L’unità della persona umana è qualcosa che diamo per scontato. In ogni nostra azione nel mondo presupponiamo di essere “uno”, sempre e coerentemente uguali a noi. A volte, però, sentiamo di non essere più noi stessi, come in preda a forze estranee al nostro controllo. Ciascuno di noi ha i suoi “demoni” e molto spesso essi ci si presentano con volti tutt’altro che spaventosi. Socrate dichiarava che le sue riflessioni erano a volte come un demone, che lo portavano ad isolarsi ed estraniarsi dal mondo. Ma le sue riflessioni erano in sé tutt’altro che malvagie. A volte questi demoni hanno la forma suadente di seduzioni carnali e piaceri di bassa lena. Molto spesso sono le nostre migliori passioni a trasformarsi nei nostri peggiori demoni, perché ci travolgono in un vortice che allontana il resto dell’esistenza come un fastidio. Ma questi demoni sono parte di noi. Se non riusciamo a liberacene è perché lo percepiamo, sappiamo con essi andrebbe via qualcosa che intimamente ci appartiene. Eppure essi sono anche “estranei” a noi, perché non solo appaiono rompere quell’unità della persona, ma sembrano frapporsi, nel totale coinvolgimento cui ci spingono, tra noi e l’unità con la nostra vita nella sua complessità.
A Gerasa Gesù si trova di fronte ad un “indemoniato”. Quando Gesù chiede a costui “Come ti chiami?” la risposta è sconcertante: “Il mio nome è Moltitudine, perché siamo in molti”. L’essere umano ha preso solo lentamente consapevolezza dell’esistenza di sistemi psichici parzialmente autonomi all’interno della sua mente. Solo nel XX secolo la psicanalisi ci avrebbe detto che in noi convivono Inconscio, Io e Super-Io. Alcune culture hanno considerato le implicazioni spirituali della “moltitudine” che è in noi ed hanno cercato di proporre un percorso per ricondurre tale “moltitudine” all’unità dello Spirito. Nell’antica setta taoista Shang Ching, ad esempio, l’essere umano era visto come popolato da innumerevoli “divinità” e l’esercizio meditativo, basato sulla visualizzazione degli attributi di tali divinità, volgeva a ricondurle progressivamente all’unità del Tao, nel quale anche la persona avrebbe, perciò, ritrovato la sua stessa unità come complesso bio-spirituale. Nelle altre correnti taoiste e nella medicina tradizionale cinese si parla, piuttosto, di diverse anime (anime “po”, legate alla terra, al corpo, all’istinto, ed anime “hun”, legate al cielo, alla mente, alla volontà di dominio) che potranno ritrovare l’unità solo nello “shen”, lo spirito.
Ma anche la Bibbia ci presenta, attraverso la narrazione della Genesi, un interessante prospettiva a riguardo.Nel racconto del rapporto tra i fratelli Esaù e Giacobbe (Genesi capitoli 25-28) vi è, infatti, molto di più del resoconto di una bega ereditaria. Vi è la parabola eterna del rapporto tra i due lati della nostra anima. Esaù sembra, infatti, rappresentare la parte più primordiale (non a caso è il primogenito naturale) della nostra anima, legata agli istinti ed alle passioni, forte di un immenso spirito di conservazione, ma anche concentrata su se stessa ed attratta dal possesso e dal desiderio, piena di gioia nel suo slancio verso la vita, ma facile alla perdizione. Giacobbe sembra, invece, rappresentare il nostro lato più razionale, capace di consapevolezza e di progettualità, che lo portano ad includere nel suo orizzonte anche ciò che è oltre se stesso ed a cercare, così, costantemente l’equilibrio, ma anche spesso il controllo. Così, la rinuncia alla primogenitura da parte di Esaù ci dice che in un dato momento della nostra storia personale (ma anche della storia dell’umanità; non è un caso che il racconto si situi in un contesto di trasformazione della società da una condizione nomade ad una stanziale e di progressivo inurbamento) il lato razionale deve prendere il timone del governo della persona per condurla ad un equilibrio e allo sviluppo di una socialità e maturità. E fin qui anche il nostro lato istintuale è ben disposto ad accettare, perché ne va della sopravvivenza della persona, di cui egli fa parte. Ma quando da una parte il lato istintuale trascende la sua più pura funzione di richiamarci costantemente al voler vivere e si attacca ai desideri ed agli oggetti della vita mondana (simbolicamente rappresentati dalle mogli hittite di Esaù) e dall’altra il lato razionale vuole disconoscere la comune origine, propria e del lato istintuale, dallo spirito (rappresentato dalla benedizione di Isacco), allora le cose si complicano enormemente. Il nostro lato istintuale si trova estromesso dalla consapevolezza dello spirito e relegato nei meandri dell’inconscio, meditando, dalla frustrazione e dalla repressione, la propria vendetta nelle forme della nevrosi e della psicosi. La persona umana (la famiglia di Rebecca) si trova improvvisamente divisa, interdetta da uno sviluppo completo ed armonico. Giacobbe, che anche altrove rappresenta la ragione nelle sue potenzialità come nei suoi limiti, nelle sue vittorie come nei suoi tormenti, si trova esule dalla propria famiglia come dalla gioia istintiva della vita.
L’essere umano ha, dunque, bisogno di ricostituire la sua unità come persona e di ricostituire ad un tempo la sua unità con la vita. Nell’episodio dell’indemoniato di Gerasa la parte istintuale ha, invece, preso il sopravvento. La persona è dilaniata, la sua esistenza fuori controllo, il legame con la vita interrotto, come ben ci rende l’immagine dell’indugiare in mezzo alle tombe dei morti. Di questi “demoni” abbiamo bisogno di liberarci, ristabilendo la piena padronanza della nostra parte cosciente. Ma troppo spesso la risposta a questa necessità è quella di imporre un dominio della nostra parte cosciente attraverso l’annullamento e la negazione del nostro lato istintuale. Prendiamo, cioè, le parti di Giacobbe, dimenticando che anche su Esaù ricade, attraverso Isacco, la benedizione dello spirito. Apparentemente anche i gesti di Gesù sembrerebbero spingerci verso questa direzione. Egli lascia che gli spiriti maligni abbandonino la persona per incarnarsi in dei maiali, per poi finire affogati nel lago. Ma questa immagine ci rivela in realtà che proprio la nostra parte più istintuale ed inconscia, se separata dalla coscienza, non può che condurre alla distruzione. E’, infatti, perché i maiali non possiedo coscienza alcuna che la presenza degli “spirito maligni” si fa cieca confusione, che conduce alla morte. Ma allora, se né ragione, né istinto possono essere il cocchio che può condurci verso l’unità della persona, cosa può farlo? Cosa può ricondurre Esaù e Giacobbe alla loro riconciliazione?
Se ben vediamo i paragrafi di questa parte dei Vangeli presentano utili indicazioni a riguardo, quasi a costituire un “manuale di meditazione”. Ci indicano, in prima battuta, cosa serve per liberarci dei “demoni” e ricondurre istinti e passioni sulla via dell’unità. Ciò che indirizza i nostri “demoni” è, infatti, la “fissazione”: essi ci chiedono di “non essere cacciati fuori dalla regione”, sanno vedere solo una parte del passaggio, solo un frammento della realtà e si attaccano irrimediabilmente ad essa, vivendolo in maniera totalizzante. Il meccanismo dei demoni è il meccanismo di qualsiasi dipendenza. Pensiamo a quante volte cose in sé buone si tramutino in demoni attraverso il perverso inganno della dipendenza: un buon bicchiere di vino, una piacevole sessualità, la navigazione in rete o persino il nostro impegno per una congregazione unitariana … tutte queste cose possono diventare “demoni” se ci fissiamo su di essi come unica preoccupazione della nostra esistenza. “Il saggio usa le cose come strumenti, ma non è mai strumento delle cose” ci dice il Nei Yeh, antico testo cinese di meditazione ed alchimia interna. La vita spirituale richiede la capacità di sviluppare una certa indipendenza dai nostri legami con il mondo, di interrompere il nostro attaccamento al mero soddisfacimento materiale, di proiettarci in una visione del valore della vita non vincolata alla nostra parzialità di persona finita. Gesù invita il maestro della legge che vuole seguirlo, ma che vorrebbe prima andare a seppellire il padre, a superare i propri condizionamenti. “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti”, che non significa certo avere disinteresse dei legami famigliari, ma piuttosto simboleggia il superamento delle logiche comuni.
L’episodio di Gesù che calma la tempesta ci ricorda il modo “buddista” di rompere tali condizionamenti. Il vento e l’acqua del lago sembrano simboleggiare il disordine della mente e del cuore agitati da desideri, passioni e pensieri fissi. E l’atto con cui Gesù placa la tempesta, più che un miracolo, rammenta la capacità dello spirito di ritrovare la calma e la pace, placando la mente ed il cuore. E’, dunque, lo Spirito, nella sua capacità di aprirci all’unità della vita, piuttosto che restarcene attaccati ad una parte di essa come ad un idolo, ciò che permette alle nostre diverse “anime” di convivere in unica persona. Metaforicamente, affinché Esaù e Giacobbe si riconcilino dobbiamo rammentarci di come entrambi siano benedetti dallo spirito di Isacco, affinché si aprano l’uno all’altro e si riconoscano parte di un’unica famiglia.
Di fronte alle tempeste della vita abbiamo, dunque, spesso bisogno di raccoglierci nell’interiorità, non per chiuderci in noi stessi, ma per aprirci ad un nuovo ascolto. Abbiamo bisogno del silenzio per renderci pronti ad una nuova parola. Gesù stesso deve aver avuto un grande bisogno di questa profonda attività: i Vangeli ci narrano di come il primo impatto con la folla, che lo acclamava e lo ricercava per le sue doti spirituali e guaritrici, fosse stato per Gesù stesso sconvolgente. Tanto da indurlo a chiedere di non parlare delle sue capacità, tanto da cercare la distanza dalla folla, nel silenzio in cui ritrovare l’unità di sé attraverso l’unità con il Padre suo. Ed in questo silenzio egli si trova ad affrontare i propri demoni, come le lusinghe che si accompagnavano al suo ruolo, alle sue abilità e al suo successo tra la gente.
Ma, se il ritiro nell’interiorità e la capacità di indipendenza spirituale rappresentano un passaggio obbligato, essi non esauriscono il percorso verso l’unità. Gesù ci ha insegnato che l’essere umano realizza davvero se stesso solo attraverso la relazione con la vita tutta, con la sua origine misteriosa come con le creature che ne sono espressione, con il Padre come con i Figli. Nonostante i rischi per la sua stabilità, Gesù non si rifugia nella beatitudine di una vita solitaria. Egli si assume appieno la responsabilità dell’essere nel mondo e dello svolgere la sua funzione di portare una nuova speranza ed una rinnovata fede. La ricerca della pace, della calma che vinca la tempesta, non può rappresentare mai per il cristiano un ritirarsi nel solipsismo di una quiete individuale che non includa il mondo e l’ansia per la sua trasformazione nell’ottica del Regno. La serenità del cristiano è piuttosto nella percezione del valore e della bellezza degli scampoli di Regno che già si realizzano in noi e tra di noi, che induce alla fiducia nella forza della vita e nell’ispirazione dello spirito. Nella consapevolezza di tale ispirazione noi abbiamo pace, non perché le tensioni del mondo siano dissolte o ci siano indifferenti, ma perché percepiamo quella “Armonia di Armonie”, come direbbe Whitehead, in cui le differenze permangono, ma in cui è dissolto definitivamente “l’inquieto egoismo” che le tramuta, nella ricerca della propria soddisfazione, in conflitti. Citando di nuovo Whitehead, la pace del cristiano “è quella Pace, che è armonia delle attività dell’anima ricche di mete ideali che giacciono al di là di ogni soddisfazione personale”.
Arricchiamo le nostre vite di questa pace e potremo confidare anche noi di goderci la brezza e le acque pescose del nostro profondo lago, senza tema di tempesta o di demoni ad agitarne la superficie.

Alessandro Falasca

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