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La lettura da cui parte la riflessione di questa sera ci porta indietro nel tempo fino alla seconda metà del XVIII secolo, quando i vari Elhanan Winchester e John Murray predicavano ad una America calvinista ed ossessionata da terribili sermoni, prospettanti le eterne fiamme dell’Inferno, una visione di speranza e salvezza universale. Non erano idee del tutto nuove, ma i cui semi solitari furono trasportati dall’Europa per trovare oltreoceano un terreno fertile, che portò persone dalle idee simili a riunirsi e tradurre quei semi in una proposta teologica e, soprattutto, in una chiesa organizzata. Idee simili, ma non uguali. Ed è tra queste differenze che sembra a me trapelare il segno di una possibile varietà nel modo con cui più universalmente si connota l’esperienza spirituale. La diversità di vedute, con cui aveva a dibattersi il nascente movimento universalista, era nei tempi e nei modi di quella salvezza universale, che rappresentava il comune nucleo di testimonianza ed aggregazione. Come ci ricorda la lettura, tratta da un saggio storico sull’Universalismo americano, vi era chi, come John Murray, riteneva che noi tutti siamo già salvi grazie “alla definitiva e decisiva ricapitolazione della razza umana attraverso il Cristo come Nuovo Adamo” e che ciò a cui deve condurci la fede altro non è che alla consapevolezza di questa salvezza già realizzata dall’amore divino per vivere pienamente la vita presente; e vi era chi, come Elahanan Winchester, immaginava un percorso di “restorazione”, di ristabilimento di ciascun essere umano nell’amore divino ancora da realizzarsi attraverso un cammino di crescita a cui la prospettiva di una salvezza finale da slancio. Questa diatriba continuerà successivamente con termini diversi con due universalisti casualmente dallo stesso cognome, Ballou, con Hosea Ballou che aggiornò in termini unitariani l’intuizione di Murray, affermando su una base diversa (quella di un peccato che è possibile solo in vita e che trae da se stesso la propria punizione in quanto separazione dall’amore divino) l’idea di una salvezza già realizzata che deve spingerci a concentrarci sulla benedizione della vita presente, ed Adin Ballou che, reinterpretando la restorazione nel senso di un recupero dello spirito apostolico del vivere nella legge di Dio contro l’appiattimento delle chiese e dei governi sulla legge del mondo, riprende la lezione origenista di Winchester di una salvezza da conquistare, ampliando tale impegno in termini sociali, universali e comunitari.Vi sembrano discussioni lontane anni luce dalle nostre preoccupazioni attuali? Forse, ma in esse riecheggiano due differenti esperienze che si sono affacciate in tutte le spiritualità: quella del “risveglio”, della comprensione della salvezza che già ci appartiene, nella benedizione che la Vita è già per noi qui ed

ora, e lo “slancio”, la tensione verso la salvezza che ci attende al di là della nostra trasformazione nello Spirito come umanità, singolarmente e collettivamente intesa. L’esperienza del “risveglio”, come a me piace chiamare quell’intuizione che ci spinge a scoprire, al di là di qualsiasi preoccupazione sul futuro, il valore che è già in questa realtà, la ritroviamo nell’accettazione del volere di Dio dei patriarchi, ma ancor più nella riscoperta del “qui ed ora” del “satori” zen, come nell’accettazione UU delle persone per quello che sono come ricchezza già presente, celebrata nella Comunione dei Fiori. L’esperienza dello “slancio”, come a me piace descrivere quella tensione, quell’esigenza di un completamento del reale in virtù di una spinta trascendente, risuona, invece, nello sprone dei profeti a trasformare il mondo nella direzione della giustizia divina, come nell’alchimia taoista o occidentale, ove correttamente intesa come percorso di trasformazione dell’intera persona, per riecheggiare, venendo a casa nostra, nell’impegno ad un miglioramento dell’umanità come risposta responsabile ai doni dell’essere umano, che si traduca nel rigoroso spirito “bostoniano” all’educazione morale e spirituale dell’individuo o nell’impegno per l’inclusione sociale dell’umanismo più “liberal”.Esperienze diverse o sfumature di un’unica esperienza? Non saprei dire, ma a volte parliamo di “esperienza spirituale” come se fosse un indistinto, impossibile da tradurre in parole dotate di significato. E certo la forza dell’esperienza può essere tale da renderne difficile il racconto, né quella parte di racconto che di essa è possibile è sufficiente a sostituire il potere trasformativo che è nel suo vissuto diretto. Ma, se nulla di essa

si potesse dire, difficilmente potrebbe essere l’esperienza spirituale una risorsa duratura e feconda per la crescita dell’individuo. Tenere insieme, però, risveglio e slancio come parti di un unico cammino spirituale

non è semplice, talmente divergente sembra il loro sguardo, l’uno al presente, l’altro al futuro.

Ma come intuirono ad oriente buddismo o taoismo e ad occidente, tra gli altri, un grande maestro della spiritualità protestante come John Wesley, il nostro impegno al perfezionamento spirituale è soprattutto un impegno a togliere, a ridurre, a perfezionarci nella nostra apertura alla benedizione della vita. Né il “risveglio” è una esperienza che esaurisca il nostro cammino aprendoci ad una gioia eternamente duratura e che non richieda crescita ed evoluzione alcuna. Come spesso amo dire, il risveglio è un mattino con un intero giorno davanti. Ecco che una sintesi tra slancio e risveglio è, allora, possibile sul piano del cammino individuale osservando come da un lato il risveglio è riscoperta di un dono da coltivare (secondo la lezione unitariana) e di un segno di valore da portare a compimento (sulla scia dell’insegnamento universalista), dall’altro come il perfezionamento spirituale sia un lavoro di riduzione della presenza del nostro ego che ci renda sempre più recettivi alle esperienze di senso, alla grazia e alla benedizione che la vita ci offre, sempre più capaci di stupirci ed accogliere nuova vita. La metafora del bambino a cui ci introducono le altre letture che abbiamo proposto per questa sera calza perfettamente: come fine del nostro percorso spirituale, dobbiamo in qualche modo guardarci come bambini, saper tornare ad essere come bambini “dalla cui bocca Dio ha stabilito la lode”, bambini nella nostra apertura al mondo ed alla vita, bambini nella nostra capacità di provare meraviglia; ma anche bambini come vita da far crescere, accompagnare ed educare, per trasformare l’apertura in consapevolezza, la consapevolezza in responsabilità, la responsabilità in maturo agire nel mondo. Anche fuori di noi, di fronte al dilemma di tutta la spiritualità tra accettazione delle cose che non si possono cambiare e coraggio di cambiare ciò che può e deve essere cambiato, per parafrasare la famosa preghiera, forse la saggezza per distinguere le une dalle altre sta nel vedere la vita tutta come “infanzia dello Spirito” nel suo darsi e nel suo farsi. Nel suo darsi della grazia divina come dono e come segno, nel suo farsi nel nostro accogliere il dono, cogliere il segno, rispondere all’uno e all’altro nell’impegno per superare gli

egoismi del mondo (i suoi pregiudizi come i suoi soprusi), così come intendiamo fare dei nostri nel nostro lavoro spirituale, e nell’accogliere tutte le vite in una società aperta, così come intendiamo fare aprendo la nostra mente ad accogliere nuova vita nell’intimo del nostro cuore.

C’è la vita che è in noi, che cerca il suo compimento nel nostro divenire persone autentiche. C’è la vita fuori di noi, che cerca il suo compimento in un mondo che accolga ogni vita. L’una e l’altra sono come un bambino, perché hanno ancora davanti esperienze per cui risvegliarsi ogni giorno alla meraviglia del mondo e per cui spingersi con slancio nel cammino della crescita, di sé e di ognuno di noi. Del bambino teniamo nel nostro cuore la “cedevolezza” di andare con stupore incontro al mondo. Al bambino offriamo l’occasione di crescere nell’esperienza del nostro essere in cammino.

Naase adam.

Alessandro Falasca

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