Cari Amici,
Abbiamo detto spesso che una delle chiavi di lettura dell’intero Evangelo è la formazione dei discepoli. Abbiamo detto spesso che l’Evangelo sta tutto tra due gesti, l’inginocchiarsi dei Magi all’epifania e il voltarsi dei discepoli a Pentecoste. Questa ricorrenza ci permette oggi di riflettere su un importante aspetto di questo percorso: il significato di dirci seguaci di Gesù. Cosa significa? Nella storia questa idea è stata ripresa in due modi.Il primo, il più immediato, per molti versi in voga ancora oggi, è stato quello di fare esattamente ciò che Gesù ha fatto nella sua vita, ripetendo gli stessi gesti. In questo senso, essere seguaci di Gesù significa rendere noi stessi il più possibile una copia di quanto pensiamo possa essere stata la sua vita. Questa idea ha tuttavia molti punti oscuri, che conviene qui ripetere brevemente. Se infatti questo discorso pare funzionare per questioni come il celibato dei preti e la proibizione del ministero femminile (due argomenti di per sè molto discutibili) esso lascia molto a desiderare per questioni riguardanti la lingua che Gesù parlava, i gesti che egli compiva, le cose che ha effettivamente insegnato, per non parlare dello stile di vita sobrio e povero che egli ha tenuto, molto lontano da quello di alcuni tra i suoi più importanti seguaci Per altri aspetti c’è da dire che, se venisse preso alla lettera a 2000 anni di distanza, l’insegnamento del Maestro sarebbe lacunoso e per molti versi inattuabile. I tentativi di integrazione posticcia, di interpretazione a posteriori, di estensione di norme a contesti impropri, danno risultati piuttosto parziali, creando la frammentazione che è sotto gli occhi di tutti Fortunatamente però c’è un altro modo di seguire Gesù: vivere la sua stessa esperienza spirituale, cercar di far crescere il seme spirituale che alberga in ciascuno di noi, tanto quanto fece lui. Questo non significa fare esattamente le stesse cose che egli fece, quasi fossimo pappagalli in ritardo, quanto piuttosto mutuarne lo stesso spirito critico, per coltivare nello modo l’esperienza spirituale in contesti che sono però storicamente culturalmente diversi. Se scegliamo questa strada, non è allora alla nostra abilità mimica che dobbiamo guardare, ma piuttosto a quanto e come riusciamo a lavorare dentro noi stessi per coltivare, affinare, rendere palese e autentica la stessa esperienza spirituale in cui si è cimentato Gesù con risultati cosi buoni. E come potremmo fare questo senza guardare a come i discepoli abbiano recepito ed applicato l’insegnamento del Maestro? Paradossalmente è proprio questo l’aspetto più importante per noi. Infatti, anche al netto di questioni metafisiche, supereroiche e miracolose, quand’anche ci limitassimo al solo individuo biologico Gesù, se fermassimo la nostra indagine alla sua sola persona, non potremmo comunque escludere che possa trattarsi di un evento unico al mondo, magari fortuito, o magari legato a un particolare talento irripetibile, così come lo sono stati quelli di un Leonardo o di un Einstein. Se invece consideriamo l’insegnamento del Maestro alla luce di un gruppo così eterogeneo di discepoli, tutto ciò che potremo trovare in loro di spiritualmente significativo sulla scorta degli insegnamenti di Gesù, potremo essere certi che saranno esperienze autentiche e ripetibili. Per questo nel periodo che precede la Pentecoste diamo così tanta importanza alle figure dei discepoli e, in particolar modo, all’esperienza dei 40 giorni che abbiamo ricordato Giovedì, parlando del giorno sacro. Cosa significa il 40 nella tradizione ebraica? Un curioso adagio rabbinico dice che 40 indica il tempo trascorso al cospetto di Dio. Cosa significa questa criptica affermazione? Cosa significa tempo trascorso? Esisterà mai un tempo non trascorso al cospetto di Dio? Cosa significa cospetto? esiste davvero una alterità tra io e Dio in grado di confinare il principale a tutto ciò che non sono io? Ovviamente no. Stare al cospetto di Dio allora cosa significa? Credo voglia dire accettare di guardarci dentro partendo da una prospettiva diversa e autentica. Per vedere cosa? Quanto siamo fighi? No, nessuno è figo tranne uno solo, il Principale. E allora cosa vedremmo? In esperienze come quella penso che certamente vediamo i progressi del nostro percorso spirituale, la crescita del nostro cammino di consapevolezza. Tuttavia non credo sia questo ciò che renda unica quell’esperienza, quanto piuttosto la percezione e l’accettazione della nostra finitezza.Al cospetto di Dio noi impariamo a guardare le nostre imperfezioni, le nostre ferite le nostre mancanze, e impariamo che, per quanto ci impegniamo a porvi rimedio esse non spariranno mai del tutto. Ma ancora non è solo questo l’esperienza del 40, penso che il 40 sia piuttosto il tempo in cui noi IMPARIAMO AD AMARE I NOSTRI DIFETTI. Impariamo a stare con la nostra fallibilità, la nostra imperfezione, amandola accettandola e offrendola al Principale. Stare 40 giorni al cospetto di Dio significa imparare a dire “Mio Dio amatissimo, io sono un casinista, vacillerò e cadrò tante volte, ma ti offro sinceramente tutto ciò che sono, difetti compresi, e ti prometto di impegnarmi ogni giorno per cercare di fare al meglio ciò che mi chiedi”. Solo un uomo che abbia accettato la sua ombra, la sua imperfezione, la sua finitudine, potrà essere un seguace sereno, senza ansia da prestazione e sindromi di perfezione. Senza accettare questo non ci può essere comunità. La comunità non è il luogo in cui si debba fare a gara a chi è più fico, a chi dica più padre nostri o a chi faccia più pellegrinaggi. La comunità è il luogo in cui si dà dimostrazione di saper amare l’altro, anche se casinista, e in cui si fa esperienza dell’essere amati nonostante i nostri difetti. Il Principale è il primo che ha amato i nostri difetti, avendoci creati fallibili. Dimostriamogli di saper amare noi stessi e il nostro prossimo allo stresso modo. Sappiamo che da qui a qualche giorno, questi stessi discepoli fonderanno quella chiesa di cui, per farla breve, facciamo parte anche noi oggi. Ma, per essere pronti alla missione, per andare davvero in mezzo alla gente a predicare, i discepoli devono dimostrare di essere degni, non facendo sfoggio di una perfezione impossibile, ma portando con dignità qualche ferita nel loro animo. Come eredi di quella tradizione noi non vogliamo rapportarci ai nostri padri, considerandoli esseri lindi e immacolati, invincibili guerrieri in un mondo ostile. Noi vogliamo pensarli come dei pugili suonati, che siano caduti, prima e dopo l’esperienza del Maestro, ma che abbiano saputo rialzarsi con dignità e determinazione, facendo tesoro delle proprie ferite, e mostrandole al prossimo come esempio di sofferenza comune e come invito a non ripetere lo stesso errore. Diciamo sempre di voler fare l’uomo. Oggi ci rendiamo conto di doverlo fare imperfetto, così come imperfetti ci ha fatti il Principale. Ci rendiamo conto di dovere compensare l’imperfezione nella creazione dei singoli soggetti con l’amore, profondo, gratuito e a perdere che noi abbiamo per queste creature imperfette. Allora facciamolo quest uomo, perla unica e irripetibile, proprio grazie alla sua imperfezione Nasè Adam נַֽעֲשֶׂ֥ה אָדָ֛ם Amen Rob

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