Una delle difficoltà maggiori per chi si avvicina all’Universalismo Unitariano qui in Italia è
la difficoltà di scoprire cosa gli UU “pensano”. E non intendo per il fatto che, come
movimento, accogliamo per nostra natura una molteplicità di pensieri ed opinioni, ma per il  fatto che, a parte il materiale che nel tempo e con limitate risorse siamo riusciti a mettere a disposizione, le informazioni che si riesce a raccogliere dai siti americani riguardano soprattutto cosa gli UU fanno ed hanno fatto, molto meno e molto poco cosa gli UU dicono o hanno detto nel tempo. Basta dare un’occhiata alle biografie della Unitarian Universalist Historical Society: in ogni biografia di unitariani ed universalisti imminenti è ben tracciata la formazione sociale e culturale, è messa in luce l’opera meritoria, ma quasi sempre appena accennato il pensiero. Personalmente, a tutt’oggi, sono riuscito a raccogliere pochissimo, ad  esempio, sul pensiero di una corrente che pure è stata fondamentale nell’evoluzione dell’universalismo verso l’apertura ad una religiosità universale come il gruppo c.d. degli “Humiliati”, di cui, però, posso conoscere nei dettagli la vita dei suoi illustri componenti. E’  un tratto della cultura americana, del suo pragmatismo, della sua vocazione all’azione  piuttosto che alla speculazione, in cui il pensiero non può mai essere disgiunto dal suo riflesso pratico ed, anzi, si vuole trapeli da esso. L’adagio delle sorelle e fratelli UU americani “Service is a prayer” questa propensione emerge in tutta la sua forza. E, certamente, da questa vocazione spirituale dobbiamo saper cogliere come l’azione stessa, nell’impegno e nel confronto a cui ci spinge, ha in sé un contenuto spirituale, che ha il pregio di arrivare lì dove difficoltà e sofferenza sembrano rendere la parola vuota ed incapace di veicolare speranza. Rammentando una battuta attribuita a San Francesco: “Testimoniate il Vangelo costantemente. Se proprio non riuscite a farlo altrimenti, usate le parole”.
Per noi europei è una cosa difficile da digerire ed a volte non ci riusciamo proprio ed è per
noi troppo limitante. A noi piace lasciarci provocare e suggestionare dalle idee, essere
prima, in qualche modo, cambiati da esse e solo poi interrogarci sul come tradurle in pratica. Dalla cultura giuridica di romana derivazione alla cultura filosofica tedesca, passando più o meno per tutte le espressioni culturali dell’Europa continentale, è la coerenza dell’azione rispetto all’apparato dell’elaborazione concettuale ciò che fornisce validità e giustificazione all’azione e non, piuttosto, l’efficacia pratica dell’azione a fornire validità all’idea che l’ha generata.
Tuttavia, nella pratica spirituale la coerenza tra azione, pensiero ed emozione è ancor più
fondamentale che in altri campi. Siamo disposti ad accettare le idee di un grande artista,
poeta o musicista, scrittore o pittore, come gemme che rivelano le profondità dello spirito
umano anche quando la vita e le azioni dell’autore è tutt’altro che esemplare. Le loro vite, sante o maledette, esemplari o dissolute, in qualche modo si aggiungono alla comprensione del messaggio, ma non lo inficiano, perché quello che da essi ci aspettiamo è la capacità di rendere attraverso l’espressione il sentimento umano, anche quando questo è quello del disagio, del male, della noia, della disperazione, nella loro sciagurata potenza soverchiante le debolezze umane.
Con la testimonianza religiosa le cose non possono andare così. A me non è mai riuscito,
per ricorrere ad un utile esempio, di leggere qualcosa di Osho Rajneesh, anche se so che
probabilmente avrei potuto trovare parole in sintonia con il mio interesse verso la
spiritualità orientale, perché non posso considerare “autentica” la testimonianza spirituale di uno che se ne va in giro in Rolls Royce e trasforma la sua influenza spirituale in un culto narcisistico della propria personalità.
Non è proprio la spiritualità orientale a ricordarci come “colui che possiede la Virtù non fa
sfoggio di parole, e chi sfoggia parole, non possiede la Virtù”? E che “il vero saggio non
accumula per sé, ma si arricchisce nello spendersi per gli altri”?
La forza della parola ha un valore immenso per la testimonianza spirituale, perché essa sa travalicare il tempo e lo spazio, sa raggiungere un ragazzo nella periferia che ha, magari, come unico legame con la vastità delle culture del mondo la piccola biblioteca della scuola e, nel vibrare in risonanza con il suo animo assetato di verità e di orizzonti più ampi, lo fa sentire meno solo. Ma la parola da sola non basta. Se l’emozione e la comprensione dell’esperienza spirituale non gemma spontaneamente in un atteggiamento e in un comportamento nel mondo, essa rimane un messaggio monco, incompleto. I due passi della Bibbia che abbiamo messo tra le nostre letture sono, nella loro semplicità, illuminanti.
L’invito a non dare una falsa testimonianza è ben più del semplice “non mentire”: il mentire riguarda la nostra opinione, la testimonianza presuppone un incontro con la verità, un’esperienza diretta del vero. Così la testimonianza religiosa presuppone, se vuole essere autentica, l’esperienza spirituale, non già la sola parola pensata e creduta, non già la sola risposta dell’azione ad un dovere morale. Come ci ricorda ancora il Deuteronomio, non basta un solo testimone: l’autenticità della testimonianza spirituale si ha quando parola ed azione sono un tutt’uno con l’emozione del Sacro, con il sentimento dello Spirito che deve animare e vivificare l’una come l’altra.
Come ci invita a fare Theodore Parker, le nostre idee e le nostre azioni devono saper stare all’anima, alla traccia dello Spirito Infinito in noi, come braccia al proprio corpo, che
crescono da lui e crescono con lui, ed alimentare di questo slancio la testimonianza profetica di una comunità al servizio dell’intera persona.
Perché, parafrasando Tagore, l’autentica testimonianza religiosa risiede “ove le parole
vengono dal profondo della verità, dove instancabili sforzi distendono le braccia verso la
perfezione, dove il chiaro ruscello della ragione non ha perso la sua strada nelle desolate
sabbie desertiche delle morte abitudini, dove la mente è da Te condotta avanti verso pensieri ed azioni sempre più ampie”, dove, cioè, la testimonianza non si accontenta di un solo testimone, ma raccoglie la sincera deposizione di ogni sfera della relazione umana con lo Spirito.
Tutto questo è ancor più vero per chi, come noi, non può rifugiarsi nel comodo richiamo ad una credenza prefissata cui adeguare i nostri pensieri o ad univoche regole morali cui
adeguare le nostre azioni. La nostra è una testimonianza che deve lasciar trasparire dall’esercizio critico del pensare e dall’esercizio responsabile dell’agire l’esperienza spirituale del dono, dall’apertura delle nostre menti e dal lavoro inclusivo delle nostre mani l’esperienza dei legami che intesse oggi la vita come segno dell’unione universalmente inclusiva che lo Spirito ci chiama a costruire.
La nostra testimonianza è, forse, una flebile voce, una piccola luce, ma scopriamola,
facciamola brillare, usiamola per portare più luce e comprensione nei cuori e nelle menti di  uomini e donne, portando lì dove altri si illudono di risollevare le sorti umane con l’inferno delle divisioni, il dono ed il segno di una speranza più grande.
Naase Adam,

Alessandro

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