Da qualche tempo mio figlio ha sviluppato l’italica passione per il pallone. Fino a questa estate, se tirava un calcio alla palla sembrava che questa assumesse all’improvviso una forma quadrata tanto sbilenca era la traiettoria che ne usciva. E se guardava una partita in televisione faticava a capire in quale porta dovesse fare gol la propria squadra. Poi, complici un cartone giapponese con tizi che giocano un calcio fatto di superpoteri e trasformazioni sciamaniche ed il mio invito a lasciar perdere per un po’ la consolle dei videogame per divertirsi di più all’aria aperta, ha cominciato ad appassionarsi al pallone fino a chiedermi di essere inscritto a scuola calcio. Con un po’ di pratica ora riesce nelle prime fondamentali operazioni di tiro, passaggio e parata, ma si arrabbia se qualcosa non gli viene bene, vorrebbe già essere un campione e interpreta ogni consiglio come una sottolineatura della sua scarsa bravura. Ed è solo un mese che tira calci ad una palla ancora troppo grande e pesante per lui!

Quanti di noi hanno, in fondo, questo atteggiamento da bambino di sette anni di fronte ai limiti del mondo e della vita? Vorremmo che la nostra vita forse perfetta e che il mondo seguisse la parabola a giro che lo conduca in goal oltre la barriera schierata di tutti i mali. Ma la vita non è forse uno sport che stiamo ancora imparando a giocare? Ed il mondo non è forse una palla troppo grande e pesante per noi? Che la vita non sia rose e fiori e che, anzi, in qualche momento e luogo riesca anche a fare profondamente schifo è innegabile. Che il mondo sia pieno di cose che non vanno, ingiustizie e dolori che ci interrogano sulla prospettiva di un senso è anch’esso lapalissiano.

Ma, mi chiedo, viene forse il genere umano da un’età dell’oro in cui tutto funzionava alla perfezione? Ricordiamoci da dove veniamo, da un brodo quantico privo di sapore peggio di una minestra di ospedale, a cui uno slancio verso la vita ha dato poi direzione. E confrontiamo la situazione del nostro mondo con quella iniziale condizione, priva di qualità e di valore, prima di dirci che il punto a cui la vita è arrivata non ha senso o speranza da offrire. Ricordiamoci che, ora come allora, la vita sta ancora imparando a giocare. E possiamo lamentarci che questa vita non ci offra ancora le punizioni di Pirlo o le giocate di Messi, ma, vivaddio, ne ha fatta di strada dai lisci di pianeti senza vita o dai tiri sbilenchi di vite primordiali ancora incapaci di coscienza e di amore.

In questi giorni, in vari momenti tra di noi, ho potuto percepire lo sconforto e la disillusione per la prospettiva della speranza di fronte ai mali del mondo. “La vita è già un miracolo un paio di cocomeri, caro il mio pastore: non lo vedi quante ingiustizie e brutture la vita ci offre intorno a noi? La salvezza universale quando mai! La vita ha periferie dove non c’è speranza alcuna”.

Ma la speranza non è semplice ed illusorio ottimismo. Essa non ignora la disperazione, né si limita a predirne la finale sconfitta. La speranza vera attraversa questa disperazione. La speranza vera emerge solo al fondo del nulla. Forse chi ha e si lamenta perché non ha abbastanza non può davvero sperare. A modo loro le diverse religioni ce lo dicono: solo raggiungendo il culmine del vuoto si può riscoprire la creatività della vita ed il valore della miriade di realtà che essa manifesta; solo nello scandalo degli ultimi e della croce di un Dio che si fa sconfitto assieme agli sconfitti e povero assieme ai poveri la vita risorge. Perché in quella condizione dove la vita ed il nulla si toccano pericolosamente, la differenza tra non avere possibilità alcuna ed averne anche solo una appare qualitativamente infinita, la differenza tra qualcosa e nulla è un abisso che si chiama speranza. Come nel finale de “La storia infinita”, dove il nulla sembra aver vinto e distrutto totalmente il regno di Fantàsia, eppure basta quel lume tenuto acceso da un nome gridato, da un’immaginazione mantenuta viva dai sogni di un bambino, perché Fantàsia possa tornare a sperare e rinascere.

D’altronde, se questo fosse un sermone di Roberto, dovrei dirvi che il termine ebraico per “speranza” nei passi di Geremia ed Isaia che abbiamo citato è “tiqwah”, che non indica un’aspettativa realizzata, ma significa letteralmente una “tensione verso” qualcosa da realizzare. E, sempre se questo fosse un sermone di Roberto, dovrei anche ricordarvi che il termine greco “elpis” è chiamata nel mito del vaso di Pandora “timore del futuro”. La speranza non è, dunque, l’attesa di una meta, ma la coscienza dell’essere in viaggio.

Ci sembrasse questa realtà poco meglio di quel brodo primordiale da cui siamo venuti, ricordiamoci che, ora come in quel brodo, la vita è animata sempre e comunque da quello slancio da cui essa è venuta, slancio che non sempre capace di muoversi e muoverci verso la giusta direzione, ma che è già per questo infinitamente meglio del Nulla. Se ci aspettiamo che la speranza sia una pianta cresciuta, la delusione ci attende pazientemente dietro l’angolo. Perché la speranza è un seme, di cui oggi possiamo forse farci poco, ma che possiamo perlomeno impegnarci a coltivare.

La lettura che abbiamo preso da Doug Mouder lo spiega perfettamente: “la speranza è un modo di vivere il presente, … ci spinge semplicemente ad andare avanti, … ci dice solo che lo sforzo vale la pena, che, si realizzino o no le cose buone che aspettiamo, la creazione di opportunità è già in sé una buona cosa … La speranza semina e coltiva più saggiamente che può, sapendo che le piogge e la vendemmia sono incerte.”

Ma, avendo citato un romanzo di fantasia come la Storia Infinita, qualcuno potrebbe avanzare il sospetto che anche la speranza di cui andiamo parlando sia poco altro che una fantasia.

Ma la speranza ha una sua concretezza perché si radica sulle esperienze che la vita ci offre. Vita che certo ci presenta situazioni positive come negative, il bene come il male, ma in cui le esperienze positive sono rivelatrici della direzione che la vita stessa sta drammaticamente cercando. E la speranza si nasconde nelle esperienze in cui questo slancio più prepotentemente si manifesta, nella creatività, nell’unità, nella vitalità, nel mistero, in tutte queste cose in cui la vita non si presenta come tristemente o felicemente compiuta, ma come protesa in avanti nella sua “tiqwah”, nella sua “tensione verso”, nella sua inquieta speranza.

E non vi è nulla di più concreto della speranza come risposta ai problemi della nostra esistenza. La religione deve tradursi in impegno per il mondo, ma in questo impegno l’aiuto materiale deve sempre accompagnarsi alla testimonianza di uno spirito vivo, fiducioso ed inquieto ad un tempo, che è lo spirito di chi spera. Perché nessun problema concreto può in realtà affrontarsi senza le risorse e le energie per farlo. E la speranza è una risorsa inesauribile, perché radicata nella tensione stessa della vita. Senza questa testimonianza la religione si riduce a volontariato. E la salvezza che essa pretende di offrire ad un gigante di argilla.

Ed è altrettanto concreta la speranza perché ci tiene impegnate le mani. “Dio è speranza che svuota le mani, affinché possiamo usarle per lavorare”, diceva Thomas Merton. Quanto inutile sarebbe la speranza se fosse solo attesa? Ma la speranza non ci lascia lì a bollire nel brodo della nostra ansia. Essa, certo, non dipende solo da noi (e come sarebbe poca cosa se così fosse); essa, certo, ci giunge dalla vita come un dono. Ma, come abbiamo detto, questo dono altro non è che un seme da coltivare. Con la speranza, perciò, possiamo e dobbiamo cooperare, non dobbiamo stare lì ad attendere, ma possiamo in qualche modo tenere impegnate le nostre mani mettendole al servizio di questo ostinato e paziente lavoro.

Quando, come inevitabilmente accade, sentiamo la speranza assente nelle vicende alterne della nostra esistenza, dimentichiamoci, dunque, l’illusione di un mondo perfetto, buttiamo nel secchio l’inganno di derivare dall’idea di un Dio perfetto la pretesa perfezione del mondo. Ricordiamoci che Dio, piuttosto, ci mette in viaggio come ha fatto con il popolo di Israele. O, se vogliamo, ricordiamoci, come dice un proverbio taoista, che “il viaggio è già la ricompensa”. La speranza è coscienza di questo nostro essere in viaggio, di questo essere in viaggio di tutta la vita e di tutte le vite, con i passi o le ruote poggiate sul terreno concreto della vitalità del mondo e lo sguardo proteso oltre, verso le aspirazioni di un cielo che ci tiene dritta la schiena.

Naase Adam,

Alessandro

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