Mc 9:50 Il sale è buono; ma se il sale diventa insipido, con che gli darete sapore? Abbiate del sale in voi stessi e state in pace gli uni con gli altri

Cari Amici,
Cosa significa essere sale? Credo di poter sintetizzare la mia opinione dicendo che per me essere sale significa affrontare in maniera piena profonda e significativa il dramma della vita. Mi rendo conto che l’affermazione sia un poco forte quindi passerò il resto del mio tempo a spiegarla. Intendo dramma come
1. sconcerto, come le piccole grandi difficoltà che quotidianamente sollecitano una nostra azione/reazione: pensate a quella domanda che il Principale fece ad Adamo “Dove sei, Uomo?” Non si tratta di una curiosità topografica, ma di una chiamata alla responsabilità, all’esercizio del dono appena concesso.
2. Dramma infatti dal greco è azione. Noi siamo nati per agire, sperimentare, cogliere ogni minuto, ogni attimo per vivere appieno nel rispetto del Principale, rispondendo costantemente alla sua chiamata…
3. Dramma è anche la risposta stessa. Se davvero siamo esseri spirituali chiamati a selezionare risposte qualitativamente accettabili nel teatro della vita, la nostra capacità di vivere nel servizio nonostante le sollecitazioni avverse
4. Infine,dall’unione di tutti i sensi precedenti, dramma è una delle connotazioni della nostra relazione fondamentale col Principale. La relazione con il Tu Eterno è fatta di aspirazioni, di delusioni, di lotta con noi stessi e di crescita. Dramma sintetizza tutto questo.
Il dono della libertà, massimo vertice d’amore di Dio per le proprie creature, non può tuttavia essere vissuto senza la piena coscienza di tre aspetti da cui la libertà è accompagnata:
1. La necessità e l’autonomia della scelta. Essere liberi significa non tanto poter scegliere, piuttosto dover scegliere, spesso in situazioni in cui non siano del tutto note le esatte conseguenze delle nostre azioni, o magari non sia del tutto chiaro il confine tra ciò che è preferibile e ciò che non lo è.
2. Libertà significa anche dunque libera assunzione della responsabilità delle proprie scelte, del peso di esse, sia per l’incertezza della scelta, sia per la costanza nel portarle a termine
3. Libertà significa esperienza della precarietà delle scelte possibili e quindi paura. Pensate a un guidatore inesperto che si trovi per la prima volta al volante di una Ferrari, pensate a un chirurgo alla prima operazione, pensate a un pilota al primo volo… una gran strizza.
Pensate alle parole di Adamo:
Ho udito la Tua Voce con la libertà la presenza del Principale diventa voce tra voci, minima esperienza percettiva che necessita di discriminazione dal rumore e di ascolto attento.
Ho avuto paura perché ero nudo Questo è un punto importante: libertà è esperienza delle infinite possibilità e dunque della propria nudità e piccolezza di fronte al mare delle infinite scelte praticabili. Non saremmo davvero liberi se non potessimo autodeterminarci, ma non potremmo autodeterminarci senza esperire la difficoltà di doverlo fare. Ed ecco che andiamo a nasconderci dietro ai tomi della teologia dogmatica. L’uomo impaurito chiede certezze.La risposta della teologia sembra dover essere quella di minimizzare, negare, sciogliere il nodo gordiano del dramma con la spada del dogma. Essa si impone di contenere risposte, di soddisfare la sete di conoscenza, tranquillizzare gli animi, far dimenticare l’urgenza di quella domanda. Sembra essere il frutto della volontà malata di imbrigliare nei tentacoli della logica umana l’ineffabilità dell’esperienza divina. Funziona? Ovviamente no, si cerca di seppellire quella Voce in un mare di inutili sofismi, si imbrattano pagine e pagine di pesantissimi tomi pur di glissare sul fatto che a quella semplice domanda non abbiamo una risposta. Ma nemmeno questo funziona, quella voce continua a risuonare tanto debole da non poter essere colta del tutto e tanto forte da non poter essere ignorata. In più nell’altro cominciamo a sentire una minaccia. L’insoddisfazione da verticale si fa orizzontale. Con la sua particolare risposta, diversa dalla nostra, l’altro ci mostra la precarietà delle nostre scelte, aumentando a dismisura il peso della responsabilità su di esse, tanto da far diventare la presenza dell’altro intollerabile, come ben ci ricorda il Maestro in questo verso. Nascono così le guerre in cui naufraga ogni possibilità di risposta.
E gli unitariani in tutto questo? Devono rimettere al centro del dibattito spirituale la difficoltà di vivere responsabilmente e fornire all’uomo una educazione, una preparazione tale da non indurlo alla fuga. Gli unitariani non possono e non devono fornire risposte assolute, ma verità locali che permettano all’uomo di interrogarsi in maniera sempre più attenta e proficua. Gli unitariani non devono fornire mete preconfezionate della felicità ma instaurare in ciascuno la voglia di crescere e intraprendere un proprio viaggio spirituale. Gli unitariani non credono che ci siano ragioni che la ragione non conosce, ma che sia necessario un percorso di consapevolezza in cui sia palese l’accordo tra ragione e sentimento. Gli unitariani non scommettono su Dio, cosa che giunge ai nostri occhi un poco blasfema e kantianamente amorale, ma sull’uomo. Per noi l’uomo ha la forza di non fuggire, di rispondere davvero Eccomi rendendo piena e compiuta l’intera creazione. Per noi l’uomo gode di un potenziale su cui è possibile investire per ottenere un uomo migliore da un punto di vista personale e un mondo migliore da un punto di vista collettivo. L’uomo è quel sale in grado di ribaltare totalmente i sapori qualora non si faccia soffocare da essi. Condividendo una radice divina l’uomo ha la capacità di creare, di rendere fertile la terra grezza col solo impegno. Nel far questo però dobbiamo guardarci dall’errore opposto, i cui danni sono molto presenti a noi UU: la scommessa sull’uomo non avrebbe senso se fosse fatta in antitesi col piano spirituale. La scommessa sull’uomo sarebbe monca se essa non avvalorasse la capacità di trascendenza di cui ciascuno di noi è dotato e che cristianamente è comprensibile come esercizio dei talenti, dono Divino. Gli unitariani scommettono sull’uomo tra le minoranze, tra i migranti, nelle carceri, tra gli ultimi. E la vinciamo questa scommessa? A questa domanda possiamo rispondere in due modi: da un punto di vista storico gli unitariani hanno stravinto. La storia ci è testimone di quanto i nostri sforzi siano serviti per far nascere in noi quell’aspirazione a un mondo migliore, che oggi è nostro compito difendere da chi diffonde odio e paura, predicando pace e rispetto (come ci ricorda il Maestro in questo verso) come precondizione di ogni altro discorso possibile. Da un punto di vista personale, di ciascuno di noi, spesso perdiamo. La scommessa sull’Altro impone tante volte il coraggio di andare incontro alla sconfitta. Ma stiamo guardando le cose dalla prospettiva sbagliata: non importa quanti rifiuti ci possano essere, sono solo una noia miope e trascurabile, a noi importa che non siano tutti rifiuti, che tra essi ci sia una percentuale, minima ma significativa di scommesse vinte. Pensate all’insegnamento che c’ha dato Josiah Bartlett qualche tempo fa. Non importa quanti tiri io debba fare, 10, 100, 1000, non è importante. Il bello e l’importante è che io ricordi di quei due o tre strike per ogni sera. Così non importa quante volte ci insulteranno e ci metteranno da parte, ci importa la gratitudine di quell’uno per cui avremo fatto la differenza. Ci importa godere con lui del suo sorriso e della sua crescita che ci testimonierà che in fondo, anche noi, nel nostro piccolo, avremo risposto Eccomi e avremo fatto quell’Uomo
Nasè Adam
נַֽעֲשֶׂ֥ה אָדָ֛ם
Amen
Rob

Annunci