Lc 9:57 Mentre camminavano per la via, qualcuno gli disse: «Io ti seguirò dovunque andrai». 58 E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo dei nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
Cari Amici,
Pensate alla linearità di questo seguace di Gesù. Caro Gesù tu mi dici quello che devo fare e io lo faccio… mi dici dove andare e io ci vado. Gesù risponde, se vogliamo, negativamente a questa richiesta, per una serie di motivi, di cui adesso cercherò di parlare. Citando il loghion 3 del Vangelo di Tommaso…. non cercate il Regno nei cieli.. ma dentro di voi... noi dobbiamo pensare di non dover andare da nessuna parte. La metafora spaziale, come giustamente ha colto Ian qualche tempo fa, nasconde delle insidie su cui è giusto riflettere. Noi non dobbiamo andare da nessuna parte, noi siamo la meta, non esiste alcuna tana, alcun nido che non sia la coltivazione della consapevolezza interiore di ciascuno.Per questo Gesù non potrebbe neanche volendo indicare una strada, perchè a ciascuno di noi è riservato un percorso personalizzato. Compito del Maestro non è indicare un percorso ma un modo di viaggiare. Ciascuno dovrà applicare a sè questa indicazione e vedere dove lo porta. La metafora del Regno ci dice però anche ce, per quanto divergenti possano sembrare inizialmente questi cammini, man mano che si percorra la strada insieme, la distanza si assottiglia, rendendo possibile un incontro all’infinito.

Il Maestro sottintende qui una cosa molto interessante: mentre la vita delle volpi e degli uccelli è condizionata e decisa dall’istinto, noi, in forza del nostro essere immagine e somiglianza del divino, abbiamo la possibilità di essere co-creatori del nostro destino. Certo il fatto che io non sia stato ancora assunto come bagnino a Miami Beach, benchè ne abbia indiscutibilmente il fisico e l’abilità, la dice tutta su quanto questa libertà sia limitata, ma non così tanto da non farci sentire il senso di smarrimento di fronte al mare di possibilità. Naturale per l’uomo sarebbe cercare un appiglio ,un posto sicuro, un porto in cui dirigersi senza pensare, un altare su cui appoggiare l’insopportabile fardello del proprio essere morale. Nascono così i credi, la teologia dogmatica, le postille. L’uomo vuole posare questo peso su una lista di affermazioni che gli facciano da stampella.

C’è un’ altra sfumatura Entrambi questi animali possono svicolare, banalizzandola, la problematicità della vita. Gli uccelli possono volar lontano, le volpi trovare uno stratagemma per eludere il problema, violandone le regole, come fu per Alessandro Magno col nodo gordiano, o per Ulisse col cavallo di Troia. Proprio dell’uomo è invece l’impossibilità di eludere l’intrinseca problematicità del reale. La moralità della sua condotta nasce infatti dall’impegno a non banalizzare l’esperienza di vita. La riflessione odierna ci porta a guardarci da almeno 3 dei sensi di dogma, il cui rifiuto ha costituito la nostra tradizione.
a) Il primo è il rifiuto di una autorità, sia essa un Maestro, un libro, una istituzione, un credo, cui demandare la responsabilità delle nostre azioni;
b) il secondo è il rifiuto di uno schema rigido, cui sacrificare a priori ciò che non combacia, per ottenere qualcosa che sia per noi razionalmente più facile;
c)il terzo ce lo insegna proprio Camus con questo splendido testo scritto nel famigerato 1942. Camus ci invita a guardarci dal dogma del senso, inteso come una freccia gettata verso chissà dove, al fine di cercare lontano il senso della vita. Finchè cercheremo altrove la vita non avrà senso e Camus avrà ragione. Il Dio che noi immaginiamo non è che una nostra rappresentazione, una accozzaglia di nostre buone qualità che noi ipotizziamo al massimo grado. Il Paradiso così come ce lo descrivono non è che una nostra proiezione che varia da un parco per naturisti a una palestra per astronauti. Nulla da dire. Nessuna tana, nessun nido metafisico, la vita è questa. Tre però.

1)Il senso della vita è la vita stessa, o, per dirla falaschianamente, (per ogni citazione mi ha promesso un barattolino di pesto di Prà) la vita è già un miracolo, la sua ritrosia a parlarci dell’oltre non esclude che abbia caratteristiche di valore. La ritrosia non dice che sia da buttare e che non possa essere una splendida opera d’arte. E’ un problema di verbi la vita non deve avere un senso, il senso non è un’etichetta esterna, uguale per tutti, che si debba appiccicare alla vita, ma una sua proprietà intrinseca, che è nostro compito lasciare emergere, lasciar risplendere, inverare, attuare. Quale debba essere questo senso sta a noi deciderlo… è questo il peso di Sisifo.

2) Il secondo però sta nel fatto che l’assenza di senso ultramondano, l’inaccessibilità razionale alle qualità ultime del Principale, nulla dicono in realtà della sua esistenza. Se noi accediamo solo a una rappresentazione posticcia, non vuol dire che qualcosa non esista sul piano reale. La limitatezza del nostro apparato gnoseologico non può essere confusa con l’affermazione ontologica di cosa esista o non esista. Come direbbe Parker la relazione fondamentale col Divino non è mai oggetto di dimostrazione per il credente, che ne fa un dato antropologicamente assodato e costitutivo del proprio modo di guardare la vita. Già, la vita, perchè la vita? Perchè siamo stati creati fallibili? Non lo sapremo mai. Vi do la mia interpretazione. L’esperienza della vita, per essere fatta a immagine e somiglianza del Divino, deve poter restituire tutta la tragicità della sua intima essenza, per cui non esistono punti di riferimento o certezze. L’uomo è stato mandato nel mondo per fare esperienza di questa intrinseca complessità del reale, cui altrimenti non avrebbe avuto accesso. Se avesse avuto certezze non avrebbe fatto esperienza di una importante qualità del suo essere immagine, l’autodeterminazione.

3) Infine l’ultimo però. Anche se la mia costruzione di un Padre amorevole e tanto napoletano e di un paradiso fatto di pesto e di pizza fosse solo mia, non vorrebbe dire che essa non possa essere utile come impalcatura che mi permetta di crescere nel senso da me desiderato. Per la gioia di Alessandra recupero qui il profondo significato kantiano dell’idea regolativa, una idea che, a prescindere dalla sua intrinseca verità o falsità, mi aiuti ad essere ciò che voglio essere, a fare di me quel senso che io desidero dalla vita, ad essere, ogni giorno di più, l’uomo cui aspiro.
Allora facciamolo quest’uomo

Nasè Adam
נַֽעֲשֶׂ֥ה אָדָ֛ם
Amen
Rob

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