Non so se vi ho già raccontato della mia “conversione” da un blando agnosticismo ad un percorso di ricerca spirituale. Beh, a rischio di sembrare anzitempo uno di quei vecchi che raccontano sempre, fino alla noia, gli episodi più rilevanti della propria avventura esistenziale, voglio tediarvi, forse per l’ennesima e probabilmente non ultima volta, con questo racconto. Ma, per essere breve, vi dirò semplicemente che mi accadde (una quindicina e più di anni or sono) di ferire nell’animo delle persone intorno a me per un comportamento incerto. Di fronte alla mia incertezza mi resi conto che tutti i valori, le regole ed i “comandamenti” che mi avevano insegnato servivano ben poco al “bene” con la “b” minuscola che ci troviamo a dover costruire ogni giorno nelle nostro relazioni con le persone che ci circondano. Non uccidere o non rubare sono cose che già molti di noi fanno, perlomeno per buona educazione. I più di noi si ritrovano a generare sofferenza nel mondo per un agire molto meno epico e meno devastante, attraverso le piccole disattenzioni e i minuti egoismi con cui feriamo chi ci è vicino ed ignoriamo chi ci è lontano.
Percepivo di avere, perciò, bisogno di un qualcosa che mi trasformasse e mi rendesse capace di questa sensibilità ed attenzione che sentivo mancarmi. Fu allora che mi ricordai del Taoismo, da cui ero rimasto affascinato per una casuale lettura da ragazzino. E mi ricordai che ciò che mi aveva affascinato era proprio la sensazione che il suo centro non fosse il dirti “la cosa giusta da fare”, ma piuttosto “il modo giusto di fare le cose”. Era un po’ quello che cercavo.
Rileggendo il famoso sermone di Channing, “Likeness to God”, pronunciato in questo periodo dell’anno, ma nel 1828, mi sono ricordato di questo momento significativo per la mia crescita spirituale. In questo sermone il grande pastore unitariano affermava che noi esseri umani partecipiamo della natura divina e che, in virtù di questa partecipazione, conosciamo Dio per “simpatia” come perfezione assoluta di virtù che sentiamo già parte della nostra natura. Egli ci è Padre non solo perché ci crea, ma perché ci educa attraverso la Sua immagine che è impressa in noi. Noi possiamo certo allontanarci da questa immagine, inseguendo la via del peccato, ma, in virtù dell’immagine divina che è in noi, possiamo di contro seguire la via della piena dignità umana, coltivando, nell’esempio di Gesù, la nostra somiglianza con Dio. La visione di Channing è forse troppo ottimistica rispetto alla natura umana, ma è un esempio calzante di una visione del Divino che si pone come modello da seguire: per Channing la “perfezione divina” è perfezione di attributi che noi conosciamo e sperimentiamo nella nostra natura umana, partecipe del Divino. E, pertanto, il Divino si pone come spinta, come slancio a coltivare e perfezionare quegli attributi e virtù che sentiamo essere presenza del Divino in noi.
Provando ad allargare il nostro linguaggio, come siamo soliti fare nel nostro percorso pluralista UU, lì dove il cristianesimo unitariano radica questa esperienza di partecipazione al Divino nella testimonianza di Gesù del nostro essere “uno con Dio”, più in generale noi possiamo affermare che si è pienamente umani solamente se ci si riconosce uniti ad una vita più grande della nostra. Ed è questa esperienza di unità, che ci fa scoprire interiormente la nostra natura profonda, ma non chiudendoci in noi, bensì aprendoci al mondo fuori di noi, che noi chiamiamo Spirito. Nella nostra esperienza UU, in noi e fuori di noi lo Spirito si realizza nella vita che crea, che “genera senza chiedere nulla in cambio”, che spera e non si arrende, che cresce nella difficoltà, che unisce nell’amore, che accoglie come un dono la diversità.
Ma perché “oggettivare” un modello in qualcosa di assoluto, che lo si chiami Dio o Spirito? Non è più facile ritenere che quel modello non sia semplicemente umano, estensione e perfezionamento di virtù che ci appartengono semplicemente come esseri umani? Questa critica fu avanzata già da Feuerbach, che, nella sua analisi della religione, riteneva Dio non essere altro che la proiezione sul piano dell’assoluta perfezione delle nostre aspirazioni e della nostra idea di bene. Gli argomenti di Channing offrono, invero, facilmente il fianco a questa critica.
Già il nostro Theodore Parker tentò di rispondere, ma la migliore risposta che ho trovato sul piano personale è nelle parole di un mio frivolo ed ateo amico: “Io vorrei avere fede, perché le persone che hanno fede sembrano trasformate nel loro modo di essere, quasi avessero una marcia in più nell’affrontare le questioni della vita”. Magari non è del tutto vero e anche chi ha fede ha i suoi scazzi e le sue cadute. Ma conoscete qualcosa in grado di trasformare noi stessi quanto la fede? Non parlo necessariamente della fede in Dio, ma una cosa è cercare di migliorare noi stessi sulla base di un buon proposito, altra cosa è farlo sentendo di radicare il nostro agire nel senso del profondo dell’universo, piuttosto che nelle nostre proiezioni.
Siamo, però, ancora sul piano della volontà umana. Ed è facile gioco per lo scettico obiettare che la diversità delle idee del e sul Divino implica diversi modelli umani e che questa diversità faccia protendere per un processo di “modellamento” dell’oggetto dell’esperienza spirituale sulla falsariga dei diversi esempi umani di perfezione morale.
Certamente diverse idee del Divino implicano diversi modelli di sviluppo spirituale: “il problema è la natura di questa perfezione” divina, dice Cobb. Ed, infatti, il discorso della “teologia del processo” prosegue indicando le insufficienze dell’idea tradizionale di Dio nel fornire un modello della nostra capacità di amare, limitando l’amore di Dio alla dimensione creativa (il Dio che dona) piuttosto che accogliere la dimensione relazionale (il Dio che si “interessa” di noi, soffre con noi ed ci accoglie come un dono). Non interessa qui approfondire questo aspetto, che cito per puro interesse personale: mi limito ad osservare, come mi ha giustamente suggerito Roberto, che questa dimensione relazionale è possibile anche in una visione più tradizionalmente teista, cogliendo il “compiacimento di Dio” per le Sue creature espresso nei Salmi; oppure l’idea di Dio come Tu da incontrare che ci proietta nell’incontro con il Tu del volto umano che abbiamo di fronte, avanzata da Martin Buber.
Ma tutto questo è filosofia, che non ci salva dalla trappola di Feuerbach del creare Dio (o lo Spirito, per allargare il discorso a visioni non teiste) ad immagine della nostra idea di bene, piuttosto che il nostro bene ad immagine dello Spirito.
Il rischio insito nell’accostare la natura umana a quella divina sta proprio nel riempire il Divino della nostra umanità. Quello che a mio avviso ci salva è che, a differenza di quel che credeva Feuerbach, l’esperienza che abbiamo dello Spirito non deriva da un “riempire”, ma ancor prima da uno “svuotare”. L’esperienza religiosa passa per un “diminuire” ancor prima del “crescere”: è l’insegnamento della povertà e dell’umiltà cristiana, come dell’impermanenza e della vacuità buddista o del vuoto pieno di vita del taoismo. Esperienze diverse, ma che indicano chiaramente come quel perfezionamento richiede dapprima un “togliere”, un superare ciò che crediamo proprio della nostra umanità per riscoprire la nostra umanità autentica alla luce dello Spirito. Ed è nella dimensione dello Spirito come vuoto pneumatico che si apre al riempirsi dell’incontro con l’altro e con la vita che scopriamo lo Spirito come fondamento del nostro bene.
Dicevamo, dunque, che “in noi e fuori di noi lo Spirito si realizza nella vita” autentica e infinita. “In noi e fuori di noi” significa che quel modello ci appartiene intimamente, perché realizza la nostra più autentica natura di creature nate per essere aperte ed unite alla Vita, ma anche che quel modello non è semplice riflesso delle nostre aspirazioni umane. Non vi è umanità che proietta su una vacuità inconsistente la propria immagine: dapprima si fa incontro dello Spirito e poi in questo incontro riemerge un essere umano nuovo.
Questa coscienza indirizza il percorso del nostro perfezionamento rispetto alla creatività come rispetto all’unità della vita. Rispetto alla creatività della vita, perché perfezionarsi è in primo luogo un togliere per essere “pronti”, superare i nostri condizionamenti e pregiudizi per saper cogliere la speranza che la vita ci offre piuttosto che inseguire l’illusione che intendiamo imporre alla vita; rispetto all’unità della vita perché perfezionarsi è parimenti un togliere per essere “aperti”, superare i nostri condizionamenti e pregiudizi per accogliere il valore che è nella diversità e nei legami che ci uniscono ad essa. In questo noi ci rassomigliamo ed immedesimiamo nella natura stessa dello Spirito di Vita. In questo noi “siamo” la grazia cristiana, realizzando l’immagine divina che in noi attraverso l’impegno attivo per trasformarci nell’influenza dello Spirito Divino. In questo noi “siamo” l’anima cosmica dei Veda induisti, adeguando il nostro io all’immagine che essa ha nella nostra anima individuale. In questo noi “siamo” la virtù taoista, assimilandoci alla Via e liberandone il potenziale che è in noi. Ed una Via, una guida è per noi lo Spirito di Vita. Ma per seguirla davvero dobbiamo essere noi la Via. La Via non va, cioè, solo percorsa con l’adesione della mente, ma va incarnata con la trasformazione del cuore. Se lo Spirito fosse un fiume, noi dovremmo essere come canali che raccolgono l’acqua e la fanno scorrere, non limitarci a disegnare la mappa del suo percorso.
Tutto questo ha conseguenze importanti per quell’esigenza morale da cui siamo partiti. La nostra capacità di fare del bene non può derivare dalla semplice adesione a regole e precetti: è solo cambiando noi stessi, essendo noi la Via, nella nostra capacità di ascoltare la vita che è in noi e le vite che sono attorno a noi che diveniamo capaci di compiere il bene cui siamo personalmente chiamati. Ad un tempo contribuiremo alla costruzione del bene altrui, perché il nostro bene, per quel poco o tanto che sapremo far gemmare dal nostro essere, poiché vero e sentito, sarà influenza ed esempio per gli altri. E non semplicemente richiamo bacchettone ad una morale che noi stessi ci imponiamo piuttosto che sentire parte di noi.
Naase Adam.
Pastor Alessandro Falasca

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