(I)
La Bibbia ci parla spesso di schiavi, di come trattarli, di come gestirli e affiancarli. Ma cosa possono voler significare per noi questi versi? Sono parte di un retaggio culturale desueto, chiara dimostrazione di quanto possa essere errato prendere la Bibbia alla lettera? Mi pare lampante.
In ogni caso dobbiamo fornire una spiegazione attuale e contemporanea che possa permetterci di capire cosa significhi essere schiavi al giorno d’oggi. La partita sembra conclusa ancora prima di cominciare: schiavo (עָ֫בֶד ebed) e lavoro (עָבַד abad) sono la stessa parola. Quindi, in perfetta sintonia con la mentalità del mondo antico, uno schiavo è colui che ha bisogno di lavorare per vivere. Questa linea di pensiero è tuttora operante: ancora oggi infatti, letteralisti ebrei e cristiani predicano di lavorare di meno e pregare di più. Il lavoro sembra essere ciò che distoglie dall’adorazione del Principale ed è quindi visto come un impiccio, squalificato degradato. Ma è proprio questo che dobbiamo predicare ai giorni nostri? L’idea di lavorare di meno e pregare di più di non lasciare che le cure mondane ostacolino la relazione fondamentale col Principale, avrebbe una sua legittimità se e solo se fosse inscritta in una dottrina più generale che contempli la necessità per un padre di lavorare per mantenere la propria famiglia. Facciamo dunque chiarezza analizzando bene la parola schiavo. Chi è uno schiavo? Iniziamo col dire che è

I] Che l’interpretazione tradizionale non funzioni ce lo conferma la prima occorrenza di עבד che ricorre in Gen 4:2 Abele fu pastore di pecore; Caino lavoratore (עבד) della terra Come si vede non si fa riferimento a un aspetto sociale della schiavitù, ma ad uno psicologico e morale, a Caino che si lascia sopraffare dalla componente materiale ed essa da domabile diventa dominante. Ma vediamo meglio l’aspetto morfologico

II]
1) ע-בד colui che  vede ע  la vita come
a) בד frammentazione tante tessere di un mosaico di cui non riesca a vedere il disegno complessivo. Uno schiavo è dunque colui che non riesce a vedere l’interdipendenza, a sentirsi parte di un tutto
b) בד bad superficialità, vuotezza, sterilità. Lo schiavo si ferma alle spiegazioni semplici, alle verità monocolori, alle pure dicotomie, vero falso, noi loro. Vede la punta degli iceberg e ne ignora il sommerso
c) Leggendola in senso inverso בד ci dice che schiavo è colui che agisce in senso contrario rispetto al potere creativo evocativo di דָּבַר, la parola divina.
2) עב-ד La radice עב indica:
a) עב ab un fare un amministrare, un assecondare la componente creativa attraverso la componente cognitiva, un agire pratico supportato da raziocinio, che nello schiavo viene invece svilita e meccanizzata, orientata verso la ד di דָּלַל dalal, povertà impoverimento. Questo è uno dei punti qualificanti: lo schiavo non usa la componente ע, l’approccio cognitivo, come possibilità autodiscriminante ed autodeterminante, ma abdica ad esso, cedendovi e rinunciandovi
b) עב ab è anche la mia amata nuvola, in questo caso allegoria di tutta la realtà e della sua radice divina. In quanto nuvola la realtà può rappresentare sia qualcosa di materialmente vuoto e inconsistente, come vedrebbe uno schiavo, sia come un magma indistinto ma fertile di opportunità, una creatività potenziale da porre in atto, come lo vede un credente
c) בְּ֭דַעְ bedah conoscenza. Come abbiamo visto sopra, schiavo è colui che mixa e confonde i principi della conoscenza divina….

Si potrebbe continuare, ma forse conviene tirare primariamente le fila del discorso: alla dicotomia lavorare//pregare ne abbiamo opposta un’altra, quella di chi veda la propria azione come fondata spiritualmente, volontaria, autonoma e inserita in un contesto interdipendente di tutto l’esistente, che si oppone a quella di quanti agiscano secondo una prospettiva egoistica e limitata. Il problema non è il lavoro ma lo spirito con cui lo si compie e la prospettiva da cui lo si guarda. Non si tratta di non lavorare o di lavorare, ma di farlo avendo negli occhi il contesto spirituale in cui si opera, di farlo vedendolo come una occasione di crescita e di servizio in modo che possa avere una ricaduta anche da un punto di vista spirituale. Il lavoro deve essere in continuità con la nostra esperienza spirituale, espressione di essa, non tanto perchè una specifica mansione debba avere una valenza spirituale, quanto perchè con essa e attraverso essa, sentiamo  di vivere la nostra relazione col Principale e il nostro impegno a favore di tutta la rete interdipendente di cui facciamo parte. Non siamo schiavi nel momento in cui sappiamo ciò che facciamo, perchè lo facciamo e desideriamo farlo nella maniera più opportuna

Una osservazione in conclusione. Cosa si intende allora per affrancare uno schiavo? Nella nostra prospettiva è l’impegno a liberarlo dalla sua dimensione miope e solipsistica, aiutandolo, attraverso esperienze analoghe a quelle congregazionali, a sentirsi parte di una rete, aiutandolo avedere oltre le nubi, sotto la superficie, a tematizzare quel senso di disagio che è proprio di quanti non riescano a ritrovare il senso di ciò che fanno.

Impariamo dunque ad essere adulti, ad agire responsabilmente nel creato e per il creato, a voler vivere questo bellissimo dono della vita che ci è stato donato, apprezzandone le sfumature e sfruttandone le potenzialità.

Solo così potremo far davvero tesoro degli errori di Caino ed affrancarci da essi

Buon Sabato di preghiera e riposo

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