Mc 9:2 Gesù prese con sé Pietro, Giacomo, Giovanni e li condusse soli, in disparte, sopra un alto monte. E fu trasfigurato in loro presenza; 3 le sue vesti divennero sfolgoranti, candidissime, di un tal candore che nessun lavandaio sulla terra può dare. 4 E apparve loro Elia con Mosè, i quali stavano conversando con Gesù. 5 Pietro, rivoltosi a Gesù, disse: «Rabbì, è bello stare qua; facciamo tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia». 6 Infatti non sapeva che cosa dire, perché erano stati presi da spavento. 7 Poi venne una nuvola che li coprì con la sua ombra; e dalla nuvola una voce: «Questo è il mio diletto Figlio; ascoltatelo». 8 E a un tratto, guardatisi attorno, non videro più nessuno con loro, se non Gesù solo.
(I)
la prima cosa che dobbiamo considerare è il fatto che Gesù abbia portato con sé solo quei tre discepoli perché? L’interpretazione che mi piace di più è quella che vede nei tre discepoli tre delle tradizioni cui ha dato origine la predicazione del Maestro. In Pietro riconosciamo la tradizione cattolica paolina, in Giacomo la tradizione giudeo cristiana, cui noi facciamo riferimento, in Giovanni quella ellenistica variamente considerabile gnostica o eraclitea,a seconda delle sensibilità del lettore. Questo ci dice però anche un’altra cosa: dal punto di vista del Maestro che egli in qualche modo già supponeva e accettava l’idea che la sua predicazione sarebbe stata interpretata in maniera diversa. A lui andava bene così: essendo noi persone differenti, affinché possiamo sperimentare la medesima esperienza spirituale, dobbiamo contemplare la possibilità di rappresentarla in maniera differente alle nostre menti, che sono condizionate da percorsi biografici e culturali differenti.

(II)
Ma questo ci dice anche un’altra cosa: che ognuno di noi si rappresenta il Maestro e la sua predicazione in maniera diversa, ognuno di noi lo trasforma e lo trasfigura, non potendo fare a meno di trascendere il dato e accomodarlo secondo la propria specifica sensibilità. È il medesimo processo precedente solo visto da due punti di vista diversi.

(III)
Pensate solo al termine trasfigurazione (μετεμορφώθη) che in realtà dovrebbe tradursi con metamorfosi, e che non è per nulla ebraico biblico, non viene utilizzato altrove della tradizione ebraica. Si tratta di una rivisitazione posteriore con categorie greche di un sostrato ebraico. Il fatto dovrebbe portarci a squalificare il passo? No, è semplicemente la dimostrazione concreta di quanto questo stesso passo sta dicendo, ossia che l’esperienza della predicazione e della vita del maestro è stata mediata dalle categorie concettuali dell’evangelista e probabilmente anche da quelle di qualche copista medievale.

(IV)
Pensate che questa sia la solita pippa teologica? Non credo, non proprio. Quello che vi sto dicendo è confermato dalla moderna teoria della percezione visiva che dice sostanzialmente due cose: da un lato che in ogni atto di percezione visiva esiste lo scotoma una zona cieca, che dovrebbe apparirci nera alla visione. Perchè ció, di fatto non avviene? Perché il nostro cervello integra la zona di buio con delle informazioni in archivio tali da integrarsi con i dati percepiti e rendere un risultato coerente. La moderna teoria della percezione è piena di giochini in grado di dimostrare quanto l’occhio possa sbagliare nel suo processo di integrazione dei dati. Quest’ultima esperienza ci insegna due cose anche da un punto di vista teologico:da un lato che, per quanto raffinata possa essere la nostra spiegazione razionale dell’esperienza spirituale, essa conterrà comunque degli scotoma delle zone scure cieche, dall’altro che noi tendiamo a mettere del nostro, che di fatto non c è, nel tentativo di dar senso alla nostra esperienza spirituale. I dogmi sono un’esperienza palese di questo tentativo di integrazione indebita dell esperienza al fine di renderla razionalmente accettabile coerente e completa. Questi due vizi della ragione dovrebbero forse squalificare l’esperienza spirituale?? tutt’altro, essi sono a fondamento del principio di tolleranza. Nel riconoscere la parzialità della nostra esperienza spirituale, nel riconoscere la tendenza umana a volerla integrare e assolutizzare riconosciamo, implicitatemente, la legittimità di altri percorsi, accanto al nostro, che vedano luce nelle nostre zone cieche.

(V)
Questo passo viene preso dai dogmatici come la chiara dimostrazione della divinità di Gesù. Sembra che il Maestro si sia divertito ad organizzare uno spettacolino per i propri discepoli mostrando qualcuno tra i suoi infiniti super poteri. Peccato però che il tempo del verbo fu trasfigurato sia passivo. E tutte le volte che lo ritroviamo nel Nuovo Testamento, quattro o cinque, lo troviamo sempre al passivo. Come mai? Gesù fu trasfigurato, non trasfigurò . Perché è così importante il tempo del verbo? È importante perché se noi consideriamo il verbo attivo, intendiamo la trasfigurazione comune un atto volontario quasi-magico, se noi invece lo intendiamo il passivo, mostriamo come l’Autore della trasfigurazione non può essere che il Principale. In questo senso una volta ascritto al Principale, la volontà e la responsabilità dell’atto, qualsiasi cosa fosse avvenuto in questo passo, non creerebbe problema ad un unitariano

(VI)
ma reputo più in questo senso ma magico debba essere considerato solo dopo altre quattro serie di considerazioni.Anzitutto che lo stesso Maestro ha dovuto compiere un percorso di consapevolezza di cui qui in questo passo vediamo una tappa fondamentale Come sapete il periodo estivo dottrinale del nostro lezionario rappresenta il vertice dell’insegnamento del maestro, e il vertice è appunto questa trasfigurazione-metamorfosi. Ma che cosa era cominciato il percorso? Ve lo ricordate? Dalla metanoia del primo capitolo la conversione. Tra metanoia e metamorfosi c è lo stesso rapporto che abbiamo visto la settimana scorsa tra la dottrina delle labbra e la dottrina del cuore. il nous, l’intelletto, deve essere certamente il primo a cambiare, dobbiamo attuare preliminarmente un percorso razionale che ci porti all’assenso. Ma non basta! All assenso razionale devono seguire quello del cuore e quello degli atti: al nous deve seguire la morphè, sia come atto di plasmare (su cui torneremo tra poco) sìa come coinvolgimento completo totale del cuore

(VII)
Ma questo percorso deve essere condiviso: Una delle ragioni della presenza di discepoli è appunto la condivisione del percorso spirituale che non è uguale per tutti ma risponde a un’esigenza comune. La CUI riprende molto questa istanza

(VIII)
Ma pensiamo al senso primario di figura: potremmo definire una figura come una porzione delimitata di un piano o dello spazio E proprio questa delimitazione è la ragione per cui ci si scaglia contro l idolatria, perché indirizza l’afflato spirituale verso un qualche cosa di particolare, perchè predilige una porzione di realtà rispetto il tutto. Non si tratta di un Dio geloso o di una ripicca tra divinità diverse, ma di non sprecare, di non limitare l’afflato universale, di cui tutti disponiamo. in contesti circoscritti e particolari.Sotto quest’aspetto anche il dogma è una forma di limitazione volontaria delle potenzialità di apertura della ragione umana, quindi in questo senso trasfigurare significa trascendere andare oltre il datapercettivo superficiale e aprirci alla prospettiva del tutto. E infatti guardate cosa dice Pietro, colui che rappresenta la tradizione dogmatica. Egli vuole una tenda, un costrutto che delimiti l’esperienza, vuole circoscriverla. Vuole fermarla, delimitarla stabilizzarla. E’ una cosa molto umana, la percezione della paura della esperienza nuova, la paura di aprirsi all’ignoto, allo sconosciuto, al diverso, cui si cerca di contrapporre qualcosa di circoscritto radicato e stabile. Nietzsche spiega molto bene questo principio e se vorrete in qualche occasione lo riprenderemo. Ma all’idea della tenda si contrappongono 2 presenze indefinite, l’ombra e la nuvola che ben richiamano il corretto atteggiamento di apertura all’ignoto che l’uomo dovrebbe tenere di fronte all’esperienza spirituale

(IX)
Infine dobbiamo considerare il concetto di figura come costruzione finta, prodotto, artificio umano, provvisorio. In questo senso dobbiamo riconoscere che tutte le nostre idee legate al divino sono una nostra costruzione, un nostro prodotto che approssimiamo nel progredire dell’esperienza culturale spirituale, ma che è sempre e comunque inadeguato ad accogliere la pervasività dell esperienza spirituale La figura, il dogma, sono acquisizioni utili che ci permettono di salire, pioli, appoggi stabili di una scala, senza i quali non potremmo salire. Ma, come dice Wittgenstein, una volta usata la scala, dovremmo imparare al liberarci di essa, aprendoci alla profondità ineffabile dell’esperienza spirituale

Allora creiamolo quest’uomo, capace di costruire scale sempre più alte e salire sempre di più. ma anche di abbandonarle e affidarsi totalmente al nutrimento inesauribile sempre nuovo e sempre pro-vocatorio ed appagante della Parola divina

Nasè Adam
נַֽעֲשֶׂ֥ה אָדָ֛ם
Amen
Rob

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