Si dice che i grandi artisti, pittori o scrittori, compongano in realtà nell’arco della loro esistenza un’unica grande opera, che si articola sì in molti quadri o libri, ma che in fondo rappresenta una ricerca unitaria di espressione e di articolazione di una propria visione, di una propria poetica, che informa ogni quadro ed ogni libro dei suoi temi, delle sue domande, della sua ansia di senso. Mi chiedo se in fondo non sia così anche per i pastori (anche per quelli piccoli piccoli come il sottoscritto), se in fondo ogni pastore non scriva nella sua vita che un unico sermone, benché esploso in una sequela di prediche ed omelie. Questa volta ho provato ad uscire da questo schema di temi trattati e ritrattati chiedendo direttamente a voi di cosa volessimo parlare domenica. E mi avete suggerito un tema bello tosto e denso, quello della non-dualità, dalle sonorità apparentemente esotiche dell’Oriente, non sorprendente, ma certo neppure usuale per un sermone unitariano. Eppure, a pensarci bene, è un argomento che fa rientrare dalla finestra i “pallini” del mio personale percorso spirituale all’interno dell’Universalismo Unitariano, quale il rapporto tra unità (di cui la non-dualità è una forma ed espressione) e molteplicità. E allora non me ne abbiate se parliamo, una volta ancora, di questo, dell’Uno e dei Molti. Ma lo faremo indagando l’apparente contrasto tra l’esperienza dissolutiva del nostro io nell’Assoluto e l’esperienza di valore della diversità delle identità individuali, nonché il suo inevitabile risvolto nella religione stessa, che si manifesta nella tensione tra estasi mistica e pratica religiosa.
Non-dualità significa che, nella dimensione autentica, Realtà Ultima e Realtà Manifesta sono una stessa cosa in quanto ad essenza e principio sostanziale. La tradizione induista ha il pregio di aver posto chiaramente la questione rispetto al rapporto tra anima individuale ed anima divina e al risvolto sulla pratica religiosa. Attorno all’affermazione vedica di un’Unica Realtà Assoluta, il pensiero induista diede vita a tre diversi sistemi filosofici: la “non dualità ontologica” di Shankara, la “non dualità qualificata” di Ramanuja, la “dualità” di Madhava. Secondo la “non dualità ontologica” l’anima individuale è nella sua essenza identica all’anima divina, che è l’unica vera realtà rispetto ad un mondo apparente che è pura illusione. E non la devozione, non l’azione, ma solo la conoscenza di questa verità libera l’essere umano. Secondo la “non dualità qualificata”, invece, anima individuale e divina, realtà manifesta e realtà ultima, sono inseparabili, come l’anima ed il corpo, ma non identici. Dio è nell’essere umano e l’essere umano è in Dio, ma Dio e uomo non sono una stessa cosa. In questo quadro la devozione ritrova un proprio riferimento ed un proprio valore accanto all’abbandono di sé per riscoprire il senso di unità. Secondo la “dualità” anima divina ed anima individuale, Dio ed essere umano, sono due realtà totalmente distinte, che entrano in relazione attraverso la devozione e la risposta umana al volere divino attraverso l’agire etico.
Una pratica religiosa che si fermi alla devozione o all’azione, ma non cerchi una identificazione profonda con la presenza del Divino in noi rischia di ridursi ad una religiosità esteriore e ad una morale dogmatica, incapaci di alimentarsi dell’ispirazione dello Spirito. Ma il senso di dissoluzione dell’identità individuale cui ci conduce l’esperienza spirituale quando si fa trasporto mistico verso l’Assoluto rischia di liquefare il senso della realtà molteplice del mondo e delle nostre relazioni umane. Il nostro Emerson ci racconta tanto di questa esperienza, quanto di questo suo risvolto negativo. Egli esprime perfettamente il senso della non-dualità quando si riconosce “parte e particella di Dio”, ma si accorge anche di come, da questa prospettiva, “il nome dell’amico più vicino suona… straniero e accidentale” ed “essere fratelli, o conoscenti, padroni o servi, diventa… un’inezia fastidiosa”. Anche senza giungere ad una tale estrema dissoluzione, vi è comunque il rischio che, nella selezione dei caratteri autentici della realtà manifesta che ci rivelano il legame con la realtà ultima, si creino dualismi tra autentico ed inautentico, che finiscono per escludere esperienze importanti del reale, fino a caratterizzarle negativamente. Così è stato, ad esempio, per la distinzione tra anima e corpo o tra realtà celesti e terrene e così via.
La non-dualità ha, però, in sé, se correttamente intesa, gli anticorpi per superare questo rischio. Intesa come filosofia essa può certo tradursi in un monismo idolatrico se assolutizza elementi del reale per farne l’unica verità a discapito delle altre. Ma vissuta come esperienza di totale trascendenza, essa ci proietta nella Realtà Ultima come vitalità creativa che supera le dualità e le opposizioni e che, proprio attraverso questo, ci apre all’accoglienza della molteplicità. Lo stesso Shankara lo aveva in parte intuito parlando dell’anima divina come di una realtà priva di attributi. Lo ha intuito il Buddismo, parlando di una tale esperienza nei termini di una vacuità in cui si dissolve la sostanzialità del mondo, ma al contempo se ne riscopre il valore autentico nei termini di una unità di relazioni e connessioni. E lo ha intuito il Taoismo, parlando di tale esperienza come di un “vuoto vivo” che supera le opposizioni nella loro complementarietà, che fonda l’Essere come continua possibilità e ne accoglie le manifestazioni.
Attraverso queste considerazioni giungiamo da concetti forse un po’ astrusi ed esotici delle filosofie orientali al cuore della spiritualità unitariana ed universalista. Come unitariani, infatti, nella nostra derivazione dal cristianesimo abbiamo sottolineato in particolare gli aspetti del messaggio evangelico che più si avvicinano alla “non-dualità”, ovvero quei passaggi in cui Gesù dichiara il suo essere una cosa sola con il Padre. Certo, nelle parole di Gesù vi sono momenti in cui emerge, piuttosto che l’unità con il Divino, la drammaticità della separazione da esso, quella sete di Dio di cui i salmi sono pieni, come nel grido di abbandono che Gesù lancia sofferente dalla croce. Ma in generale, lì dove la tradizione ebraica pone il rapporto tra Dio e l’essere umano esclusivamente nei termini di una relazione tra due soggetti ben distinti e, non a caso, individua la pratica religiosa nella devozione del rito e del salmo da un lato e nella risposta dell’agire etico ai dettami esteriori della Legge, con Gesù l’Alleanza si rinnova attraverso un’interiorizzazione “non-duale” della Legge e del legame spirituale tra umano e Divino, di cui Gesù stesso è emblema. Mentre per le altre denominazioni cristiane questo legame, questa “non dualità”, è appannaggio di Gesù solo, proprio noi unitariani abbiamo proclamato l’universalità di questo legame per ogni persona, facendone un messaggio spirituale e non più solo un argomento di devozione verso Gesù. Al contempo più volte abbiamo sottolineato che il richiamo all’unità nel nome dell’Unica Origine da cui veniamo, tratto essenziale da cui deriviamo il nostro stesso nome, debba intendersi come forza distruttrice degli idoli che ci legano ad una qualsiasi parzialità e di qualsiasi tentazione monista ad assolutizzare una parte per il tutto, rintracciandosi quell’Unica Origine in un atto creativo ed inclusivo, che azzardiamo chiamare Amore. Sulla stessa lunghezza d’onda lo spirito universalista ci spinge non solo al riconoscimento dei legami che ci uniscono, ma all’impegno per la costruzione di un’unità più grande ed inclusiva, a partire dalle nostre persone, in cerca di completezza da un lato, chiamate all’apertura dall’altro. Così delineata la “non dualità” non si oppone, ma recupera il valore della relazione, perché, in quanto apertura, essa è predisposizione ad un incontro. Lì dove l’ingresso nella consapevolezza non-duale richiede il trascendimento della stessa realtà individuale verso l’unione con la realtà divina, al contempo il contenuto della rivelazione che emerge da questa consapevolezza sancisce che la relazione informa la realtà tutta, spingendoci a vivere le relazioni con il mondo tutto, a partire dalla relazione personale con l’Infinito Spirito di Vita.
Relazione personale che muove dall’unicità della propria condizione ed attraversa l’unicità delle proprie esperienze. Proprio per questo abbiamo bisogno tanto di misticismo quanto di devozione, di contemplazione come di azione, di cristianesimo come di buddismo, di taoismo o umanismo. Abbiamo bisogno di tutto questo ed ognuno in dosi e proporzioni diverse a seconda della diversità del nostro essere nel cuore e nel mondo. Abbiamo bisogno della “non-dualità” che ci dica che siamo tutti parte del Tutto e del Divino e che il Tutto ed il Divino sono parte di tutti noi. Ma abbiamo anche bisogno che questa “non-dualità” sia anche “non-monotonia”, che ci proponga costantemente le sfide della diversità e dell’alterità, creaturale come divina. Se così è, la non-dualità, in quanto apertura che trascende ed accoglie le opposizioni, si pone in relazione ad una molteplicità di esperienze, in cui il principio si incarna, restando intatto nella sua essenza, ma mutando nella forma.
Vi è un modello spirituale a me caro, quello degli Otto Immortali del Taoismo, che esprime esattamente questo: come la salvezza sia accessibile a partire da diverse condizioni di vita e natura individuale e attraverso diversi cammini dello spirito. L’aristocratico e il proletario, il ricco e il povero, il giovane e il vecchio, l’uomo e la donna, da qualsiasi condizione sociale e di vita la salvezza ci offre la sua strada. La spiritualità o la devozione, l’umiltà del lavoro o l’impegno per la dignità, l’apertura della mente o il perdono del cuore, la bellezza apollinea o quella dionisiaca, una moltitudine di esperienze dello spirito sono rappresentate da questi otto curiosi personaggi della religiosità taoista popolare. Ma è un tema che non abbiamo qui il tempo di approfondire. Un’immagine mi porto, però, dalla loro simbologia ed ho sempre pensato che potesse essere davvero una figura rappresentativa dello spirito universalista: la Rosa dei Venti. Con le sue otto punte essa ci rammenta la stessa molteplicità di cammini e direzioni che abbiamo visto espressa nella “rosa” degli Otto Immortali. Ma nell’immagine del vento ci rammenta che dietro questa molteplicità c’è il soffio unico dello Spirito “che soffia dove vuole”. In ogni luogo assume un nome ed una direzione sempre diversa, ma nella sua essenza è sempre vento che soffia e vivifica. Entrando negli spazi cavi di alberi e rocce di diverse forme il vento produce suoni diversi e sempre nuovi. Con un’espressione fin troppo difficile da spiegare, abbiamo parlato di non-dualità. Ma in fondo, per capire di cosa mai stiamo parlando, basta sentirci parte di quell’unica sinfonia che il vento dello Spirito suona tra le cavità del mondo.
Naase Adam,
Alessandro

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