Facendo a meno di “Dio”, un teologo liberale riflette sulle risorse trascendentali della grazia e del giudizio
Di Myriam Renaud
Traduzione di Giacomo Tessaro

Jerome Stone ricorda ancora il giorno in cui gli comunicarono che suo padre era morto.
Riattaccò il telefono e si lasciò cadere sul divano del salotto. Sua figlia, che allora aveva otto anni, gli chiese cosa non andava. “Oh, papà!” gridò, gettandogli le braccia al collo.
Stone è un teologo unitariano universalista e talvolta, per illustrare la sua teologia, racconta la storia dell’abbraccio di sua figlia. Spiega che quell’abbraccio fu un dono, inaspettato e spontaneo, di conforto e amore, ovvero ciò che i credenti chiamano “grazia”. Per lui quel dono non fu opera di un Dio personale né un “semplice” evento: Stone pensa all’abbraccio di sua figlia come a una grazia trascendente, perché esterna alla situazione in cui si trovava.
Anche se il loro linguaggio tecnico e la loro prosa asciutta costituiscono spesso una
maschera che cela i dubbi e le preoccupazioni personali che li guidano a scrivere, i teologi traggono ispirazione dalla fatica della vita quotidiana e Stone non fa eccezione. Una cosa che lo preoccupa è che la secolarizzazione dell’Occidente ha intaccato alla base la nostra capacità di apprezzare il carattere sacro delle molte benedizioni che la vita ci offre; il risultato è che ci siamo distaccati da importanti risorse di grazia in grado di rinnovarci, di guarirci e di offrirci significato.
Stone si augura che diventiamo più attenti alla bontà trascendente e sacra della vita, ma vuole resistere alla tentazione di dire qualcosa di più sull’origine di questa bontà; secondo lui, tali spiegazioni sono di troppo perché non possono essere giustificate.
Stone definisce la sua “teologia di questo mondo” una concezione minimalista della
trascendenza; da qui il titolo del suo libro più noto, “The Minimalist Vision of
Transcendence: A Naturalist Philosophy of Religion” (La concezione minimalista della
trascendenza. Filosofia naturalista della religione). Stone preferisce dire “la trascendenza” piuttosto che “Dio”, ma non è sempre stato così. Suo padre era un pastore congregazionalista ed è cresciuto sentendo parlare di Dio. Suo
padre vedeva la Bibbia come un libro simbolico e poetico, pieno di concezioni
prescientifiche: per lui non era in contrasto con la scienza. Stone ricorda con affetto le discussioni con lui, mentre andavano in auto al culto della domenica sera, per stabilire la differenza tra ateismo, deismo e teismo. Talvolta chiacchieravano sull’anima suprema di Ralph Waldo Emerson e sull’importanza dell’autosufficienza anche nella disperazione.
Nel periodo del liceo frequentò un programma per i giovani che includeva dei campi estivi. Ricorda che l’atmosfera generale ispirava volontà di fare il bene e di essere responsabili nei confronti del mondo: “Al posto di un moralismo oppressivo, ci veniva offerta una concezione del servizio”.
Giuntò però a sedici anni all’Università di Chicago, visse un’esperienza di conversione. Fino ad allora la sua vita di fede era consistita per lo più nello sforzo di essere moralmente buono e nel cercare il perdono di Dio nella caduta. Ma quell’anno due culti di Pasqua, uno al Tempio Metodista di Chicago e l’altro alla Cappella Rockefeller dell’Università di Chicago, lo condussero a riflettere in profondità su quelle credenze a cui teneva tanto. In seguito avrebbe concluso che il “significato ultimo” di lui e degli altri non dipendeva semplicemente dalle azioni.
Stone amava molte delle idee di Emerson ma aveva stabilito che era andato troppo in là
con la sua insistenza sull’autosufficienza. Continuava a vedere la necessità di operare attraverso la disperazione, che fosse morale o di altro genere; ora però capiva che gli esseri umani non possono sempre percorrere questa strada da soli e non dovrebbero nemmeno volerlo. Non c’era dubbio che lo sforzo per essere buoni e fare il bene hanno la loro importanza e dovrebbero essere presi sul serio. Ma anche i doni che ci aiutano e ci confortano, che giungono inaspettati e senza regole dagli altri e dal mondo hanno la loro importanza. L’equilibrio tra il dipendere da noi stessi e il dipendere dagli altri non è solo possibile, è desiderabile. Rimanere aperti alla grazia trascendente, essere pronti a riceverla, ha il suo valore.
Quando ottenne la sua laurea Stone era pastore congregazionalista, si era sposato con la sua fidanzata Susan e aveva due figli. Mentre serviva come pastore per mantenere la
famiglia, studiava per conseguire il dottorato in teologia all’Università di Chicago. Quando cominciò a scrivere la sua dissertazione si rese conto che la sua teologia si era trasformata in un naturalismo fatto e finito, secondo il quale oltre questo mondo non c’è nulla. Aveva perduto la fede in un Dio personale. Che fare? Il suo tutor gli venne in aiuto facendogli notare che tutte le religioni del mondo puntano a un qualcosa che va oltre il sé.
Gli consigliò di lavorare sui teologi che prendono in esame l’esperienza mondana e
orizzontale della trascendenza, invece di quella verticale. Grazie a questo suggerimento, Stone ottenne il dottorato e una cattedra. Divenne ufficialmente UU dopo essersi ritirato dall’insegnamento al Harper’s College, anche se la sua teologia da lungo tempo era in profonda consonanza con l’unitarianesimo universalista. Mentre la andava sviluppando, Stone non perse mai di vista la sua scoperta dell’importanza della grazia, ma non perse di vista nemmeno le sue credenze precedenti alla conversione sul valore del giudizio. Il giudizio offre la possibilità della critica e della
sfida. La perdita della risorsa del giudizio da parte del mondo contemporaneo è l’altro tema che costituisce il nocciolo dell’opera di Stone; la preoccupazione per il fatto che la secolarizzazione occidentale (che lui chiama “laicismo sicuro di sé”) abbia portato alla perdita di una qualsiasi prospettiva da cui mettere in discussione “l’attaccamento ai significati relativi” da parte della società e nostra personale.
Quello di Stone è un appello al recupero della risorsa trascendente della grazia come a quella del giudizio.
Stone racconta un altro episodio della sua vita per illustrare il ruolo che la risorsa
trascendente del giudizio gioca nella sua teologia. Alla fine degli anni ’60 era ancora possibile a Evanston, nell’Illinois, la città in cui viveva, rifiutare di vendere o affittare una casa agli ebrei e ai neri. Per fare pressione sul consiglio comunale perché abrogasse questa norma la comunità nera, assieme alla comunità bianca liberale, organizzava ogni settimana delle manifestazioni. Spinto dall’esigenza morale di agire contro il regolamento discriminatorio di Evanston – un’esigenza esterna alla sua routine di tutti i giorni -, Stone rispose.
Pur studiando all’università, insegnando a tempo pieno e occupandosi della
famiglia, si organizzò in modo da poter partecipare anch’egli alla manifestazione.
Il richiamo insistente a rovesciare leggi immorali gli diedero l’ispirazione a unirsi ai manifestanti. L’abbraccio inaspettato di sua figlia fu un dono di grazia e di rinnovamento.
Una sfida e un dono che erano esterni alle situazioni in cui si trovava. La risorsa
trascendente del giudizio e la risorsa trascendente della grazia operano in tandem per
rendere più profondo lo spirito umano.

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