Cari amici
Vi confesso che questo passo l ho sempre trovato biograficamente complicato. Mia nonna mi diceva sempre che se avessi pregato e creduto Gesù mi avrebbe fatto camminare. Ricordo che un giorno a 8 anni presi un “bravo +” in un difficile dettato di grammatica (da piccolino ero una capra con la scuola) e mi sono addormentato felice, dicendo padre nostro, ave maria e l’eterno riposo, convinto che Gesù l’indomani mi avrebbe fatto star meglio… Invece…
Per una decina d’anni ce l ho avuta con Gesù… per essersi dimenticato di me. Ce l ho avuta con quel singolo paralitico fortunato che ha ricevuto una grazia mentre tutti gli altri sono costretti a rosicare… mi sentivo il capofila degli esclusi, pronto a denunciare brogli e favoritismi…
Poi, come vi ho raccontato Venerdi, iniziai a studiare simbologia e feci la pace con Gesù e sto povero paralitico
Da 38 anni era infermo. Cosa può importare che fossero 38 anni??? Mi direte… è tanto tempo, poverino… Ok ma perchè dirci l’età? Cosa c’entra il tempo? Fosse stato un ragazzetto di 5 anni, non sarebbe stato poverino lo stesso? Anzi, io sono infermo da 39 anni ormai, e se mi trovassi in una stanza con un altro bimbo infermo e ci fosse la possibilità di un solo miracolo… sono certissimo che vorrei che il bimbo ne fosse il beneficiario.E poi perchè 38? E poi perchè 38 e non 40 35 52? Alcuni commentatori sostengono che questo sia solo segno della volontà dell’evangelista di fornire più dati possibili a garanzia della storicità dell’evento, ma allora perchè non dirne il nome? Non darci maggiori dati per identificare il personaggio in questione? In ogni caso, anche se fosse vero, come sapete un testo sacro va letto a più livelli, quindi, quand’anche il senso letterale fosse anagraficamente accertabile e veritiero, ciò non esclude che ci siano altri livelli da esplorare.
Cominciamo dal principio.
La Porta delle Pecore A prescindere dal fatto che la porta non è riportata nel testo, è piuttosto palese il parallelo con un’altra parabola, quella del buon pastore, in cui si parla nuovamente di porta delle pecore. In entrambi i casi, quella di pecora è allegoria della condizione dell’uomo ingenuo che si voglia incamminare sulla via spirituale. Quell’uomo dovrà affrontare una esperienza molto difficile e pericolosa, che per farla breve, chiamerò vita.
Questa esperienza, però, non è una prova cui gli uomini siano indotti a cuor leggero dal Principale, senza alcun aiuto,non si svolge nel nulla ma nella חֶסְדָּא בֵּית Bet Cseda La casa della misericordia divina. I commentatori moderni fanno di questo nome un semplice appellativo per un ricovero di storpi, ma non è così. C’è molto altro.Ce lo dice l’architettura del luogo, una piscina, un luogo di raccolta appunto della misericordia divina. La vita non è solo prove e difficoltà, ma è anche misericordia, che è viva e presente, a un passo da chi voglia cercarla.
E dove si trova la misericordia divina? Nei 5 pilastri della Torah ovviamente. Sono proprio i 5 pilastri e la piscina a rendere bene la dimensione ricettiva del dono e il suo collegamento con il dono della Torah, facendo di questo passo un testo di Pentecoste.
Come si manifesta la presenza del Divino? La Bibbia ce lo mostra attraverso tutti gli elementi, abbiamo visto la nuvola, il roveto ardente ed ora l’acqua agitata. Questa agitazione ci dice tre cose della relazione col Divino: a) da un lato che Egli c’è, e i segni della sua presenza sono tangibili b) da un altro che questa presenza non è mai possesso statico e semplice, ma un rapporto dialettico e dinamico da tener vivo nell’attenzione dell’uomo c) da un terzo, infine, che esso implica un atto volontario da parte dell’uomo di andare verso Dio, mostrando volontà libera, autonomia e assenso.Però gli uomini devono andare incontro a una sostanziale mancanza di volontà, una infermità che può avere diverse ragioni a seconda che interessi la sfera cognitiva, quella emotiva, o quella pratica. Nel primo caso avremo chi soffre di mancanza di forza per cecità, ossia mancanza di volontà dovuta al non vedere e quindi non sapere, un problema squisitamente cognitivo. Accanto ad essi ci sono gli aridi, un po’ frettolosamente identificati nei paralitici, i quali invece, pur avendo consapevolezza razionale di ciò che dovrebbero fare, non hanno la spinta emozionale/emotiva per tradurre in pratica ciò che sanno… Ad esempio, conoscere la Bibbia a memoria non fa di per sè di nessuno un buon cristiano, se a ciò che si conosce non si aggiunga, la carità, l’amore, il trasporto emotivo. Infine ci sono gli zoppi, quelli che nel tradurre in azione ciò che hanno appreso e sentito, non sempre raggiungono l’obiettivo per una determinazione troppo debole. In questo percorso verso la presenza divina Gesù incontra un uomo che soffre di astenia da 38 anni. Chi è quest’uomo? Se noi contassimo i versi della Torah dall’inizio e ci fermassimo al 38esimo, questo sarebbe Gen 2:7 Dio il SIGNORE formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo divenne un’anima vivente. Se parallelamente usassimo l’accortezza di contare gli anni come secoli e retrocedessimo di 38 secoli dai tempi di Gesù, arriveremo al 3761, data della Creazione secondo il calendario ebraico. Entrambe le vie hanno un unico punto di arrivo, Adamo, non tanto quale personaggio dell’Eden, quanto piuttosto come simbolo della condizione generale dell’uomo, di ogni uomo. Cosa aspettava quest’uomo? Riscontrata la difficoltà, egli non riusciva a completare il percorso da solo, simbolo di una dottrina, quella formalista e individualista del tempo, non più in grado di fornire conforto spirituale. Chi sarebbe stato in dovere di aiutare, fuor di metafora possiamo pensare ai responsabili del servizio spirituale, pensavano esclusivamente per sè, senza avvicinare le persone alla Parola. Non così il nostro Maestro, il quale interroga il credente chiedendogli “vuoi guarire?” che può anche essere tradotto con “vuoi essere virtuoso?” . L’esame del Maestro è fondamentale per capire quale fosse la causa dell’astenia. La risposta evidenza un errore diviso in 3 parti: a) quando l’acqua si agita, b) nessuno mi aiuta, c) ed altri prendono il mio posto.
L’errore del fedele in questo caso è attendere un segno dall’esterno, non importa se divino a), o umano b-c). Egli è ostacolato da una dimensione etoronoma per cui aspetta che qualcosa succeda, che qualcuno (Dio o uomo) intervenga. Certamente dobbiamo supporre che il Maestro con l’Evangelo abbia corretto eventuali storture cognitive che erano parte del problema, ma soprattutto che Gesù abbia insistito su quale dovesse essere il principio dell’azione che non deve provenire dall’esterno, ma dall’interno dell’individuo. L’uomo non deve aspettare che qualcosa succeda, di umano o di divino che sia, ma deve essere il primo ad agire, a muoversi, spontaneamente, responsabilmente, e volontariamente, manifestando chiara intenzione dell’incontro, con Dio e con l’altro. Ecco che allora il Maestro, non tocca, non cura, ma indica la via per la guarigione, in senso orizzontale verso l’altro (Cammina) e in senso verticale verso Dio (Alzati). Alzati qui è molto interessante Ἔγειρε egeire che viene usato non solo per il risveglio in senso fisico ma anche per quello in senso spirituale, svegliati, in un richiamo di consapevolezza. Ciò che deve essere chiaro al fedele è che la presenza divina è in ogni dove, non c’è bisogno di aspettare che l’acqua tremi. Se sapremo cercarlo con volontà, determinazione, spontaneità e autonomia, il Principale si manifesterà ovunque, senza dover aspettare la superstizione bigotta di questo o quel rito paganeggiante che lo identifichi in un singolo posto o oggetto (piscine amuleti e simili) Una volta ritenuto questo concetto il fedele sarà in grado di agire autonomamente e sarà guarito.
Prendiamo anche noi esempio da queste parole di Gesù e lasciamoci guarire, auguriamoci di aver la forza di non aspettare che qualcosa accada, un segno dall’esterno, ma muoviamoci con determinazione per essere noi stessi il segno che aspettiamo.
Nasè Adam נַֽעֲשֶׂ֥ה אָדָ֛ם Amen Rob

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