Cari Amici,


Gv9:1 Passando vide un uomo, che era cieco fin dalla nascita. 2 I suoi
discepoli lo interrogarono, dicendo: «Maestro, chi ha peccato, lui o i
suoi genitori, perché sia nato cieco?» 3 Gesù rispose: «Né lui ha
peccato, né i suoi genitori; ma è così, affinché le opere di Dio siano
manifestate in lui. 4 Bisogna che io compia le opere di colui che mi
ha mandato mentre è giorno; la notte viene in cui nessuno può operare.
5 Mentre sono nel mondo, io sono la luce del mondo»


A volte penso che millenni di dogmatismo e di pastrocchi abbiano reso
la lettura dell’Evangelo simile a uno spettacolo di magia in cui il
pubblico si concentri su di un particolare, perdendo di vista l’insieme.
Anche in questo caso credo che capiti qualcosa di simile. I dogmatici
sono pronti a vedere negli atti di Gesù un miracolo oculistico, i
trinitari a riconoscere nelle sue parole una potente autocelebrazione,
gli osservanti una intollerabile violazione alle regole del  Sabato.
Purtroppo come sapete non appartengo a nessuna di queste categorie e
quindi mi tocca cercare un’altra soluzione.
La questione posta oggi è di un certo interesse.
La lettura convenzionale vede nella cecità un male e inizia un
giochino a scaricabarile che attribuisca la responsabilità di questo
male. Allora: Il Principale non può essere, è troppo fico per causare
sofferenze… rimangono tre opzioni: un angelo cattivo, che non abbia
niente di meglio da fare che rompere le scatole, dei genitori cattivi,
puniti col figlio sfigato, o lo sfigato stesso che si merita le
proprie colpe.
Sono fortunato ad essere disabile, perché la malattia mi permette di
poter dire serenamente alcune cose.
La chiave di volta di tutto il ragionamento è quel Perché in lui
fossero manifeste le opere di Dio.
Secondo l’interpretazione convenzionale quel cieco sarebbe messo lì
col solo e unico scopo di permettere a Gesù di dimostrare i propri
poteri.
Ebbene… se pensassi anche solo per un secondo una cosa del genere
tirerei il libro contro il muro e andrei a fare surf in California. Il
Maestro non ha bisogno di sparring partners per farsi bello, né ha
bisogno di miracoli per essere ritenuto degno di fede. Nessun miracolo,
per quanto roboante, può giustificare la sofferenza di chicchessia. 
E non credo nemmeno che la disabilità sia una punizione per nessuno,
né per i genitori, né per i disabili. Se ci pensate è solo una
prospettiva abile che può definire la disabilità una punizione, allo
stesso modo in cui solo una prospettiva etero omofoba può definire
l’omosessualità una malattia.
Io non credo che il Maestro parli a particolari categorie di persone,
e non credo nemmeno che esalti la figura dello sfigato contento. No.
Io non credo di essere stato particolarmente punito dal Principale: ho
una famiglia che mi adora, ho voi amici che mi sostenete, ho una bella
ragazza, ho visto la Juve in B e l’Inter vincere il triplete. Sono
così sfigato? Francamente non credo. Certo la mia vita quotidiana è un
caos, ma non penso lo sia più o meno di tanti abilissimi miei amici.
Potrei vivere meglio di così attraverso servizi più equi e più
attenti? Certo. Ma di chi è la colpa della mancanza di servizi? Di chi
è la colpa del fatto che mentre da un lato si spendono milioni di euro
a giocare a soldatini dall’altro non ci siano soldi per i servizi? Del
Principale?  Non credo.  L’uomo si prenda le proprie responsabilità.
Il Maestro ci invita a non vedere in quella persona un cieco, ma un
uomo qualunque, con i propri pregi e le proprie sfighe. Quest’uomo ha
un compito: vivere affinchè attraverso di lui siano manifeste le opere
del Principale. Il Maestro non vuole che noi aspettiamo che un
miracolo ci cada dal cielo, ma semplicemente che noi siamo il
miracolo che desideriamo essere. Noi dobbiamo agire affinchè
attraverso di noi siano manifeste le opere di Dio, è un compito, una responsabilità. 

Ognuno di noi deve pensare di poter essere, di dover essere,
la luce del mondo. Il Maestro non vuole dirci che lui e solo lui nella
storia dell’umanità può essere la luce del mondo, ma che ciascuno di
noi, nella propria qualità spirituale di Figlio, deve essere quella luce,
agente di speranza, di misericordia, portando a compimento la
creazione.  
Questo è compito per tutti, nessuno escluso, dal lattaio,
al disabile, all’allenatore della Juve. Ognuno di noi deve sentire su
di se la responsabilità di essere luce nel mondo indipendentemente da
quali siano le condizioni contingenti in cui esercita  la propria
realtà di Figlio.
Allora qual è il ruolo del Maestro? Non è quello di autocelebrarsi, né
quello di fare sfoggio dei propri poteri. Non è nemmeno solo quello di
consolarci… Lui stesso disse di essere venuto a portare la spada, una
prospettiva che non ci permettere di abdicare alle responsabilità
morali e spirituali che abbiamo in quanto viventi, solo in ragione del
nostro essere disabili o juventini.
Il ruolo del Maestro è quello di spronarci ad essere il più possibile
luce del mondo, nei modi e nei tempi che ci sono stati concessi.
Maestro non è un titolo onorifico di cui bullarsi al bar con gli
amici, ma un compito preciso, un compito maieutico di educare i
discepoli alla luce. L’oggetto del contendere in questo episodio non è
il Maestro ma la responsabilità del discepolo, che deve imparare ad
apprezzare la qualità e a non sprecarne le opportunita, lasciandosi
condizionare dalla mondanità del pensiero unico.
Per questo pone davanti agli occhi il fango, per mostrare che,
quand’anche limitata da qualche impedimento, ogni vita possiede una
inesauribile ricchezza tale da permettere a ciascuno di noi di
mostrarla, rendendo palesi i doni del Principale, anche in situazioni
mondanamente complicate. Cosa vede colui che considera il fango come
ricchezza? Vede un’opera d’arte in movimento che si chiama vita e di
cui è chiamato a conscrivere il copione. Vede una diffusa ignoranza,
mondana e spirituale, che è in suo potere annullare, vede una diffusa
sofferenza che è possibile lenire e contenere. La nostra vita, la
nostra perseveranza nella difficoltà, la nostra crescita spirituale,
devono essere la vetrina delle opere del Principale. Nostro deve
essere il compito e la responsabilità di mostrarle. Il fango della
vita non deve essere onta che macchia ma terreno fertile in cui far
crescere un nuovo uomo, non più ancorato ai valori mondani ma nutrito
di pane celeste.
Allora lasciamo ad altri gli spettacolini di magia e assumiamo su di
noi l’onore e l’onere di questa avventura che si chiama vita, cui le
rughe donano fascino, proprio come a una bella donna

Nasè Adam
נַֽעֲשֶׂ֥ה אָדָ֛ם
Amen
Rob

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