcheggio davanti alla chiesa. Se la presenza in chiesa deve essere una parentesi di ipocrisia in mezzo a una vita di liti botte bestemmie e insulti… state a casa. Cosa intendo per coerenti? Se sto in un gruppo che afferma di riconoscere la dignità intrinseca di ogni persona, non posso poi usare quel gruppo per insultare qualcuno. Cosa intendo per migliorarci? Che uno in una palestra come in una chiesa ci va per lavorare su di sè ed uscire di lì ogni volta un poco più in forma. Stare in palestra limitandosi a leggere il giornale o a far la fila alla macchinetta del caffè è anch’essa una sottile presa in giro, cui il Principale, che legge nei cuori, è particolarmente sensibile. Mi sembra chiaro no? Però attenti a non sbagliare per eccesso e chiedere a voi stessi esercizi troppo complicati.La bontà deve essere uno stato dello Spirito che mediamente traspaia dai vostri atti e dalla vostra semplice presenza. Non è un interruttore da accendere e spegnere, una recita della domenica mattina per espiare i bagordi del sabato sera. Fate ora attenzione. La Bontà, come muscolo, è soggetta ad affaticamento e ad esaurimento.  La pazienza ha un limite. Non dobbiamo avere paura di riconoscerlo. Anzi, dobbiamo sapere quali siano i nostri limiti e lavorare non superarli mai, cercando ogni giorno di ampliarli. Al signor Pino sta sull’anima la suocera, la cosa è reciproca. Il signor Pino il giovedì ha una giornata stressante di colloquio settimanale coi capi e coi fornitori.  L’idea di andare a cena dalla suocera il giovedì sera potrebbe essere evitata… Essere buoni significa anche questo: saper riconoscere in quali momenti sia per noi più difficile esprimere la nostra intima bontà e lavorare per gestirli al meglio, evitando esercizi che non siano alla nostra portata. Questo per la scarsa coscienza.Accanto ad essa abbiamo indicato anche una incoscienza, un muscolo stirato, persone con gravi disturbi psicologici che non possono essere giudicati secondo parametri consueti, sarebbe illogico e immorale. Infine abbiamo indicato una cattiva coscienza, persone che si esercitano per tante tempo senza far lavorare i muscoli correttamente, quindi sostanzialmente buttando via il proprio tempo. Io posso passare tutta la settimana davanti alla statua di San Siro pregando per l’Inter, ma i risultati non sarebbero proporzionali, posso  essere scrupoloso nell’astenermi dall’alcol, ma se poi il tempo che guadagno lo uso per sparare al vicino di casa in nome di Dio, avrei fatto meglio a ubriacarmi. Su questo non è però giusto che io dica molto perchè è giusto che sia il singolo a dire se una certa pratica stia facendo lavorare i propri muscoli o no. Cosa dunque ci lascia tutta questa metafora paolina? La necessità di una educazione, dell’impegno per far crescere persone buone in una società più equa e giusta. La bellezza di vedere nell’altro non un prodotto buono, fatto e finito, ma uno splendido seme di bontà, che è nostra responsabilità aiutare a crescere e a realizzare. Che cos’è il Regno, se non la volontà che questa forma d’arte si esprima compiutamente, che questo miracolo avvenga? La bontà è in fondo anche vedere la realtà con occhi nuovi, gli occhi dello spirito. L’uomo buono non è un participio passato ma un imperativo. Tocca a noi scegliere, liberamente come sempre. Allora facciamolo quest’uomo buono, lasciamo che la bontà sia visibile in noi e attraverso di noi.

Nasè Adam  נַֽעֲשֶׂ֥ה אָדָ֛ם

Amen

Rob

 

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