Il racconto della trasfigurazione di Gesù (che la tradizione vuole avvenuto sul monte Tabor in una sera d’agosto) è uno dei più coinvolgenti sul piano mistico di tutti i Vangeli. L’aspetto di Gesù assume tratti strabilianti, dal chiarore delle vesti alla luminosità del corpo.

Nell’interpretazione usuale questo aspetto è evidenza della natura straordinaria di Gesù, tant’è che una voce sottolinea “Questo è il Figlio mio, che io amo. Io l’ho mandato. Ascoltatelo!”.

La presenza di Mosè e Elia sottolinea, invece, la continuità del messaggio di Gesù rispetto alla tradizione dei patriarchi e dei profeti, ma, nelle interpretazioni cristiane più “estremiste” il fatto che queste due figure scompaiano e rimanga Gesù solo indicherebbe che dobbiamo sbarazzarci di questa continuità e, con essa, di qualsiasi commistione con altre culture spirituali che non siano il cristianesimo.

Riguardo la natura eccezionale o meno di Gesù, che questo passo evidenzierebbe, constatiamo come immagini di “trasfigurazioni” siano presenti in altre culture, come quelle che descrivono i Realizzati Trascendenti nel Taoismo. Così è descritta, ad esempio, la trasfigurazione della celeste dama Wei Huacun:

“Fosforo dell’empireo, che in alto sfavilla,
pupille rotonde che luccicano,
carnagione di fenice, struttura di drago,
cervello colorato come asteroidi ingioiellati,
cinque visceri intessuti di porpora,
cuore che custodisce scritture adorne di piume”

Nella tradizione taoista, che abbiamo citato, questo chiarore non è segno di una speciale elezione, ma un potenziale insito in ogni essere umano, che può essere dischiuso attraverso il cammino della pratica. E’ così l’adepto a poter dire:

“Il mio volto come giada è invaso di un chiarore raggiante,
la mia pura essenza comincia a rafforzarsi,
il mio corpo solido si dissolve in morbidezza,
il mio spirito è sempre più sottile e libero.
Affidandomi al mio spirito scintillante, salgo verso l’empireo,
afferrandomi alle nubi galleggianti, salgo sempre più in alto.”

La trasfigurazione di Gesù, invece, rappresenta un potenziale per ogni essere umano o riguarda Gesù solo? E’ davvero solo il segno della natura straordinaria di Gesù o è qualcosa che riguarda anche l’evoluzione delle nostre vite?

Certamente in questi passaggi Gesù si mostra come un “prescelto”, come un “unto”, come il “Cristo”. Ma per noi questa unzione è “segno esteriore”, comunicato attraverso Gesù al mondo, di un cammino interiore, che è potenziale presente in ogni essere umano. In questo senso, la trasfigurazione va intesa, come per altre culture, quale immagine della massima realizzazione spirituale. Può apparirci come un evento soprannaturale, ma in essa possiamo vedere la metafora di un’esperienza alla portata di tutti e testimoniata da ogni cultura spirituale: quella trasformazione che avviene nella persona quando si sente connessa, con ogni parte di sé, alla Vita tutta nel suo slancio verso la trascendenza.

Vi è, però, qualcosa di più e di nuovo nel ritrovare la trasfigurazione nella figura del Cristo, piuttosto che altrove. Perché Cristo non è solo cammino della Sapienza, ma anche e soprattutto volto dell’Amore. Nell’immagine del Cristo comprendiamo che il compimento del destino spirituale dell’Uomo non è solo realizzazione di un lavoro individuale, ma partecipazione alla missione collettiva di “trasfigurazione” della Vita tutta e di ogni singolo essere nell’Unità con la Vita tutta. In altre parole, alla dimensione individuale si aggiunge una dimensione universale, ben rappresentata nell’immagine di Theilard De Chardin del Cristo come “Omega del Mondo”, come punto di attrazione verso cui volge l’evoluzione della realtà tutta. Anche qui può sembrare tutto alquanto metafisico e soprannaturale. Ma pensiamo al senso che anima l’esperienza universalista del non sentire la salvezza pienamente realizzata se non è realizzata in tutti e per tutti. Ecco, quanto più ci cambia questa immagine del sentirci parte di un destino comune con l’umanità tutta? Quanto più sentiamo spinta la realtà al cambiamento dall’idea che la dignità di tutti debba essere realizzata e le barriere tra le creature abbattute da un universale senso di riconciliazione, dal desiderio di una realtà finale che ci unisca tutti, ma non ci unifichi? Ecco, la trasfigurazione nella figura di Gesù porta con sé tutto questo, benché probabilmente non sia la sola.

Tutti possiamo raccogliere questo invito, al di là delle fedi: ecco perché “Gli insegnamenti ebraici e cristiani che ci chiamano a rispondere all’amore di Dio, amando i nostri prossimi come noi stessi” restino, nei “Principi e Propositi” degli Universalisti Unitariani, una delle fonti di ispirazione della nostra tradizione vivente. Ma ad essa si accompagnano, ovviamente, altre fonti, che presuppongono un’apertura a diverse culture. Che senso dobbiamo, allora, dare al fatto che Gesù solamente rimanga negli occhi dei discepoli dopo il tuonare della voce divina?

Quasi mai ce ne rendiamo conto, ma, in questo lungo cammino evolutivo, ogni nostro gesto quotidiano “incarna” un passato di altre esperienze e di altre vite, sebbene queste non siano più qui. Noi siamo in continuità con queste vite ed esperienze e senza di esse noi stessi non potremmo essere. Non di meno la loro “immagine” ci è assente, perché la loro eredità non può essere vissuta scimmiottando le forme del passato, ma esige uno sforzo innovativo, che sta a noi ed a noi soli compiere. Così è anche per il cammino spirituale dell’essere umano, che voglia rinnovare l’Unità con la propria Origine nel Destino condiviso dell’Unità che accoglie: il tempo dei patriarchi e dei profeti è passato, ma essi sono presenti nei passi che vogliono confarsi alla forza della vita e all’ispirazione dello Spirito, nei gesti in cui la nostra umanità accetta di essere trasformata, “trasfigurata” dalla potenza dell’Amore. Quando questo accade poco importa se altre immagini o nessuna si siano sostituite a quella dei patriarchi e dei profeti ed, anzi, le forme del passato rischiano di essere feticci, idoli che ci rendono più difficile coniugare quell’eredità spirituale nel presente. Se un immagine rimane, essa è quella del Cristo, ma non per chiuderci a qualsiasi apertura verso l’incontro con altre culture spirituali, ma perché, contro ogni scoramento spirituale, Cristo è immagine della nostra potenzialità di percorrere questo difficoltoso cammino. Il fatto che Elia e Mosè scompaiano dalla scena non indica la rottura di Gesù con la legge dei patriarchi o con le parole dei profeti, ma suggerisce che questa eredità possa rinnovarsi al di là delle immagini e dei nomi e vivere, così, nei nostri quotidiani passi nella direzione del Regno.

Il senso progressivo della religione è, in fondo, pensare che il cambiamento, benché rimuova apparentemente le immagini del passato, possa in realtà rappresentarne la costante trasfigurazione. Lasciatemi, allora, concludere con una bella preghiera taoista, che descrive l’auspicio di una “trasfigurazione”, che ci conduca a realizzare la nostra Unità con la Vita, rappresentata dalle stelle del Grande Carro o Orsa Maggiore (simbolo della molteplicità connessa), che puntano alla Stella Polare (simbolo dell’Uno che tutto muove):

“Fa’ che i miei occhi siano lucenti e il loro sguardo penetrante.
Fa’ che rispecchino ogni cosa senza fine.
Fa’ che io possa comunicare con la verità del mistero.
Fa’ che la sua essenza penetri il mio corpo.
Fa’ che io raggiunga il braccio della venerabile Orsa Maggiore.
Fa’ che io possa volare fino alle sue sette stelle.
Fa’ che io possa camminare sulla luce e cavalcare sull’aria.
Fa’ che la mia fine coincida soltanto con quella del Cielo”
(da “Tre modi per attraversare il passo celeste”)

Naase Adam,

Grazie.

Pastor Alessandro Falasca

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