Cari Amici,
Cito questa famosa opera di un autore di tradizione UU Ray Bradbury (chiedo scusa ai puristi se non ha mai voluto farsi ritrarre con un calice tatuato sulla spalla) per pormi due interrogativi scomodi: avrebbe la chiesa potuto far di più ai tempi della seconda guerra mondiale? Potrebbe far di più oggi nel tempo della crisi, delle guerre tra poveri e dei flussi migratori di disperati? Certamente sì, ma prima di esporre il mio pensiero voglio sgomberare il campo da un possibile equivoco: per chiesa non intendo questa o quella istituzione, non intendo chiamare in causa nessuno in particolare, nè giudicare a posteriori l’operato di quanti non ho motivo di dubitare che abbiano agito facendo il loro massimo. Per chiesa intendo la comunità spirituale dei credenti, senza ulteriori etichette, in questo includendo ciascuno di noi. Cosa potremmo tutti far di più e perchè non lo facciamo? Potrei occupare il tempo che rimane a denunciare l’ipocrisia di quanti fan finta di non vedere soluzioni ovvie anche se scomode, ma preferisco dedicare questo spazio a riflettere su un fraintendimento legato al concetto di trascendenza . Una delle definizioni di chiesa che apprezzo di più è infatti quella di comunità di quanti vogliano vivere e condividere una esperienza di trascendenza . Il problema tuttavia è capire cosa questa frase significhi. Trascendenza deriva dal latino trans-ascendere, risalire al di là. Come sempre, credo se ne possa dare una accezione mondana ed una spirituale. Da un punto di vista mondano la trascendenza è risalire al di là e al di sopra di ogni esperienza, giungendo a un mondo ulteriore in cui tutto si aggiusterà e che dà senso alla predicazione e alla sofferenza. La chiesa, ogni chiesa, si è fatta ambasciatrice di questo aspetto, si è resa via d’accesso e interprete di questa realtà ultima, implicitamente disinteressandosi della penultima. Se ascoltassimo i sermoni del 90% di colleghi molto più titolati di me, troveremmo un sacco di indicazioni molto precise su come sia fatto il Paradiso, su come andarci, e su come i cattivi saranno colà puniti dando a noi la giusta ricompensa, una specie di vendetta postuma, per le angherie subite quotidianamente. Dicono: Non ti preoccupare se muori di fame, se lavori 50 ore al giorno per una misera paga mentre vedi chierici e potenti prosperare… sta tranquillo che verrà il giorno…. tanto per citare Fra Cristoforo, in cui tutto andrà a posto, tu godrai su un amaca con una caipirinha e loro bruceranno all’inferno Ho sempre trovato questo discorso ridicolo e insoddisfacente, non foss’altro perchè chi lo fa promette cose che non è in grado di mantenere, e quindi mente sapendo di mentire. Se la chiesa, qualunque chiesa, fosse solo questo, meriterebbe tutte le critiche che mediamente riceve, poichè sarebbe davvero un oppio per il popolo. MA, per fortuna, esiste un secondo significato, più spirituale, di trascendenza, che la invita a restare in ambito umano e a risalire a quelle caratteristiche a priori che rendono gli uomini, uomini, a priori rispetto ad ogni distinzione di razza, di cultura, di sesso, di orientamento, di censo…. La chiesa deve essere quell’esperienza in cui ci alleniamo a riconoscere nell’altro un essere umano, andando al di là delle contingenti esperienze che, per un motivo o per l’altro ce lo rendono sgradevole. Marco Aurelio nei suoi pensieri diceva che per capire una questione spesso bisogna osservarla da lontano, la si vedrebbe minuscola e insignificante, e sarebbe più facile risolverla. Se guardassimo la Terra con un potente telescopio cosa sarebbero i nostri problemi? Quanto sproporzionati, quanto insignificanti apparirebbero una volta che la distanza avesse annullato i particolarismi geografici e culturali che oggi vediamo come muri? Quanto vicine sembrerebbero le carestie che affamano intere zone del pianeta, e quanto colpevoli sembreremmo noi a voler non vedere e non risolvere. Quanto stupida sembrerebbe una guerra portata avanti in nome di divinità che predicano la pace? Quanto chiara sarebbe la necessità di una più razionale gestione e distribuzione delle risorse? Quanto opportuna una azione concreta che abbia questo sguardo marziano, d’insieme e trascenda i particolarismi di una piccola regione per agire per il bene dell’intero? La chiesa qualunque chiesa dovrebbe trascendenza anche in questo senso,quell’esperienza che ci dona quello sguardo, che ci porta su Marte, che ci permette di agire per il bene del Tutto e non di una piccola insignificante aiuola. La chiesa dovrebbe essere una voce critica e scomoda, di rinuncia agli eccessi, di denuncia e di impegno missionario, la voce di Dio nel mondo di oggi, il Dio degli ultimi, degli indifesi, degli indigenti, dei nuovi schiavi  Invece? Invece questo sguardo universale è stato perso e frainteso quasi del tutto e assistiamo a sconfortanti derby della fede in cui in si distruggono a cannonate i resti delle culture precedenti o si insegnano in Africa e in Cina lingue morte in Europa. In molte parti del pianeta non è molto chiaro se ci sia stata davvero una scelta tra Dio e Mammona. Il compito della chiesa allora quale dovrebbe essere oggi come allora? Semplice nella sua difficoltà

1) una catechesi della pluralità che metta al centro della propria educazione e della predicazione il fatto che antropologicamente sulla terra coesistano culture diverse tutte egualmente degne; che l’infinita bellezza del genere umano, ciò che davvero lo rende simile al Divino sta proprio in questa pluralità.

2) Una catechesi che promuova la conoscenza di esperienze diverse, poichè l’ignoranza è terreno fertile per la barbarie

3) Bisogna insegnare a riconoscere la miopia, l’ipocrisia e la grettezza morale di quanti urlano stiano a casa loro, come se i problemi si risolvessero tappandosi le orecchie. Bisogna creare un clima  per cui le ruberie, il malcelato razzismo, l’ostentazione di ignoranza come buon senso, non siano utili ai piccoli demagoghi solo per dimostrare quanto poco abbiano compreso e utilizzato dei doni di cui hanno beneficiato, e quindi siano al massimo un esempio negativo

4) Una catechesi che smascheri le ideologie di morte, le scuole di kamikaze ad ogni latitudine ed agisca in loco per portare aiuto e speranza

5) Una catechesi del dialogo in cui l’altro non sia un terrorista da guardare con sospetto ma un uomo come me, con una famiglia, dei sogni, delle aspettative, con un nome ed futuro

6) Una catechesi dei valori universali che possano essere declinati in diverse culture senza mai essere disattesi

7) Bisogna insegnare che la pluralità non va solo accettata, sarebbe già una gran cosa, ancora purtroppo di là da venire, ma anche garantita, con un impegno al sacrificio che debba partire da noi, senza aspettare che si muovano i soloni della stanza dei bottoni.

8) Una catechesi delle risorse, perché al mondo saremo presto nove miliardi e le risorse sono le stesse di quando eravamo un miliardo solo

9) Una catechesi della condivisione delle esperienze altrui, che renda disponibile, comprensibile, tollerabile e istruttivo ciò che è diverso da noi

10) Una catechesi dell’agire responsabile che ci porti davvero ad agire sempre più spesso come se la nostra azione particolare dovesse valere come norma universale

I puristi diranno che ho speso 1158 parole senza mai nominare Gesù o il Vangelo. Lo riconosco. Riconosco di non aver potuto, riconosco di aver rilevato la necessità di ribadire ciò che per il Maestro, circondato da pagani, peccatori, nicodemi, puttane e lebbrosi, sarebbe stato l’ABC. Riconosco che senza queste fondamenta di apertura, lavoro interiore e accettazione, qualsiasi discorso spirituale sarebbe privo di senso e quindi è necessario ogni tanto ribadirlo.

Nasè Adam  נַֽעֲשֶׂ֥ה אָדָ֛ם

Nel fare l’uomo ricordiamoci che se dimentichiamo gli ingredienti appena citati avremo creato dei trogloditi dell’età della pietra destinati ad autodistruggersi in un 50ennio. Preghiamo dunque di aver la forza di dar voce alla speranza in quei piccoli spazi quotidiani in cui odio e discriminazione sembrano l’unica moneta possibile

Amen

Rob

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