Capita spesso a me e Roberto di sentirci chiedere: “Ma le mie idee sono abbastanza universaliste unitariane?”. Capita di sentircelo chiedere, come è normale che sia, dai nuovi arrivati o da chi ci frequenta per temporaneo o estemporaneo interesse, ma anche da qualcuno che è con noi da più tempo e vive momenti di dubbio, crisi o insoddisfazione, anch’essi normali in un percorso spirituale che non si sieda sugli allori, ma cerchi di crescere continuamente. Nonostante tutto questo sia, appunto, normale, sorge nondimeno spontaneo chiedersi se gli strumenti di comprensione della nostra identità e dell’apporto che essa può dare al percorso di ciascuno, che abbiamo cercato di dare in questi anni, siano stati sufficienti o sufficientemente fruibili e comprensibili. Anche perché il nostro movimento italiano ha scelto una strada un po’ diversa dalle esperienze unitariane ed universaliste che abbiamo visto altrove. E spesse volte, invece, le nostre risposte, soprattutto quelle che offriamo in prima battuta, ricalcano ciò che dell’unitarianesimo e dell’universalismo si è detto altrove, creando poi uno scollamento inevitabile tra questa spiegazione e l’esperienza vissuta nella realtà del nostro movimento.
Non può essere soddisfacente la risposta mutuata dall’Universalismo Unitariano americano, per cui sì, le tue idee sono senz’altro ben accette, perché accogliamo tutti, purché restino nella decenza morale garantita dai 7 Principi. Questi 7 Principi sono certo indispensabili, ma non bastano a fondare una religiosità autonoma e capace di alimentare costantemente il percorso spirituale del singolo. Per lungo tempo ho creduto che, come ha affermato Forrest Church nel suo scritto “Universalismo: una teologia per il XXI secolo” questo non fosse un limite o una debolezza dell’Universalismo Unitariano, ma una scelta ed una caratteristica consapevole; ho pensato, cioè, che nessuno possa e debba essere semplicemente “universalista unitariano”, ma che si debba essere sempre anche qualcos’altro e, quindi, UU cristiano, UU buddista, UU umanista, UU taoista. Ma poi mi sono trovato a vivere l’impossibilità di essere una qualsiasi di queste cose, in virtù di un’intuizione personale del senso del mondo che non sapeva trovare corrispondenza in nessuna delle tradizioni storiche, nonostante la mia caparbietà nel voler restare in esse e non costruirmi una religione personale a mia immagine e somiglianza. Vi confesso il mio smarrimento di quei giorni, fino a prendermela con l’Universalismo Unitariano per la sua indeterminatezza, che vuole essere apertura negli intenti, ma che in quel momento diveniva per me assenza di proposte e di risposte ed alimentava la mia solitudine intellettuale. Poi ho scoperto che proprio in una delle due nostre radici, quella universalista, potevo trovare quella linfa che sembrava mancare al mio percorso spirituale. Ed ho realizzato che, se ci rivolgiamo alla nostra storia, alla nostra tradizione universalista ed unitariana, piuttosto che guardare sempre altrove, possiamo trovare inesauribili spunti di ispirazione. L’Universalismo Unitariano non può essere soltanto “aperto”, ma deve saper essere anche “utile”. E per essere “utile” ha bisogno di essere più “assertivo”. Il suggerimento di Forrest Church a non limitarsi al solo Universalismo Unitariano, ma ad aprirci anche ad altro, resta valido, ma nella misura in cui questo ascolto della voce dello Spirito ovunque soffi è utile per chiunque voglia crescere spiritualmente, senza rinunciare per questo all’autonomia della nostra fede universalista unitariana; e nella misura in cui il fiorire di molteplici percorsi è segno della fecondità della nostra ispirazione comune e non il segno della sua incapacità di irrorare gli assetati terreni delle nostre anime in cerca di senso. E’ una consapevolezza che sta maturando anche negli ambienti americani, ma la proposta che sta emergendo, in linea con lo spirito pratico dei nostri fratelli di oltreoceano, è quella di sottolineare e specificare gli aspetti etici e sociali, piuttosto che quelli religiosi e spirituali. E a noi questo sembra ancora troppo poco.
Non può esserci allora più utile l’altro fondamentale modello unitariano, quello dell’unitarianesimo cristiano di matrice europea, ungaro-transilvana, con la sua chiara visione teologica? L’unitarianesimo cristiano ha un pregio che non cesserò mai di invidiare: la semplicità. Credere in un Dio che ci ha creato e ci ama, che ci ispira e ci sostiene con il suo Spirito Santo e ci mostra con Gesù l’esempio umano della vita in Lui è la più pura, più semplice e comprensibile espressione della fede cristiana. E scommetto che se chiedete intorno a voi tante persone che si professano cristiane o credenti saranno d’accordo nel dirvi che fondamentalmente è quello che anche loro credono. Sul piano della credenza il mio papà è unitariano, mia moglie è unitariana; mio figlio no, ma perché ha 7 anni e gli piace immaginarsi Gesù come Superman o l’Uomo Ragno. Ma, se dei pilastri della Trinità l’Unitarianesimo ne ha abbattuti due, quelli del Figlio e dello Spirito Santo come persone divine, per la sensibilità di alcuni di noi quell’unica colonna superstite, quella del Dio Padre, è psicologicamente troppo ingombrante rispetto alle esigenza della libertà, della dignità e della complessità umana ed al contempo epistemologicamente troppo sottile per reggere all’urto del dubbio umano di fronte alla realtà del male e all’avanzare della conoscenza scientifica. Non importa ora chi abbia ragione a riguardo, ma rilevare come anche l’approccio “ungaro-transilvano” non possa servire al nostro scopo, non solo perché chiuderebbe le porte a chi non si sente cristiano, ma perché le serrerebbe al “dubbio metodologico” di cui la nostra stessa fede si alimenta e da cui possiamo dire essa sia nata cinquecento anni fa.
Esiste, dunque, un modo per raccontarci che sappia essere semplice e costruttivo senza essere chiuso? Che sappia essere aperto al dubbio ed alla diversità senza diluire la forza della propria proposta? Che sappia, cioè, cogliere il meglio dell’esempio americano e di quello transilvano, ma superarne quelli che percepiamo essere dei limiti? Ho tenuto a sottolineare che si tratta di limiti “percepiti”, perché non ci arroghiamo certo il diritto di proporre qualcosa di “superiore” rispetto ai modelli che oggi ci siamo permessi di criticare: essi cessano di funzionare nel momento in cui si tenta di codificarli e di farne modello universale per altri gruppi in altri paesi, ma funzionano nel loro ambito, perché radicati nella struttura sociale e nella religiosità di quelle congregazioni. E’ questo quello che ci ha insegnato l’esperienza dell’ICUU, che ha sempre invitato i gruppi nazionali a sviluppare un proprio autonomo approccio. Ed è esattamente questo che stiamo facendo.
Lo abbiamo fatto nella descrizione che abbiamo dato su Facebook del nostro movimento come gruppo unitario, in cui abbiamo cercato di cogliere l’evoluzione dell’unitarianesimo (e dell’universalismo) da proposta “teologica”, di descrizione del Divino (cui resta agganciato l’unitarianesimo transilvano), a proposta “antropologica”, ossia di descrizione dell’Essere Umano, cogliendo dell’umanità la dignità, la libertà, la coscienza, la responsabilità, ma anche (ed è qui un tratto che troppo spesso abbiamo visto perdersi nell’unitarianesimo americano) di apertura al trascendente ed al sacro. Abbiamo sottolineato, così, dei contenuti che derivano dalla nostra storia e che crediamo siano parte della nostra comune cultura religiosa: l’inclusione della diversità, l’eguale dignità di ogni persona, la fondamentale Unità della Vita, la riconciliazione dell’essere umano con il fratello e con la sua radice spirituale, l’ausilio della razionalità libera da dogmi e gerarchie nella progressiva ricerca della verità, il valore della testimonianza profetica come motore dell’evoluzione morale e spirituale dell’umanità, la rilettura di testi, simboli e riti alla luce dell’universalità dell’esperienza spirituale. E alla fede nel Dio Padre (che resta come possibilità testimoniata da chi di noi è cristiano) sostituiamo l’apertura dell’animo umano alla Forza della Vita (che si creda o no in Dio, noi “siamo persone che credono nella Forza della Vita”), al Sacro (ad “una prospettiva di senso più ampia della nostra individualità e della mera materialità”) ed al Trascendente (inteso come slancio presente in ogni persona al trascendimento di sé verso una realtà più grande). La nostra è una proposta che potremmo chiamare “universalismo assertivo” nel suo mantenere da un lato l’apertura a diverse visioni metafisiche e nel suo “asserire” dall’altro le istanze metodologiche e spirituali che derivano dalle nostre tradizioni e l’apertura ad una dimensione ulteriore rispetto al singolo essere umano, pur lasciando alla scelta individuale il correlativo di una tale esperienza.
Ma, forse, tutto questo non basta; tutto è ancora troppo complicato da spiegare (e la semplicità è uno di quei tratti che vorremmo che la nostra spiegazione avesse); e tutto è ancora mancante di quello slancio spirituale, di quella forza intuitiva che può farvi “sentire” e non solo capire che voi UU lo siete davvero, nonostante i vostri dubbi e le nostre differenze. D’altronde la descrizione del gruppo aveva delle esigenze precise: quella di essere condivisa e “politicamente corretta”, scevra di visioni e simbologie troppo personali. Permettetemi allora di “riciclare” alcune immagini più personali, coppie di termini in relazione dialettica che ho già usato, ma che credo davvero possano essere di aiuto per confrontare la vostra personale teologia con l’Unitarianesimo Universalista e sentirne, dunque, assonanze, consonanze e (speriamo poche) eventuali dissonanze.
La prima “coppia” di parole entra nel vivo del dibattito sull’identità che si è avuto in questi anni tra gli UU americani: “ragione” e “speranza”. Differentemente da quanto crediamo noi europei, nel dibattito interno all’Universalismo Unitariano negli USA è la componente più umanista a frenare sul piano del radicale pluralismo che ha caratterizzato lo sforzo inclusivo del movimento, sottolineando come il fulcro della religione liberale debba essere il recupero del valore della ragione nell’esperienza religiosa e nella vita morale dell’essere umano. “Le parole confortanti hanno sostituito la sfida del pensiero”, sostiene l’umanista Michael Werner in una sua sferzante critica a questa evoluzione dell’Associazione UU americana. Paradossalmente proprio questa sfida è il centro del rapporto tra umano e Divino nel unitarianesimo cristiano europeo, che recupera la centralità della risposta umana alle sfide della legge divina e dei doni della ragione e dello spirito. Il recupero del valore della “ragione” è un elemento fondante ed imprescindibile della nostra religiosità unitariana. E’ l’essenziale dono su cui faceva leva Socino, è lo strumento della lettura critica del testo sacro, è il motore della critica al dogmatismo, è la distruttrice degli idoli e delle illusioni, è l’ancella della progressiva ricerca della verità. Non può esistere unitarianesimo senza un’adeguata sottolineatura del valore della ragione. La ragione, però, non basta. Lo sanno anche gli umanisti, che sempre più sottolineano che il reale obiettivo è l’equilibrio tra mente e cuore nell’armonico e completo sviluppo della persona, ma il problema non è lì. Il problema è che religione è e deve essere apertura alla speranza. Una speranza che certo ha bisogno della ragione per non divenire illusione, ma che non può neppure essere mera aspettativa umana. Perché proprio la ragione che disvela gli inganni delle idolatrie della mente e del cuore ci spinge a direche la speranza religiosa non è il costrutto delle nostre convinzioni, ma fiducia nell’apertura della realtà alla possibilità di senso. E’ da tale fiducia che nasce la parola del conforto e non da una debolezza della proposta religiosa. Ed è dal radicamento di tale fiducia nella struttura aperta della realtà stessa che tale fiducia si fa supporto universale. La parola del conforto e la sfida del pensiero non sono e non devono essere in contrapposizione. Ragione e speranza devono viaggiare insieme. Proviamo, dunque, a chiederci, nell’analisi della nostra personale visione UU: quale valore ha per me la ragione nell’esperienza religiosa e nella vita morale? In che modo la ragione mi supporta nella progressiva ricerca della verità? Quale fondamento riesco a dare all’esigenza di una ostinata ed inclusiva speranza? In che modo riesco a coniugare ragione e speranza? Quali sfide del pensiero mi pone davanti la mia visione religiosa? Quali parole di conforto essa sa darmi?
La seconda contrapposizione dialettica è quella che chiamo “delle Due Unità”, che è una rivisitazione di una fondamentale intuizione di un grande ministro universalista, Clarence Skinner. Vi è un’unità da cui partiamo, che è quella del nostro essere uniti “per natura” alla vita tutta, nei suoi processi di creazione e rinnovamento, e alle vite tutte, nelle interazioni dell’ambiente come nelle relazioni della società. E vi è un’unità più grande che dobbiamo costruire, che è quella del nostro essere uniti “per aspirazione”, perché non vi è realizzazione autentica dell’umanità se non include in sé ogni essere umano e non ne riconosce il valore. Ecco, l’Universalismo Unitariano ci dice essenzialmente questo (e scusatemi l’autocitazione): che “il cammino dell’umanità e del mondo è un viaggio tra queste unità, dall’unità dell’origine all’unità del destino”. L’Unitarianesimo non è, in fondo, l’invito a riflettere su questa unità dell’origine? E l’Universalismo non è, in fondo, la prospettiva di questa unità universalmente inclusiva del nostro destino? E quale modo più profondo di “mettere a sistema” queste due fonti di ispirazione del vederle dinamicamente connesse nella nostra esperienza spirituale della realtà e nel nostro impegno profetico nel mondo? Che si concepisca queste “Due Unità” rispetto ad un senso complessivo dell’essere e ad una fondamentale relazione con il Divino, come è per chi di noi è credente, o che le si concepisca rispetto alla forma compiuta della nostra umanità e delle nostre relazioni nel mondo e con la natura, come è per chi di noi è invece più umanista, riscoprire l’unità della nostra origine e sentire lo slancio verso l’unità del nostro destino è il fulcro di una nostra originale e feconda spiritualità. Se vi state, dunque, chiedendo se e quanto il vostro pensiero sia UU, oltre al resto, ai Sette Principi e compagnia bella, provate a chiedervi: in che modo sento che tutti noi siamo connessi l’un l’altro e con i processi creativi della vita? In che modo sento che siamo chiamati a costruire un’unità più grande ed inclusiva di ogni essere e di ogni sfera dell’essere?
La stessa fondamentale intuizione spirituale può essere vista facendo riferimento ad un’altra coppia di parole: il “dono” ed il “segno”. Anche queste sono cose che ci siamo già detti, ma giova ripeterlo per completare questo essenziale vademecum alla spiritualità UU che vuol essere questo sermone. “Dono” è una parola essenziale per la teologia unitariana: dei doni di Dio all’essere umano ha parlato Socino; di una “teologia del dono” come atto gratuito d’amore che richiede la nostra risposta responsabile ci ha parlato spesso Roberto. E nella parola “dono” è possibile riscoprire parte della dimensione verticale della religiosità in un senso più laico ed aperto, al di là della distinzione tra credenti e non. Perché la religiosità liberale è il recupero della possibilità umana nella sua relazione con i processi dell’esistenza. E nessuno che si definisca “religioso” in tal senso, credente o no, può negare che siamo immersi in processi creativi che non dipendono da noi e che rappresentano la condizione della nostra possibilità. Che si tratti dei doni esteriori dell’universo o dei doni interiori della nostra umanità, questa consapevolezza ci apre ad un senso di umiltà e di gratitudine, di rispetto per l’altro e per il creato, ci chiama al contempo alla responsabilità dell’esercizio di questi doni e ci spinge, infine, all’impegno per la rimozione degli ostacoli che non ne consentono il pieno esercizio per ogni essere umano. Accanto a questo vi è un altro aspetto che qualifica la dimensione verticale della nostra spiritualità, quello di una dimensione escatologica, su cui più ha insistito la tradizione universalista e che abbiamo in realtà già richiamato nei punti precedenti. E’ la dimensione di una speranza che fa del futuro una realtà aperta, una possibilità inesauribile, una prospettiva inclusiva. E, “che sia la visione mistica di un’unità finale di tutte le anime o semplicemente la tensione etica verso l’inclusione”, “ci fa cogliere nei gesti e nei momenti in cui già ora questa accoglienza di ognuno si realizza, una possibilità, una speranza, un segno che ci indica la strada e ci rafforza nel perseguirla”. Ecco, la percezione delle realizzazioni attuali dell’amore (umano o divino) come “segno” di una possibile realizzazione futura, completa ed universale, rappresenta il tratto “universalista” della nostra esperienza spirituale. Si evidenzia qui, di nuovo, il tratto peculiare ed originale della nostra spiritualità, che è esperienza di vocazione, scuotimento dell’anima che chiama alla responsabilità, “verso il dono da mettere a frutto come verso il segno da tradurre in realtà”. E la vostra visione religiosa in che modo vi spinge all’umiltà, alla gratitudine e al rispetto? In che modo vi sentite chiamati da essa alle vostre responsabilità verso i doni gratuiti ed i segni inclusivi che la vita vi offre?
Ricapitoliamo, dunque, quali parole possono aiutarci a ridefinire il nostro Universalismo Unitariano in chiave più propositiva ed assertiva. Abbiamo sostenuto la possibilità di una originale spiritualità UU che nasca dalla tensione dialettica tra le sue due tradizioni di origine, unitarianesimo ed universalismo, proponendo tre coppie di concetti da comporre in una sintesi originale nel percorso spirituale di ciascuno di noi:
– “ragione” vs “speranza”;
– “unità dell’origine” vs “unità del destino”;
– “dono” vs “segno”.
Da qui abbiamo tratto delle domande, che qui ripetiamo (“repetita iuvant” è d’altronde il titolo del sermone):
Quale valore ha per me la ragione nell’esperienza religiosa e nella vita morale? In che modo la ragione mi supporta nella progressiva ricerca della verità? Quale fondamento riesco a dare all’esigenza di una ostinata ed inclusiva speranza? In che modo riesco a coniugare ragione e speranza? Quali sfide del pensiero mi pone davanti la mia visione religiosa? Quali parole di conforto essa sa darmi?
E ancora: In che modo sento che tutti noi siamo connessi l’un l’altro e con i processi creativi della vita? In che modo sento che siamo chiamati a costruire un’unità più grande ed inclusiva di ogni essere e di ogni sfera dell’essere?
Ed infine: In che modo la mia visione religiosa mi spinge all’umiltà, alla gratitudine e al rispetto? In che modo essa mi chiama alla responsabilità verso i doni gratuiti ed i segni inclusivi che la vita mi offre?
Dalla vostra particolare risposta a queste domande emergerà il vostro Universalismo Unitariano, che sarà diverso dal mio o da quello di chiunque altro, ma che potrà dirsi non più semplicemente una “teologia ospite”, ma un’espressione matura e consapevole di una solida ispirazione.
Se si ha il coraggio di fare dell’Universalismo Unitariano un messaggio spirituale, se non si ha il timore di essere assertivi, mantenendo il saldo abbraccio con la nostra eredità attraverso il recupero, con modi e linguaggi nuovi, delle esperienze della nostra duplice tradizione, esso può essere la pietra su cui costruire ciascuno l’edificio della propria spiritualità, il seme da cui far nascere la propria pianta. E non verrà meno, si badi bene, quella differenza essenziale, quell’apertura alla diversità di cui tanto andiamo fieri. Perché, lì dove altri propongono una casa bella e fatta, noi intendiamo offrire soltanto una pietra su cui sta a ciascuno costruire col proprio sudore. Lì dove altri mostrano la pianta cresciuta, noi poniamo nelle mani di ciascuno nient’altro che un seme, da far crescere con la propria cura. Ma senza la pietra non c’è la casa, senza il seme non c’è la pianta. Spero di avervi aiutato almeno un po’ a capire che noi abbiamo una pietra ed un seme tutti nostri su cui lavorare.
Detto questo, non mi resta che augurarvi un buon lavoro.
Naase Adam
Alessandro

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