PREAMBOLO
La Comunione Unitariana Italiana intende proporsi come un’opportunità di crescita spirituale e di vissuto comunitario del proprio senso religioso anche per coloro che si percepiscono persone spirituali e religiose senza, però, credere in una qualche forma del Divino, personale o impersonale che sia.

Particolarmente utile a questo scopo riteniamo essere, all’interno della nostra tradizione, il contributo della c.d. “religiosità umanista”, armonizzandolo con l’apertura alla trascendenza che intende essere tratto comune dell’approccio italiano all’Universalismo Unitariano.

 

 

FAQ

Cosa afferma la religiosità umanista?

La religiosità umanista afferma il valore dell’esperienza umana del mondo nell’edificare lo spirito della persona umana, a prescindere dall’esistenza di qualsiasi forza sovrannaturale, nonché la capacità e la responsabilità dell’essere umano di compiere scelte morali nel solo interesse della crescita e della felicità dell’umanità tutta.

 

Pur non escludendo a priori Dio, la religiosità umanista prescinde in qualche modo dal divino e da qualsiasi sovra-naturalismo. In che modo ed in che senso, allora, essa può dirsi una “religiosità”?

Affermare il valore dell’esperienza umana significa, da un lato, formare la propria visione del mondo e del senso della vita rimanendo ancorati all’oggettività del dato dell’esperienza e riporre fiducia nell’avanzamento delle conoscenze umane su un piano scientifico; e la religiosità umanista ritiene che anche le conoscenze scientifiche debbano essere un supporto alla crescita spirituale e alle scelte morali dell’essere umano. Ma, dall’altro, sottolineare l’importanza dell’esperienza umana significa anche riconoscere il valore soggettivo che hanno esperienze quali il senso di meraviglia e di stupore per la creatività della vita, il senso di umiltà di fronte agli spettacoli immensi della natura, il senso di gettatezza e di fragilità di fronte alla profondità del dolore, il senso di rivalsa e di indignazione di fronte alle ingiustizie del mondo. Queste esperienze si qualificano come “religiose” nella misura in cui ci chiamano ad una definizione di significato che non ci chiude in noi stessi, ma ci apre ad una più ampia partecipazione alla vita tutta e alle vite tutte. Di fronte a tutto questo la religiosità umanista si pone soltanto una domanda diversa: anziché chiedersi “cosa c’è al di là di queste esperienze?”, ci chiede “come possiamo essere pienamente umani non ignorando, ma sapendo di essere parte di tutto questo”?

 

In che senso possiamo parlare di “spirito” e di “apertura alla trascendenza” in una religiosità umanista?

Come ci ricorda la descrizione degli Unitariani Italiani nel loro gruppo FB, lo Spirito è “slancio alla trascendenza presente in ogni persona”. Esso è, cioè, qualcosa che riscontriamo essere presente nel nostro profondo, ma che ci spinge ad aprirci ad una realtà più grande della nostra. Mentre per molte religioni lo Spirito è presenza o influenza del Divino nel mondo e nell’animo umano, per la religiosità umanista Esso è una facoltà che emerge con la nascita di creature consapevoli. Esso è quella facoltà che ci fa percepire come parte della nostra natura umana più autentica il nostro aprirci alle esperienze della vita tutta ed ai legami con le vite tutte nella loro vastità. E, se non si può parlare per la religiosità umanista di “trascendenza” come riferimento a realtà sovrannaturali che “trascendano” questo mondo, se ne può parlare nei termini di una spinta al “trascendimento” di sé dell’essere umano, di uno slancio verso un rinnovamento personale ed una partecipazione più ampia alla vita tutta.

 

Se la religiosità si alimenta del senso della gratitudine e dell’apertura ad una vita più grande di noi, quella umanista non rischia di essere una esaltazione dell’umano priva di vera “umiltà religiosa”?

Per la religiosità umanista la natura è moralmente neutra, né è stata creata per il beneficio dell’essere umano. Nondimeno, come proprio l’esperienza della realtà materiale e l’indagine della scienza ci rivelano, la natura rappresenta la condizione di possibilità della vita umana stessa ed i suoi processi creativi il presupposto dell’emergere delle facoltà umane. Al contempo la religiosità umanista riconosce l’essenzialità dei legami con le altre persone e con le creature tutte, vedendo nella convivenza, nel reciproco rispetto e nella responsabilità sociale ed ecologica condizioni essenziali per un pieno sviluppo umano. In virtù dell’emergere di ciascuna vita dai processi della natura e dall’impegno d’amore e di attenzione degli esseri umani, pur non credendo o non ipotizzando l’esistenza di un donatore, la religiosità umanista riconosce comunque la vita come un dono da mettere a frutto responsabilmente e si pone di fronte alla vita con un senso di umiltà e di gratitudine.

Quale ruolo ha la ragione nella vita umana?

Per la religiosità umanista la ragione ha un ruolo essenziale nello sviluppo morale e spirituale dell’essere umano. Essa ci invita a restare ancorati ai dati dell’esperienza per non costruire le nostre esistenze sulle argille dell’illusione. Essa è distruttrice delle idolatrie della mente e del cuore, che ci rappresentano il mondo secondo i desideri e non secondo i dati della realtà. Essa è chiarezza mentale che ci permette di indagare i legami e le connessioni tra gli elementi sparsi dell’esistenza. Certamente la ragione da sola non basta: c’è bisogno del cuore, che ci guidi con le sue aspirazioni, come della consapevolezza spirituale, che ci inviti ad un legame profondo con la vita tutta. Ma la ragione, quando non è usata come arma per dominare il mondo o imporre agli altri la propria visione, ma è al servizio di una mente e di un cuore aperti, è alimento indispensabile alla nostra crescita spirituale.

 

Se non da Dio o da un ordine morale naturale, da dove derivano il comportamento etico e la morale?

Per la religiosità umanista non vi è alcun ordine etico prefissato, inscritto nelle leggi della natura o dettato da una qualche volontà superiore. Il comportamento etico deriva dalla sensibilità e dalla responsabilità dell’essere umano come individuo dotato di una volontà libera, ma anche immerso in una rete di relazioni con la natura e con gli altri e per questo chiamato al rispetto e alla cooperazione. La morale deve evolvere con il tempo e con le culture per far emergere progressivamente i modi migliori con cui una società può garantire la dignità ed il valore di ciascuno.

 

Quali sono gli obiettivi di una spiritualità umanista?

La spiritualità umanista intende promuovere una vita umana piena e completa, ricca della gioia delle esperienze positive e degli insegnamenti delle esperienze negative, temperata nei suoi giudizi ed ancorata alla realtà dal supporto della ragione, consapevole dei suoi legami con la vita tutta e con le vite tutte, supportata nelle sue speranze dalla fiducia nelle possibilità umane e nell’unione delle umane fatiche.

 

Quali risposte e speranze essa può offrire di fronte alle domande e alle difficoltà dell’esistenza?

La religiosità umanista non prevede aiuti provvidenziali da parte di alcuno o alcunché. Essa non può sperare che nell’essere umano. E l’essere umano spesso ha deluso questa aspettativa, ha mostrato i suoi limiti più che i suoi pregi. L’atto di fede della religiosità umanista è nel credere che l’essere umano possa essere migliore di quanto sia stato sinora. La scommessa su cui la religiosità umanista basa il proprio senso della speranza è che, se spiritualmente aperto alla vita tutta e alle vite tutte, l’essere umano possa crescere nel suo senso spirituale e morale. E’ credere che, guidato da un amore per la vita e per le vite, l’essere umano possa trovare, individualmente e collettivamente, le forze ed i modi per migliorare se stesso ed il mondo. Non si tratta di negare il dato dell’esperienza per affermare una fede come “credenza”, non più in Dio, ma idolatricamente nell’Uomo. Si tratta piuttosto di affermare la fede nell’essere umano come “scommessa”. Perché l’esperienza ci dice che l’essere umano è capace del bene più alto come del male più profondo, che in ogni persona c’è un lupo cattivo ed un lupo buono. Ma quello che avrà la meglio sarà quello che noi nutriremo con la nostra dedizione. Così, di fronte alle domande e alle difficoltà dell’esistenza la religiosità umanista non potrà offrire la facile speranza di un supporto divino ovunque e comunque presente. Potrà nondimeno trovare alla speranza una via sempre possibile, per cui impegnarsi ed a cui contribuire, ponendosi costantemente la domanda: “E adesso… cosa mi chiede l’amore?”

Quali riferimenti culturali possono essere di supporto ad un umanismo che intenda essere pienamente religioso?

La religiosità umanista come movimento nasce solo nel 1933 con il (Primo) Manifesto Umanista. I valori di attenzione alla dignità, alla libertà, alla capacità e alla responsabilità umana trovano, tuttavia, dei riferimenti culturali antichissimi in Occidente con la classicità greca e romana e, successivamente, con l’Umanesimo ed il Rinascimento. Proprio dall’Umanesimo nascerà l’attenzione per l’esperienza  e per il metodo scientifico, che troverà celebrazione con l’Illuminismo. Tutti questi riferimenti erano ben presenti ai promotori del Manifesto Umanista del 1933 e offrono ancora oggi ambiti in cui la religiosità umanista può trovare numerosi spunti. Ma la sensibilità umanista non si è fermata ad Occidente. Le filosofie orientali offrono modelli di una spiritualità non ancorate ad un Dio personale di sicuro interesse per gli umanisti. Con la loro attenzione alla meditazione offrono, ad esempio, suggerimenti per una possibile pratica ed alcune di esse, quali il Confucianesimo (in cui l’umanità è un valore cardine) rappresentano a loro modo un umanesimo. Con il Manifesto del 1933 le acque di questi antichi fiumi vennero raccolte in una proposta dove per la prima volta la sensibilità umanista si fece consapevolmente ed autonomamente religiosa. Ma un razionalismo eccessivo ed un ottimismo spropositato nelle possibilità della scienza e dell’essere umano facevano sì che questo primo manifesto mancasse di quella umiltà e di quell’apertura ad un’esperienza di senso che qualifichiamo come religiosa. Con un secondo manifesto del 1973 la religiosità umanista avrebbe preso maggiore coscienza dei limiti dell’umanità stessa, mentre con un terzo manifesto del 2003. si sarebbe aperta ad una sensibilità ecologica verso l’ambiente, il legame con la natura, l’esperienza e la diversità culturale. Queste evoluzioni hanno avvicinato la religiosità umanista ad una maggiore compiutezza e ricchezza spirituale.

 

Qual è il rapporto tra la religiosità umanista e la tradizione unitariana e universalista?

Non è un caso che l’unitarianesimo abbia trovato il suo terreno di incubazione nell’Umanesimo rinascimentale, né è un caso che la grande maggioranza dei firmatari del primo Manifesto Umanista fosse unitariana. Tra unitarianesimo ed umanismo vi è una grande affinità nell’affermare quell’attenzione alla dignità, alla libertà, alla capacità e alla responsabilità umana che hanno fatto dell’unitarianesimo l’avanguardia della religiosità liberale, come anche quel valore della ragione e dell’esperienza con cui l’unitarianesimo ha combattuto le ristrettezze mentali del dogmatismo. Più complesso e complicato è il rapporto con la tradizione universalista. Se l’apertura pluralista a cui essa è approdata offre un ambito di accoglienza dove anche l’umanista può sentirsi il benvenuto, l’aspirazione universalista ad una speranza incondizionata, qualunque sia la natura individuale, la cultura o la storia di vita, se riposta solo sull’essere umano, affiderebbe ad esso un compito troppo esigente rispetto ai limiti delle potenzialità umane. Limiti che una religiosità umanista matura deve pur riconoscere e su cui, anzi, deve costruire il proprio invito ad una maggiore solidarietà ed unità degli esseri umani. L’istanza universalista ad una speranza universale può forse essere colta dalla religiosità umanista nei termini di una scommessa sulla capacità umana di amare, che non potrà magari garantire sempre ed ovunque una speranza, ma certo l’impegno per costruire ad essa un’opportunità, in particolare attraverso il lavoro per una società più inclusiva.

 

In che rapporto si pone la religiosità umanista con i credenti, in particolare nella convivenza all’interno della CUI?

L’umanista religioso si pone di fronte alle stesse esperienze del credente e questo accomuna l’uno e l’altro nell’aspirazione ad una vita dotata di significati profondi ed autentici. Ciò che differisce è l’approccio di fronte a questa esperienza, lì dove l’umanista ne trae da essa una fonte di conoscenza ancorata al dato oggettivo e una ricerca di senso guidata dai bisogni e dalle aspirazioni umane, mentre il credente inquadra questa esperienza sempre all’interno di un quadro globale tracciato dai contenuti di una data rivelazione o dagli slanci di un’intuizione mistica. Ma nell’uno e nell’altro caso, nella prudenza dell’umanista come nella trascendenza del credente, l’essere umano si pone di fronte ai limiti della propria conoscenza di fronte al Mistero dell’esistenza. Questo deve spingerci al rispetto delle reciproche posizioni e ad una cooperazione per lavorare su ciò che ci accomuna piuttosto che dividerci per ciò che ci differenzia. La CUI è uno dei luoghi, pochi e perciò preziosi, dove realizzare questa cooperazione.

 

In quali attività si esprime una religiosità umanista? Ed in che modo la CUI può esserne un supporto?

Alcune delle attività tradizionalmente associate al vivere religioso possono non avere molto senso in una visione umanista, quali la preghiera rivolta ad una divinità. Ma molte altre possono rileggersi alla luce delle finalità della religiosità umanista: il rito può celebrare i valori cui l’umanismo crede e rafforzare i legami di una comunità, la meditazione può rischiarare la mente dalle nubi dell’illusione e aprirci ai legami che ci uniscono agli altri ed al mondo, persino la preghiera può ritrovare un senso aiutandoci a liberare le energie morali e spirituali che sono in noi. Ma per l’umanismo non vi è alcuna attività umana che non possa essere considerata religiosa se aiuta a vivere la nostra completezza e profondità, perché nulla di umano è estraneo alla religiosità umanista: così l’arte, la poesia e la conversazione possono essere attività spirituali ogni qualvolta cercano di guardare nel profondo e mettere in luce le risorse della nostra umanità. Tra queste attività assume, però, un ruolo principe l’impegno ed il servizio per gli altri, perché in esso si vivono più direttamente quell’unità tra gli esseri umani e quell’attenzione per l’umanità che sono il fulcro della religiosità umanista.

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