Fonti
Gianfranco Bertagni (Fonte)
Rob Piccoli (Fonte)

(*) (I)  (1)

In questa fulgida estate abbiamo gustato a fondo il respiro della vita. L’erba cresce, i germogli esplodono, i prati sono punteggiati di fuoco e oro, il colore dei fiori. L’aria è piena di uccelli e dolce dell’aroma del pino, il balsamo di Galaad e dell’odore del nuovo fieno. La notte non porta alcuna oscurità al cuore con la sua gradita ombra. Attraverso il buio trasparente le stelle riversano i loro raggi di luce quasi spirituale. L’uomo sotto queste luci sembra un bambino piccolo e il suo immenso globo un giocattolo. La notte fresca, quasi fosse un fiume, bagna il mondo e prepara i suoi occhi di nuovo per l’alba purpurea. Il mistero della natura non si mostrò mai in modo più felice. Il grano e il vino sono stati liberamente elargiti a tutte le creature, e il silenzio mai interrotto con cui procede l’antica liberalità non ha ancora prodotto una sola parola di spiegazione. Si è costretti a rispettare la perfezione di questo mondo in cui i nostri sensi conversano. Quale vastità, quale ricchezza, quale invito il mondo rivolge, da ogni sua parte, a ogni facoltà dell’uomo! Nei suoi terreni fertili, nel suo mare navigabile, nelle sue montagne di metallo e di pietra, nelle sue foreste di ogni tipo di alberi, nei suoi animali, nei suoi ingredienti chimici, nell’energia e nel movimento della luce, del calore, dell’attrazione e della vita, è ben degno di esser sottomesso e gustato dal nerbo e dal cuore dei grandi uomini. La storia si compiace di onorare i piantatori, i meccanici, gli inventori, gli astronomi, i costruttori di città e i capitani.
Ma quando la mente si apre e rivela le leggi che attraversano l’universo e rendono le cose quelle che sono, allora all’improvviso il mondo si contrae a mera illustrazione e favola della mente stessa. Che cosa sono io? e che cos’è ciò che esiste? chiede lo spirito umano con una curiosità che, appena accesa, non si spegnerà più. Ecco le leggi superiori, che la nostra imperfetta capacità di comprendere può vedere tendere in questa direzione o in quella, ma senza mai chiudere pienamente il cerchio. Ecco le infinite relazioni, così simili e così dissimili, molte, eppure una sola. Vorrei studiare, vorrei scoprire, ammirare per sempre. Queste opere del pensiero sono state l’attrazione che ha occupato lo spirito umano in ogni età.
Una più segreta, dolce e irresistibile bellezza appare all’uomo quando il suo cuore e la mente si aprono al sentimento della virtù. Allora subito viene messo a conoscenza di ciò che sta sopra di lui. Impara che il suo essere è senza limiti; impara di essere nato per il bene e per la perfezione, pur giacendo ora in basso nel male e nella debolezza. Ciò che venera è ancora suo, anche se egli non lo ha ancora compreso. Egli deve. Conosce il senso di quella grande parola, anche se la sua analisi non è in grado di renderne conto. Quando in modo innocente, o attraverso una percezione intellettuale arriva a dire: «Io amo il Giusto, la Verità è bellissima dentro e fuori per sempre. Virtù, io sono tuo; salvami; serviti di me; ti servirò giorno e notte, nelle grandi, nelle piccole azioni, così da essere non virtuoso, ma virtù»: allora il fine della creazione trova compimento, e Dio se ne compiace.
Il sentimento della virtù è reverenza e gioia dinanzi a certe leggi divine. Percepisce che questo gioco familiare della vita che noi giochiamo nasconde, sotto quelli che sembrano stupidi dettagli, principi stupefacenti. Il bambino tra i suoi giocattoli impara l’effetto della luce, il movimento, la gravità, la forza muscolare; e nel gioco della vita umana, l’amore, la paura, la giustizia, il desiderio, l’uomo e Dio interagiscono. Queste leggi rifiutano di essere adeguatamente enunciate. Esse non saranno scritte su carta, o pronunciate dalla lingua. Esse eludono il nostro pensiero caparbio; eppure le leggiamo continuamente in ogni volto degli altri, in ogni azi6ne degli altri, nel nostro stesso rimorso. Nel discorso dobbiamo separare e descrivere o suggerire attraverso la faticosa enumerazione di molti particolari tratti morali che sono invece tutti inglobati in ogni azione e in ogni pensiero virtuoso. Pure, siccome questo sentimento è l’essenza di tutta la religione, rivolgerò la vostra attenzione verso i precisi oggetti di questo sentimento, con l’enumerazione di alcune classi di fatti in cui questo elemento è ben visibile.
L’intuizione del sentimento morale è la percezione delle leggi dell’anima. Queste leggi si applicano da sole. Esse sono fuori del tempo, fuori dallo spazio, e non sono soggette alle circostanze. Perciò nell’anima dell’uomo c’è una giustizia le cui retribuzioni sono immediate e complete. Colui che compie una buona azione viene immediatamente nobilitato. Chi invece compie un’azione meschina viene sminuito dall’azione stessa. Chi elimina impurità, proprio per questo si riveste di purezza. (*)

(II)
Se un uomo è giusto nel cuore, allora, nella misura in cui lo è, è Dio; la salvezza divina, l’immortalità di Dio, la maestà di Dio entrano in quell’uomo con la giustizia. Se un uomo dissimula, inganna, egli inganna se stesso, e si preclude la possibilità di conoscere il suo stesso essere. Un uomo alla vista del bene assoluto adora, con una totale umiltà. Ogni passo verso il basso, è un passo verso l’alto. L’uomo che rinuncia a se stesso, trova se stesso.
Considerate come questa rapida intrinseca energia operi ovunque, riparando gli errori, correggendo le apparenze, e spingendo i fatti verso una certa armonia con i pensieri. Il suo operare nella vita, anche se risulta lento per i sensi, è alla fine altrettanto sicuro del suo operare nell’anima. Attraverso questa energia l’uomo è trasformato nella Provvidenza di se stesso, dispensando bene alla sua bontà, e male al suo peccato. Il carattere è sempre conosciuto. I furti non arricchiscono mai; la carità non impoverisce mai; anche le pietre grideranno che qualcuno è stato ucciso. La più piccola presenza di una bugia, per esempio, la traccia della vanità, il tentativo di fare una buona impressione, di apparire favorevolmente, guasteranno di colpo l’effetto. Ma dì la verità e tutta la natura e tutti gli spiriti ti aiuteranno con un inaspettato appoggio. Dì la verità, e tutte le cose animate o inanimate ti saranno garanti, e le stesse radici dell’erba sotto la terra sembreranno agitarsi e muoversi per testimoniare a tuo vantaggio. Considerate di nuovo la perfezione della Legge così come applica se stessa agli affetti, e diventa la legge della società. Noi ci associamo a seconda del nostro essere. Il bene, per affinità, cerca il bene; ciò che è vile, per affinità, cerca ciò che è vile. Per questo le anime procedono verso il cielo o verso l’inferno, di loro volontà.
Questi fatti hanno sempre suggerito all’uomo la sublime fede che il mondo non è il prodotto di un potere multiforme, ma di un’unica volontà, di un’unica mente; e che un’unica mente è ovunque attiva, in ogni raggio della stella, in ogni increspatura dello specchio d’acqua; e tutto ciò che si oppone a quella volontà è ovunque ostacolato e rimosso, perché le cose sono fatte in questo modo e non in un altro. Il bene è positivo. Il male è puramente privativo, non assoluto: è come il freddo, che è la privazione del caldo. Tutto il male non è che morte o non-entità. La benevolenza è assoluta e reale. L’uomo ha tanta vita, quanta ha benevolenza. Giacché tutte le cose procedono da questo stesso spirito, che è diversamente chiamato amore, giustizia, temperanza, nelle sue diverse applicazioni, proprio come l’oceano riceve differenti nomi sulle innumerevoli spiagge che egli bagna. Tutte le cose procedono dallo stesso spirito, e tutte le cose cospirano con lui. Mentre l’uomo persegue buoni fini, egli è forte dell’intera forza della natura. Non appena divaga da questi fini, egli priva se stesso del potere, o di tutto ciò che può essergli di sostegno; la sua circolazione periferica si riduce, egli rimpicciolisce sempre più, fino a diventare un granello di polvere, un punto, fino a che l’assoluta malvagità non diventa morte assoluta.
La percezione di questa legge delle leggi risveglia nella mente un sentimento che chiamiamo religioso, e che produce la nostra più alta felicità.

(III)
Straordinario è il suo potere di affascinare e di comandare. E un’aria di montagna, che riempie di balsamo il mondo. E mirra e balsamo, e cloro e rosmarino. Questa legge rende sublimi il cielo e le colline, è la canzone silenziosa delle stelle. L’universo è reso sicuro e abitabile da questa legge, non dalla scienza o dal potere. Il pensiero può operare in modo freddo e intransitivo sulle cose, e non trovare nessuno scopo o unità; ma l’alba del sentimento della virtù nel cuore produce ed è la garanzia che la Legge è sovrana su tutte le nature; e i mondi, il tempo, lo spazio, l’eternità, sembrano scoppiare di gioia.
Questo sentimento è divino e rende divini. È la beatitudine dell’uomo. Lo rende non limitabile. Attraverso questo sentimento l’anima dapprima conosce se stessa. Questo sentimento corregge l’errore capitale dell’uomo bambino, che cerca di essere grande seguendo il grande, e spera di ricavare vantaggi da un altro, mostrando che la fonte di tutto il bene è nell’uomo stesso, e che egli, come ogni altro uomo, è un’insenatura nelle profondità della Ragione. Quando dice «io devo», quando l’amore lo scalda, quando egli sceglie, istruito dall’alto, le buone e le nobili azioni, allora, profonde melodie, che vengono dalla Suprema Saggezza, vagano attraverso la sua anima. Allora egli può adorare e essere nobilitato dalla sua adorazione, perché non può mai essere inferiore a questo sentimento. Nei più sublimi voli dell’anima, la rettitudine non è mai lasciata alle spalle, l’amore non è mai superato.
Questo sentimento sta a fondamento della società, e crea successivamente tutte le forme di culto. Il principio di venerazione non muore mai. L’uomo caduto nella superstizione, nella sensualità, non è mai completa-mente privo delle visioni del sentimento morale. In modo simile, tutte le espressioni di questo sentimento sono sacre e permanenti in proporzione alla loro purezza. Le espressioni di questo sentimento ci colpiscono più grandemente, più profondamente di tutte le altre composizioni. Le sentenze dei tempi più antichi, che guidano questa pietà, sono ancora fresche e fragranti. Questo pensiero dimorò sempre nel più profondo delle menti degli uomini nel devoto e contemplativo Oriente (2);non solo in Palestina, dove esso ha raggiunto la sua più pura espressione, ma in Egitto, in Persia, in India, in Cina. L’Europa è sempre debitrice al genio orientale del suo divino impulso. Quello che hanno detto questi sacri autori, viene considerato gradevole e vero da tutti gli uomini equilibrati. E l’impressione unica fatta sul genere umano da Gesù, il cui nome non è tanto scritto, quanto scavato come solco di aratro nella storia di questo mondo, è una prova della sottile virtù che ci fu attraverso di lui infusa. Nello stesso tempo, mentre le porte del tempio rimangono aperte, notte e giorno, di fronte a ogni uomo, e gli oracoli di questa verità non si interrompono mai, essa è protetta da una sola severa condizione: si tratta di un’intuizione. Non può essere ricevuta di seconda mano. Veramente non si tratta di un’istruzione, ma di una provocazione, che posso ricevere da un’altra anima. Quello che questa mi annuncia, lo devo trovare vero in me, o rifiutare del tutto; e sulla base della sua parola, o come suo sostituto, chiunque egli sia, non posso accettare nulla. Al contrario, l’assenza di questa fede primaria segna la presenza della degradazione. Come è il flusso, così è il riflusso. Allontaniamo questa fede, e le stesse parole che essa ha espresso e le cose che essa ha fatto diventano false e dannose. Allora cade la chiesa, lo stato, l’arte, le lettere, la vita. Quando la dottrina della divina natura viene dimenticata, una malattia infetta e sminuisce la costituzione.

(IV)
Una volta l’uomo era tutto; ora egli è un’appendice, un elemento di disturbo. E poiché lo Spirito Supremo, che abita nell’uomo, non può essere completamente eliminato, la dottrina che lo riguarda soffre di questa perversione, che la divina natura è attribuita a una o due persone, e negata a tutto il resto, e negata rabbiosamente. La dottrina dell’ispirazione è perduta; la volgare dottrina della maggioranza delle voci usurpa il posto della dottrina dell’anima. I miracoli, la profezia, la poesia, la vita ideale, la santità esistono puramente come storia antica; non sono nella fede, né nell’aspirazione della società; quando vi si allude, si suscita il riso. La vita diventa comica e meschina non appena i nobili fini dell’essere svaniscono alla vista, e l’uomo diventa miope, e riesce solo a considerare ciò che parla ai sensi.
Queste opinioni generali, che, nel momento in cui sono generali, nessuno contesterà, trovano ampia illustrazione nella storia della religione, e specialmente nella storia della chiesa cristiana. In essa, tutti noi abbiamo trovato la nostra nascita e il nostro nutrimento. Le sue verità voi, miei giovani amici, state ora per cominciare a insegnare. Come culto, o il rito stabilito del mondo civilizzato, la chiesa cristiana che ha un grande interesse storico per noi. Voi non avete bisogno che io parli delle sue parole benedette, che sono state la consolazione dell’umanità. Mi sforzerò di adempiere il mio dovere verso di voi, indicando due errori nella sua prassi, che di giorno in giorno appaiono più gravi dal punto di vista che abbiamo proprio ora assunto.
Gesù Cristo appartenne alla vera razza dei profeti. Egli ha visto con gli occhi aperti il mistero dell’anima. Attirato dalla sua severa armonia, rapito dalla sua bellezza, visse in essa, in essa fu. Egli solo in tutta la storia ha stimato la nobiltà dell’uomo. Un solo uomo fu fedele a ciò che è in voi e in me. Vide che Dio incarna se stesso nell’uomo, e sempre di nuovo procede a prendere possesso del suo Mondo. Egli disse nel giubilo della sublime emozione: «Io sono divino. Attraverso me, Dio agisce; attraverso me parla. Se vuoi vedere Dio, guardami; o guardati, quando anche tu pensi come io penso adesso». Ma quale distorsione hanno subito la sua dottrina e la sua memoria nella sua stessa età, in quella che è seguita e nelle successive! Non c’è dottrina della Ragione che sopporterebbe di essere insegnata attraverso l’Intelletto. L’intelletto ha colto questo nobile canto dalle labbra del poeta, e lo ha espresso, nell’età seguente: «Questo era Jehovah sceso dal cielo. Vi ucciderò, se direte che egli era un uomo». Gli idiomi del suo linguaggio e le figure della sua retorica hanno usurpato il posto della sua verità; e le chiese non sono costruite sui suoi principi, ma sui suoi tropi. Il cristianesimo è diventato un Mito, come l’insegnamento poetico della Grecia e dell’Egitto, prima. Cristo parlò di miracoli; poiché sentì che la vita dell’uomo è un miracolo, e tutto quello che l’uomo fa, e comprese che questo miracolo quotidiano risplende via via che cresce la presenza divina nell’uomo. Ma la parola «Miracolo», come viene pronunciata dalle chiese cristiane, dà una falsa impressione; è un Mostro. Non è tutt’uno con il fiorire del trifoglio e il cadere della pioggia.
Ha sentito rispetto per Mosè e i profeti, ma nessuna impropria debolezza nel posporre le loro iniziali rivelazioni all’ora e all’uomo presente; alla rivelazione eterna nel cuore. Perciò Cristo fu un vero uomo. Avendo visto che la legge in noi comanda, egli non avrebbe sopportato che essa fosse comandata. Coraggiosamente, con la mano, e il cuore, e la vita, egli dichiarò che essa era Dio. Così egli fu un vero uomo. Perciò egli è, penso, la sola anima nella storia che abbia apprezzato il valore dell’uomo.(*)

(V)
1. Da questo punto di vista diventiamo sensibili al primo difetto del cristianesimo storico. Il cristianesimo storico è caduto nell’errore che corrompe tutti i tentativi di comunicare la religione. Come appare oggi a noi, e come è apparso nelle diverse età, il cristianesimo non è la dottrina dell’anima, ma un’esagerazione del personale, del positivo, del rituale. Ha indugiato e ancora indugia nella dannosa esagerazione intorno alla persona di Gesù. L’anima non conosce persone. Essa invita ogni uomo a espandersi nell’intero cerchio dell’universo, e non avrà preferenze se non per l’amore spontaneo. Ma a causa di questa monarchia orientale di un cristianesimo che l’indolenza e la paura hanno costruito, l’amico dell’uomo è trasformato in colui che lo oltraggia. La maniera in cui il suo nome è circondato con espressioni che una volta erano manifestazioni di ammirazione e di amore, ma ora sono pietrificate in titoli ufficiali, uccide ogni generosa simpatia e sentimento di affinità. Tutti quelli che mi ascoltano sentono che il linguaggio che descrive Cristo all’Europa e all’America non rappresenta lo stile dell’amicizia, e dell’entusiasmo per un cuore nobile e buono, ma è corretto e formale: dipinge un semidio, come gli orientali o i Greci descriverebbero Osiride o Apollo.

Secondo le mortificanti imposizioni della nostra prima istruzione catechistica, perfino l’onestà e il rinnegamento di se stessi non sarebbero che splendidi peccati, se non portassero il nome cristiano. Si preferirebbe essere

Un pagano, nutrito in una fede ormai logora (3)

piuttosto che essere defraudati del diritto umano dì rivolgersi direttamente alla natura, per trovarvi nomi e luoghi, terra e professioni, perfino virtù e la verità non preclusi e monopolizzati. Tu non sarai neppure un uomo. Non possederai il mondo; non oserai e non vivrai secondo la infinita Legge che è in te, e in compagnia con l’infinita Bellezza che il cielo e la terra riflettono per te in tutte le bellissime forme, ma dovrai subordinare la tua natura alla natura di Cristo, dovrai accettare le nostre interpretazioni, e prendere il suo ritratto come il volgo lo disegna.
Il meglio è sempre ciò che mi restituisce a me stesso.
Il sublime è eccitato in me dalla grande dottrina stoica: «obbedisci a te stesso». Ciò che mostra Dio in me, mi fortifica. Ciò che mostra Dio fuori di me, mi trasforma in una verruca e in un porro. Non c’è più una necessaria ragione per il mio essere. Già le lunghe ombre del prematuro oblio si insinuano su di me, e io morirò per sempre.
I cantori divini sono gli amici della mia virtù, del mio intelletto, della mia forza. Mi ammoniscono che i lumi che brillano nella mia anima non sono miei, ma di Dio; che essi hanno avuto qualcosa di simile, e non furono disobbedienti alle visioni celesti. Così io li amo. Nobili provocazioni escono da loro, e mi invitano anche ad emanciparmi, a resistere al male; a sottomettere il mondo; a Essere. E così, attraverso questi santi pensieri, Gesù ci serve, e solo in questo modo. Cercare di convertire un uomo attraverso i miracoli è una profanazione dell’anima. Una vera conversione, un vero Cristo, ora, come sempre, si deve ottenere accogliendo in noi pensieri bellissimi. E vero che una grande e ricca anima, in mezzo a persone semplici, come la sua, predomina in modo tale sugli altri che, come appunto ha fatto, dà nome al mondo. Sembra ai semplici che il mondo esista per lui: essi non si sono ancora imbevuti così profondamente del suo senso da accorgersi che solo tornando a se stessi, o al Dio che è in loro, possono continuare a crescere. E un beneficio limitato darmi qualcosa; è invece un grande beneficio mettermi in grado di fare qualcosa di me stesso. Sta per venire il momento in cui tutti gli uomini vedranno che il dono di Dio all’anima non è una santità vanagloriosa, prepotente ed esclusiva, ma una dolce e naturale bontà, una bontà come la tua e la mia, e che così invita la tua e la mia a essere e a crescere.
L ingiustizia del volgare tono predicatorio non è meno odiosa per Gesù che per le anime che questo tono profana. I predicatori non vedono che essi rendono infelice il suo vangelo, e lo privano delle caratteristiche che fanno la sua bellezza e degli attributi celesti. Quando vedo un maestoso Epaminonda o Washington, quando vedo tra i miei contemporanei un vero oratore, un giudice retto, un caro amico, quando vibro davanti alla melodia e alla fantasia racchiuse in un poema, vedo la bellezza che deve essere desiderata. E così amabilmente, e con il consenso ancora più intero del mio essere, risuona nell’orecchio la severa musica dei cantori che hanno cantato del vero Dio in tutte le età. Ora non degradiamo la vita e i dialoghi di Cristo fuori del cerchio di questo incanto, sottolineandone l’isolamento e il carattere eccezionale. Lasciamoli così come si sono manifestati, vivi e caldi, parte della vita umana e del paesaggio e del lieto giorno. (*)
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*(VI)
2. Il secondo difetto del tradizionale e limitato modo di usare del pensiero di Cristo è una conseguenza del primo; cioè, che la Natura Morale, quella Legge delle leggi le cui rivelazioni portano grandezza, vale a dire Dio stesso, all’anima disponibile ad accoglierlo, non è esplorata come la fonte dell’insegnamento stabilito nella società. Gli uomini sono giunti a parlare della rivelazione come di qualcosa di dato e fatto tanto tempo fa, come se Dio fosse morto. L’offesa fatta alla fede soffoca la voce del predicatore; e la migliore delle istituzioni diventa una voce incerta e inarticolata.
È certo che la conversazione con la bellezza dell’anima genera un desiderio e un bisogno di impartire agli altri la stessa conoscenza e lo stesso amore. Se l’espressione viene negata, il pensiero giace come un fardello sull’uomo. Il veggente è sempre uno che parla. In qualche modo il suo sogno viene detto; in qualche modo egli lo rende pubblico con gioia solenne: l’adorazione della sua anima prende forma qualche volta con il pennello sulla tela, qualche volta con lo scalpello sulla pietra, qualche volta in torri e navate di granito; qualche volta in inni di musica indefinita; ma è nelle parole, che essa trova la sua espressione più chiara e duratura.
L’uomo innamorato di questa eccellenza diventa il suo sacerdote o poeta. Il ministero è coevo al mondo. Ma osserva la condizione, la limitazione spirituale del nobile ufficio. Solo lo spirito può insegnare. Nessun profano, nessun uomo sensuale, nessun bugiardo, nessuno schiavo può insegnare, ma può dare solamente colui che ha; può creare solamente, colui che è. Solo l’uomo su cui scende l’anima, attraverso cui l’anima parla, può insegnare. Il coraggio, la pietà, l’amore, la sapienza, possono insegnare; e ogni uomo può aprire la sua porta a questi angeli, e essi gli porteranno il dono delle lingue. Ma l’uomo che cerca di parlare come i libri insegnano, come i sinodi usano, come la moda indica, e come l’interesse comanda balbetta. Taccia.
A questo santo ministero voi proponete di dedicare voi stessi. Vorrei che voi sentiste la vostra chiamata nelle vibrazioni del desiderio e della speranza. Questo ministero è il primo nel mondo. Appartiene a quella realtà che non sopporta d’essere diminuita da falsificazioni. Ed è mio compito dirvi che il bisogno di una nuova rivelazione non è mai stato più importante di adesso. Dalle opinioni che ho appena espresso, voi potrete ricavare la triste convinzione, che condivido e sostengo, con la maggioranza, dell’universale decadenza e quasi morte della fede nella società. L’anima non è al centro della predicazione. La Chiesa vacilla ormai prossima alla caduta, quasi tutta completamente priva di vita. In questa occasione, dichiarare con compiacimento a voi, la cui speranza e il cui impegno è di predicare la fede di Cristo, che la fede di Cristo è predicata, sarebbe criminale. E tempo che queste mormorazioni a stento trattenute di tutti gli uomini pensosi per la carestia nelle nostre chiese, questo lamento del cuore privato della consolazione, della speranza e della grandezza che vengono solo dalla maturazione della natura morale, è tempo che siano ascoltati, attraverso il sonno dell’indolenza, e al di là del vano rumore della solita routine. Questo grande e perpetuo ministero del predicatore non è adempiuto. Predicare è l’espressione del sentimento morale in applicazione dei doveri della vita. In quante chiese, da parte di quanti profeti, dimmi, l’uomo è reso consapevole del fatto che egli è un’Anima infinita, che la terra e il cielo passano nella sua anima, che egli si abbevera continuamente all’anima di Dio? Dove risuona ora la persuasione, che attraverso la sua stessa melodia porta in paradiso il mio cuore, e così afferma la sua origine celeste? Dove udrò parole come quelle che nelle età più antiche hanno portato gli uomini ad abbandonare tutto e seguire, padre e madre, casa e terra, moglie e figlio? Dove udrò queste maestose leggi dell’essere morale pronunciate in modo tale da riempire l’orecchio, e da farmi sentire nobilitato dall’offerta della mia migliore azione e passione? La prova della vera fede, certamente, deve essere il suo potere di affascinare e comandare l’anima, come le leggi della natura controllano l’attività delle mani, un potere così imponente che troviamo piacere e onore nell’obbedire. La fede dovrebbe unirsi con la luce dell’alba e del tramonto, con la nuvola che vola sulle ali del vento, con l’uccello che canta, e il profumo dei fiori. Ma ora il Sabato del sacerdote ha perduto lo splendore della natura; è sgradevole, siamo felici quando è finito, possiamo fare, facciamo molto meglio, in modo più santo e dolce, da soli, perfino seduti nei nostri banchi.

*(VII)
Dovunque il pulpito è usurpato da un formalista, il fedele è defraudato e privo di consolazione. Ci ritiriamo appena le preghiere cominciano, preghiere che non ci sollevano, ma ci feriscono e offendono. Ci avvolgiamo ben stretti nei nostri mantelli, assicurandoci più che possibile una solitudine in cui non si ascolta più. Una volta ho ascoltato un predicatore di fronte al quale fui fortemente tentato di dire che non sarei più andato in chiesa. La gente, pensai, va in certi posti per abitudine, altrimenti nessuna anima sarebbe entrata nel tempio in quel pomeriggio. Una tempesta di neve stava cadendo intorno a noi. Quella tempesta era reale, il predicatore al suo confronto era puramente spettrale, e l’occhio avverti il triste contrasto guardandolo, e guardando poi fuori dalla finestra dietro di lui la bellissima meteora della neve. Egli era vissuto invano. Non aveva una sola parola che suggerisse il fatto che egli avesse riso o pianto, fosse sposato o innamorato, fosse stato apprezzato, o ingannato, o mortificato. Se anche egli avesse vissuto o operato, nessuno di noi avrebbe potuto ricavarne una maggior saggezza. Non aveva appreso il segreto capitale della sua professione, cioè saper convertire la vita in verità. Nessun fatto di tutta la sua esperienza personale era ancora entrato nella sua dottrina. Quell’uomo aveva arato e piantato e parlato e comprato e venduto; aveva letto libri; aveva mangiato e bevuto; la testa poteva dolere, il cuore battere; egli sorrideva e soffriva; eppure, nonostante tutto questo, in tutto il suo discorso non c’era un’indicazione, un accenno, che egli avesse mai vissuto. Non aveva tratto una sola riga dalla storia reale. Il vero predicatore può essere sempre riconosciuto dal fatto che manifesta la sua vita alla gente, la vita passata attraverso il fuoco del pensiero. Ma di quel cattivo predicatore non si poteva dire, dal sermone, in quale età del mondo egli fosse capitato a vivere; se avesse un padre o un figlio; se fosse proprietario o nullatenente, un cittadino o abitante della campagna o qualsiasi altro dato biografico.
Sembrava strano che la gente venisse in chiesa. Si poteva pensare che le loro case fossero tanto poco accoglienti, da costringerli a preferire quel vuoto clamore. Questo mostra che c’è un’imponente attrazione nel sentimento morale, che può prestare una debole sfumatura di luce anche all’ottusità e all’ignoranza che si propongono nel nome e al posto di questo sentimento. Il buon ascoltatore è sicuro di essere stato qualche volta toccato; è sicuro che c’è qualcosa che merita d’essere perseguito e che esistono parole adatte. Quando egli ascolta queste vane parole, conforta se stesso mettendole in relazione al suo ricordo di ore migliori, e così esse risuonano e riecheggiano incontrastate.
Non ignoro che quando predichiamo in modo non degno, ciò non è sempre del tutto invano. C’è un buon orecchio, in alcune persone, che consente alla virtù di trar vantaggio da ogni sorta di nutrimento. C’è una verità poetica nascosta in tutti i luoghi comuni delle preghiere e dei sermoni: per quanto stoltamente espressi, essi possono saggiamente essere ascoltati, giacché ciascuno di essi rappresenta una speciale espressione che eruppe in un momento di pietà da qualche anima affranta o giubilante, un momento così straordinario da dover essere ricordato. Le preghiere e perfino i dogmi della nostra chiesa sono come lo zodiaco di Dendera e i monumenti astronomici degli indù, completamente isolati da qualunque cosa oggi esistente nella vita e nelle occupazioni della gente. Le preghiere e i dogmi indicano l’altezza a cui le acque una volta salirono. Ma questa docilità è un monito circa il cattivo uso che ne possono fare i buoni e i dovuti. In una larga parte della comunità il servizio religioso fa sorgere ben altri pensieri ed emozioni. Non abbiamo bisogno di rimproverare il servo negligente. Ci assale piuttosto la pietà dinanzi alla pronta punizione della sua accidia. Guai all’infelice uomo che è chiamato a stare sul pulpito senza dare il pane di vita. Tutto ciò che accade, lo accusa. Supponiamo che chieda offerte per le missioni, interne o all’estero. Istantaneamente la sua faccia si copre di vergogna, nel proporre alla parrocchia di inviare denaro a cento o a mille miglia di distanza, per provvedere ad altri quello stesso povero vitto che la gente di quella parrocchia ha in casa e da cui fuggirebbe lontano cento o mille miglia. Supponiamo che esorti a vivere secondo i precetti divini; può forse chiedere a una creatura come lui di venire agli incontri nel giorno del Signore, quando tutti, lui compreso, conoscono quale miseria possono aspettarsene? Li inviterà privatamente alla Cena del Signore? Non osa. Se nessun cuore riscalda questo rito, il suo vuoto, arido, stridente formalismo è troppo evidente, perché egli possa stare dinanzi a un uomo intelligente ed energico e invitarlo senza timore. Per strada, che cosa può dire al bestemmiatore del villaggio? Questi vedrà la paura nel volto, nell’aspetto e nel portamento del ministro.
*(VIII)
Non rischiare che questa perorazione risulti meno sincera per non aver tenuto conto delle giuste proteste delle brave persone. Conosco e onoro la purezza e la rigorosa coscienza di molti membri del clero. La vitalità che il culto pubblico mantiene è dovuta alla sparsa compagnia di uomini pii che officiano qua e là nelle chiese e che, accettando la tradizione degli antichi con una devozione perfino eccessiva, tuttavia non da altri che dal loro stesso cuore hanno accettato i genuini impulsi della virtù, e così ancora sanno indurci ad amare e onorare una vita santa. Inoltre, le eccezioni non sono tanto da trovare in pochi eminenti predicatori, quanto nelle ore migliori, nelle più vere ispirazioni di tutti, anzi, nei momenti sinceri di ogni uomo. Ma, pur ammesse le eccezioni, è pur sempre vero che la tradizione caratterizza il modo di predicare di questa terra; che la tradizione viene dalla memoria, e non dall’anima; che essa mira a ciò che è abituale e non a ciò che è necessario ed eterno; e che perciò il cristianesimo storico distrugge il potere della predicazione, ritirandola dall’esplorazione della natura morale dell’uomo, in cui sono riposti il sublime e le risorse della meraviglia e del potere. Quale crudele ingiustizia è il fatto che quella Legge, che è la gioia dell’intera terra e che sola può rendere il pensiero ricco e amato; che quella Legge la cui fatale certezza le orbite astronomiche poveramente imitano, sia travestita e sprezzata, cacciata con urla e lamenti, senza che ne sia articolato un solo tratto, una sola parola. Il pulpito nel perdere di vista questa Legge perde ragion d’essere, e cerca a tastoni senza sapere cosa. E per mancanza di questa educazione l’anima della comunità è malata e priva di fede. Nulla più le manca di una rigorosa, alta, stoica disciplina cristiana che le faccia conoscere se stessa e la divinità che vi parla attraverso. Ora l’uomo ha vergogna di se stesso; tollerato, compatito, si nasconde e Si muove furtivamente nel mondo; a stento in mille anni si trova qualcuno che osi essere saggio e buono, attirandosi dietro le lacrime e le benedizioni degli altri uomini.
Certamente ci sono stati periodi in cui, non potendosi l’intelletto esercitare riguardo a certe verità, era possibile una fede maggiore nei nomi e nelle persone. I Puritani in Inghilterra e in America hanno trovato nel Cristo della Chiesa Cattolica e nel dogma ereditato da Roma lo spazio per la loro austera pietà e i loro desideri di libertà civile. Ma il loro credo sta svanendo, e nessun altro sorge al suo posto. Penso che nessun uomo possa entrare con i suoi pensieri in una delle nostre chiese senza sentire che quella presa che il pubblico culto aveva sulle gente è ormai inefficace o sta per diventarlo. Non trova più rispondenza né nell’affetto dei buoni né nel timore dei malvagi. In campagna, nei paraggi della città, metà della parrocchie sono destituite di fedeli. Si comincia a scorgere un indice di carattere e di religiosità nel fatto di rinunciare a frequentare riunioni religiose. Ho udito una persona devota, che apprezzava il giorno del Signore, dire amaramente: «Nelle domeniche, sembra sia male andare in chiesa». E il motivo in cui i migliori ancora perseverano è ora solo una speranza e un’attesa. Quello che una volta era una mera circostanza, che i migliori e i peggiori di una parrocchia, i poveri e i ricchi, i colti e gli ignoranti, i giovani e i vecchi, si incontrassero un giorno in una casa, tutti eguali, in segno di un eguale diritto spirituale, è diventato il motivo principale per andare in quella sede.
*(IX)
Amici miei, in questi due errori, credo di trovare le cause della decadenza della chiesa e di un devastante scetticismo, che riversano su di noi una influenza maligna e rattristano il cuore degli uomini buoni. Quale calamità più grande può cadere su una nazione della perdita della religione? Se questo avviene tutto decade. Il genio abbandona il tempio per frequentare il senato o il mercato. La letteratura diventa frivola. La scienza è fredda. L’occhio della giovinezza non è illuminato dalla speranza di altri mondi, e l’età è priva di onore. La società vive per sprecare tempo in frivolezze, e quando gli uomini muoiono non ne parliamo.
E ora, fratelli miei, chiederete, che cosa possiamo fare in questi giorni sconfortanti? Il rimedio è già stato indicato quando indicavamo i motivi della nostra critica alla Chiesa. Abbiamo messo in contrasto la Chiesa con l’Anima. Nell’anima allora dunque cerchiamo la redenzione. In un’anima, nella vostra anima, ci sono risorse per il mondo. Dovunque arriva un uomo, arriva una rivoluzione. Ciò che è antico è per gli schiavi. Quando arriva un uomo, tutti i libri diventano leggibili, tutte le cose trasparenti, tutte le religioni sono forme. Egli è religioso. E l’uomo colui che opera miracoli. Egli si manifesta in mezzo a miracoli. Tutti lo benedicono e maledicono. Egli dice si e no, solamente. Il carattere statico della religione, la convinzione che l’età dell’ispirazione sia passata, che la Bibbia sia chiusa, la paura di sminuire la figura di Gesù rappresentandolo come un uomo, tutto questo indica con sufficiente chiarezza la falsità della nostra teologia. Il compito di un vero maestro è quello di mostrarci che Dio è, non che è stato; che Egli parla, non che ha parlato. Il vero cristianesimo la fede, come quella di Cristo, nell’infinità dell’uomo – è perduto. Nessuno crede nell’anima dell’uomo, ma solamente in qualche uomo, in qualche persona vecchia e defunta. Ahimè! nessun uomo va da solo. Tutti gli uomini vanno a gruppi da questo o quel santo o poeta, evitando il Dio che vede nel segreto. Essi non possono vedere nel segreto, amano essere ciechi in pubblico. Pensano che la società sia più saggia della loro anima, e non sanno che un’anima, la loro, è più saggia del mondo intero. Considerate come le nazioni e le razze trascorrano velocemente sul mare del tempo e non lascino nemmeno un’increspatura che indichi dove esse hanno galleggiato o sono affondate: basterà una sola anima buona a rendere i nomi di Mosè, o di Zenone, o di Zoroastro venerabili per sempre. Nessuno prova l’austera ambizione di essere l’Io della nazione e della natura, ma ciascuno vorrebbe per sé una comoda posizione gregaria all’interno di qualche denominazione cristiana, o di qualche raggruppamento settario, al seguito di un qualche uomo eminente. Abbandona una sola volta la tua conoscenza di Dio, il suo sentimento, e assumi una conoscenza di seconda mano, come quella di 5. Paolo, o di George Fox, o di Swedenborg e ti troverai lontano da Dio per tutta la durata di questa conoscenza di seconda mano. Se essa, come nel nostro caso, dura secoli, l’abisso si spalanca a tal punto che gli uomini possono a stento convincersi che c’è qualcosa di divino in loro.
Lasciate che vi ammonisca, prima di tutto, ad andare soli; a rifiutare i buoni modelli, perfino quelli che sono sacri nell’immaginazione degli uomini, e a osare di amare Dio senza mediatori o veli. Troverete abbastanza amici che proporranno alla vostra emulazione dei Wesley e degli Oberlin, Santi e Profeti. Ringraziate Dio per questi uomini buoni, ma dite «anch’io sono un uomo». L’imitazione non può superare il modello. L’imitatore si condanna a una mediocrità senza speranza. L’inventore ha creato il modello perché questo era naturale per lui, in lui esso è affascinante. Nell’imitatore è naturale qualcos’altro, ed egli si priva della sua stessa bellezza, inseguendo un altro, irraggiungibile.
*(X)
Tu stesso, appena creato nunzio dello Spirito Santo, getta alle tue spalle ogni conformismo, e metti gli uomini direttamente in contatto con la divinità. Sii per loro un uomo, anzitutto e solamente; moda, costumi, autorità, piacere, denaro, non sono niente per te, non sono bende sui tuoi occhi, che ti impediscano di vedere: vivi il privilegio dell’anima incommensurabile. Non essere troppo ansioso di visitare periodicamente ogni singola famiglia della tua comunità parrocchiale: quando incontri uno di questi uomini o donne, cerca di essere con loro or’ uomo divino; cerca di essere esempio di pensiero e virtù per loro; fa’ in modo che le loro timide aspirazioni trovino un amico in te; che i loro impulsi conculcati siano genialmente sollecitati dall’atmosfera che saprai creare; che i loro dubbi sappiano che tu hai dubitato, e che il loro sentimento di meraviglia riconosca che anche tu hai provato meraviglia. Confidando nella tua anima, guadagnerai maggiore fiducia negli altri uomini. Nonostante tutta la nostra saggezza da quattro soldi, tutta la nostra schiavitù verso l’abitudine, non ci può essere dubbio che tutti gli uomini hanno pensieri sublimi, apprezzano le poche ore reali di vita, amano essere ascoltati, amano essere sollevati alla contemplazione dei principi. Imprimiamo con un segno luminoso nella nostra memoria i pochi colloqui che abbiamo avuto, nei cupi anni della routine e del peccato, con anime che hanno reso più sagge le nostre, che hanno espresso quello che noi pensavamo, che ci hanno detto quello che noi sapevamo, che ci hanno permesso di essere quello che eravamo dentro. Svolgi presso gli uomini il servizio sacerdotale e, presente o assente, sarai seguito dal loro amore come da un angelo.
E a questo fine, non dobbiamo puntare a comuni gradi di merito. Non possiamo forse abbandonare a chi l’ama la virtù che risplende per la lode della società, e inoltrarci noi invece nelle profonde solitudini dell’ingegno, del valore assoluto? Facilmente raggiungiamo il livello medio sociale di bontà. La lode della società può essere assicurata a poco prezzo, e quasi tutti gli uomini si accontentano dei facili meriti, ma l’immediato effetto della conversazione con Dio sarà di metterli da parte. Vi sono meriti sublimi. Ci sono persone che non sono attori, né parlatori, ma vere e proprie autorità, persone troppo grandi per fama, per il risalto dei loro caratteri, persone che disdegnano l’eloquenza, per le quali tutto quel che noi riconosciamo come arte e come artista sembra troppo strettamente legato allo spettacolo e a scopi reconditi, alla esagerazione del finito e dell’individuale, e alla perdita dell’universale. Gli oratori, i poeti, i capi ci possiedono solamente come fanno le belle donne oneste, con il nostro permesso e omaggio. Trascuriamo quelle persone a favore di preoccupazioni spirituali, trascuriamole, come ben sapete fare, a favore di scopi nobili e universali, e esse istantaneamente sentiranno che avete ragione, e che devono risplendere in luoghi più bassi. Quelle persone sentono anche il vostro diritto, perché essi come voi sono aperti all’influsso dello Spirito che tutto conosce, che annienta, con la vastità del suo meriggio le piccole ombre e gradazioni dell’intelligenza nelle opere che consideriamo più sagge, anzi le più sagge. In tale alta comunione studiamo i grandi tratti della rettitudine: un’audace benevolenza, un’indipendenza dagli amici, in modo tale che gli ingiusti desideri di quanti ci amano non impediscano la nostra libertà, e sappiamo invece esser preparati molto in anticipo a resistere per amore della verità all’impeto, per quanto spontaneo, degli affetti e degli appelli alla simpatia e, nella più alta forma in cui questo tratto straordinario si dà a conoscere, apprendiamo quella certa saldezza nel valore, che non ha niente a che vedere con l’opinione e rappresenta la virtù in modo tanto essenziale e chiaro, che si dà dato per scontato che un certo gesto giusto, coraggioso, generoso sarà compiuto, senza che alcuni pensi a tessere elogi. Potresti fare dei complimenti a un bellimbusto che compie una buona azione, ma non loderesti un angelo. Il silenzio che accetta il merito come la cosa più naturale nel mondo, è l’applauso più grande. Anime come queste, quando appaiono, sono la Guardia Imperiale della Virtù, la perpetua riserva, sono come i dittatori che si impongono alla fortuna. Non occorre lodarne il coraggio, sono il cuore e l’anima della natura. Amici miei, ci sono risorse in noi cui non abbiamo attinto. Ci sono uomini che si sentono sollevati all’udire una minaccia; uomini a cui una crisi che intimidisce e paralizza la maggioranza, non richiedendo le virtù della prudenza e della parsimonia, ma comprensione, impassibilità, disponibilità al sacrificio, giunge gradita e amata come una sposa. Napoleone disse di Massena che non era se stesso fino a quando la battaglia non gli andasse incontro, e che poi, quando i morti cominciavano a cadergli intorno a schiere, ridestava le sue capacità di grande organizzatore, e si rivestiva di terrore e vittoria. Così, è nelle aspre crisi, nell’instancabile pazienza, e nelle aspirazioni che non tengono conto della simpatia, che un angelo può apparire. Ma queste sono altezze che noi possiamo a stento ricordare e considerare senza contrizione e vergogna. Ringraziamo Dio che queste cose esistono.
E adesso facciamo quello che possiamo per riaccendere il fuoco nascosto, quasi spento sull’altare. I mali della chiesa attuale sono manifesti. Il problema si ripropone, che cosa faremo? Lo confesso, tutti i tentativi di progettare e stabilire un Culto con nuovi riti e forme mi sembrano vani. E la fede che ci costruisce, non siamo noi a costruirla, e la fede produce le sue proprie forme. Tutti i tentativi di ideare un nuovo sistema sono altrettanto freddi del nuovo culto della divinità della Ragione introdotto dai francesi, oggi cartapesta e filigrana, domani follia e omicidio. Lasciate piuttosto che il respiro della nuova vita penetri in voi attraverso le forme già esistenti. Una volta che sei vivo tu, scoprirai che esse diventeranno plastiche e nuove. Il rimedio alla loro deformità è prima di tutto l’anima, e in secondo luogo l’anima, e per sempre, l’anima. Una sola pulsazione di virtù può elevare e vivificare un intero papato di forme. Il cristianesimo ci ha dato due inestimabili vantaggi; prima di tutto il giorno del signore, il giubileo del mondo intero, la cui luce sorge egualmente benvenuta nello studio del filosofo, nella soffitta del lavoratore, nelle celle della prigione, e dovunque suggerisce, perfino alla persona più abietta, la dignità della vita spirituale. Si levi per sempre un tempio, che restauri un nuovo amore, una nuova fede, una nuova vista, con uno splendore maggiore del suo primo, dinanzi agli uomini. E il secondo vantaggio è l’istituzione della predicazione, il discorso dell’uomo agli uomini, che essenzialmente è il più flessibile di tutti gli organi, di tutte le forme. Che cosa impedisce che ora, dovunque, sui pulpiti, nelle sale per conferenze, nelle case, nei campi, dovunque l’invito degli uomini o le vostre stesse occasioni vi conducano, voi diciate precisamente la verità, così come la vostra vita e la vostra coscienza ve la insegnano, e solleviate i cuori deboli che attendono una nuova speranza e una nuova rivelazione.
Guardo con ansia al momento in cui quella suprema Bellezza che ha mandato in estasi le anime degli orientali, e soprattutto degli ebrei, e attraverso le loro labbra ha espresso oracoli per ogni età, possa esprimersi anche in occidente. Le Scritture ebraiche e greche contengono pensieri immortali, che sono stati nutrimento per la vita di milioni di uomini. Ma esse non hanno un’integrità epica, sono frammentarie, non appaiono all’intelletto nel loro ordine. Attendo il nuovo Maestro che seguirà quelle leggi luminose a tal punto da vederle formare un cerchio pieno, da vederne la grazia completa e circolare, da vedere il mondo come lo specchio dell’anima, da vedere l’identità della legge di gravitazione con la purezza del cuore e da mostrare che la Necessità e il Dovere sono una cosa sola con la Scienza, con la Bellezza e con la Gioia.

NOTE

(1) Discorso agli studenti dell’ultimo anno del Harvard Divinity School, la domenica sera del 15 luglio 1838.
(2) Emerson ricavò la convinzione del primato storico dell’Oriente probabilmente da J. M. de Gérando, Histoire comparée des systèmes de philosophie.
(3) Wordsworth, il sonetto «The World is too much with us», v. 10.

Fonti
Gianfranco Bertagni (Fonte)
Rob Piccoli (Fonte)

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