Dalla pratica meditativa penso che ciascuno possa aspettarsi almeno tre cose:
a)
che nutra il proprio senso spirituale, qualunque sia il nome che ad esso si voglia dare, una pratica che, nel farsi, non perda di autenticità e significato, ma se possibile lo acquisti, rendendo addirittura l’esperienza sempre più autentica, coinvolgente, profonda gratificante, nella ricerca di senso. Per affrontare al meglio la questione dobbiamo porci prima da un punto di vista logico poi da uno emotivo. Logicamente la nostra percezione del reale è differente e mutevole. La pratica spirituale, essendo diretta espressione di tale percezione, non potrà che essere altrettanto differente e mutevole. Tra i due ambiti non sembra però di fatto esserci sincronia: l’indagine sulla verità è orientata verso il progresso e il continuo aggiornamento, mentre l’approccio spirituale sembra tender all’immobilismo e alla tradizione. Sono due prospettive che viaggiano in direzioni diverse a velocità diverse. Qui abbiamo l’interessante rilievo della Davidoff nel passo che abbiamo letto. Sebbene la verità sia per noi un orizzonte certo e sicuro (io posso certamente dire che da un punto di vista squisitamente formale la verità sia nella Bibbia, nel Corano o nei Veda), da un punto di vista puramente pratico la mia consapevolezza di questa verità sarà sempre parziale. Certo farò dei progressi, certo il mio modo di sentire evolverà diventando più profondo ed inclusivo, ma mai potrò dire che ciò che ho stabilito non necessiti di una rivalutazione, di un approfondimento. Noi siamo persone le cui esperienze di vita consentono una crescità da un punto di vista personale, morale e spirituale. C’è bisogno di una dottrina che sappia assecondare e seguire la crescita. Che me ne faccio di una teologia dogmatica in cui io credo per un certo tempo, salvo poi dovermi ricredere? C’è un però: Il fatto che ci debbano essere punti di vista variamente differenti, non significa né che questi non possano avere degli in comune, né che qualunque tipo di opinione possa essere accettata. Per prima cosa bisogna prendere atto della struttura percettiva che costituisce l’individuo rendendo possibili e gratificanti solo una gamma ristretta di esperienze; inoltre una serie di battaglie culturali che caratterizzano gli UU e che li vedono schierati in maniera inequivoca. Questo nucleo va affermato e non negoziato. Della pratica spirituale meditativa ci occuperemo oggi in maniera piuttosto peculiare, fornendo, nel confronto della Comunione dei Fiori, solo elementi formali che possano fornire uno spunto da reinterpretare ciascuno secondo la propria esperienza.
b)
Però la pratica non deve essere pensata solo come esperienza di verità, questo è un errore di eccessivo zelo, che facevo io stesso e che merita di essere discusso.In fondo noi vogliamo anche che una pratica spirituale ci aiuti a star meglio, che sia un farmaco contro i nostri casini quotidiani, che sia una pausa da essi, un sospiro di sollievo. E’ scientificamente provato che ci sia l’esigenza, ad un tempo individuale e sociale, di aggrapparsi alla saldezza delle proprie convinzioni durante o dopo un trauma ad esempio. Perchè una via spirituale non dovrebbe occuparsi anche di questo? Freud è stato croce e delizia su questo punto, da un lato riconoscendo molto opportunamente la centralità di questo aspetto, dall’altro derubricandolo ad esperienza artefatta fittizia, falsa. Gli UU sembrano vittime loro stessi di questo pensiero, lasciando al singolo ogni decisione in merito. Lo UUismo, che non promette che Gesù tornerà vestito da superman a sculacciare i cattivi, che non offre fimmine in paradiso, è in grado di star vicino nel dolore e nella pena delle persone? Deve esserlo, se così non fosse, potremmo tutti dichiarare la nostra manifesta inutilità e andare a casa. Piuttosto la domanda deve essere… come può esserlo? In che modo? Certo non raccontando balle spaziali…. Allora come? Nel modo più semplice efficace e ovvio. Essendoci l’un per l’altro, facendo sentire a ciascuno di essere parte effettiva di quella rete interdipendente di tutto l’esistente di cui tanto diciamo. La persona in difficoltà deve sapere di poter trovare conforto nella nostra presenza, nel nostro abbraccio, nel nostro dialogo. In questo l’esperienza spirituale è quella dimensione  del nostro stare insieme  in cui meglio può esplicitarsi questa reciproca presenza, in una pratica fatta di gesti e riti, che, sebbene possa essere di volta in volta diversa, possa essere con-divisa e co-sentita. Nell’atto di con-dividere la nostra esperienza noi la alleggeriamo, sentendo sulla nostra pelle il beneficio della comunità. Forse questa prospettiva vi sembrerà banale rispetto alle grandi costruzioni fantascientifiche che promettono le altre denominazioni, ma se ci pensate può essere molto più efficace e concreta di tutti i giudizi universali messi insieme. Ad una condizione però: che cresciamo come comunità in unità condivisione e consapevolezza. Lo stiamo già facendo, ma dobbiamo proseguire. In questo, sconfessando me stesso e dando ragione ad Alessandro, penso che i Venerdì debbano essere anche spazi di confronto in cui chi si trovi in difficoltà possa sentire gli altri vicini. Le forme in cui questo possa avvenire potremo discuterle insieme, ma certamente un momento di dialogo e meditazione comune sarebbe una delle formule più efficaci e condivisibili… Ne parleremo
c)
Infine la pratica spirituale debba occuparci della salute della nostra psiche (un modo più attuale di tradurre σωτηρια̈ της ψυχῆς la salvezza dell’anima di cristiana memoria). Studi contemporanei mostrano il ruolo determinante che la pratica spirituale svolge rispetto a problemi come riduzione dell’ansia, l’affermazione controllo e crescita personale. L’esperienza spirituale non è solo una via di fuga dalla realtà, ma è anche, e forse soprattutto, la volontà di vedere ciò che ci capita in una determinata prospettiva di sviluppo, seguendo la quale condividiamo l’auspicio di scoprirci ogni giorno migliori. Su questo punto lo stato dell’arte UU penso sia agrodolce. Molto è stato fatto da un punto di vista sociale, ma ancora poco quello personale. Ancora una volta, un gruppo che non sappia confrontarsi sui modi migliori per vivere appieno l’esperienza spirituale farenne poca strada. Come Comunità e come tradizione dovremo interrogarci di più sulla pratica, proponendo soluzioni, formali quanto si voglia ma che sappiano accompagnare il fedele nellle sue esigenze di pratica Gli Unitariani hanno moltissime cose in comune in questo e penso debba essere impegno di tutti raccogliere il materiale a disposizione, come tra poco faremo nella  Comunione dei Fiori, e ragionare sugli elementi comuni. Questo ha senso anche da un altro punto di vista, rispetto al problema del deterioramento nella prassi della pratica, dovuto all’abitudine, a quello che Pascal avrebbe chiamato divertissement, di cui va preso atto e che va contrastato; se infatti ciascuno di noi facesse costantemente le stesse cose, dopo un po’ entrerebbero nella memoria procedurale e perderebbero di significato. Il confronto e lo stimolo reciproco, negli spazi opportuni, deve essere ciò che avvalora il nostro stare insieme, nel vedere ciascuno nell’altro, anche se (o forse proprio perchè) distante fisicamente e culturalmente, un’occasione autentica di confronto e di crescita.
La pratica meditativa si configura dunque sia come un terreno ben conosciuto dagli UU di ogni percorso, sia come territorio perennemente da esplorare che sembra essere molto promettente per la futura consapevolezza della comunità. In questi 11 anni molto abbiamo fatto, ma molto cammino abbiamo ancora davanti per realizzare davvero quel progetto antropologico e sociale che caratterizza gli UU. Allora l’imperativo rimane uno solo, oggi come allora
Facciamo l’uomo!
Nasè Adam נַֽעֲשֶׂ֥ה אָדָ֛ם Amen Rob

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