Jon 1:2-3 «Àlzati, va’ a Ninive […] Ma Giona si mise in viaggio per fuggire a Tarsis, lontano dalla presenza del SIGNORE. Scese a Iafo, dove trovò una nave diretta a Tarsis e, pagato il prezzo del suo viaggio, si imbarcò per andare con loro a Tarsis, lontano dalla presenza del SIGNORE.
Mt 16:4 Gesù rispose: […] un segno non le sarà dato se non quello di Giona».

Cari Amici,
Uno degli effetti della mondanizzazione del mondo è la progressiva perdita di significato dello stesso. Viviamo in un’epoca di ipertrofia della ragione, della scienza e della tecnica, la quale ha certamente i suoi vantaggi, in termini di acquisizione di nuovi elementi, ma ha anche enormi difetti. Iniziamo dai vantaggi. La smisurata espansione della ragione ha permesso di scoprire la complessità del mondo, di vedere gli atomi e di scoprire dentro gli atomi una complessità infinita di organuli. Attraverso essa abbiamo individuato una serie infinita di stelle, galassie, altri mondi possibili, abbiamo conosciuto nuove culture, ritrovando quelle dimenticate, e apprezzando la nostra non in termini assoluti ma in rapporto alle altre. Con la ragione abbiamo curato molte malattie, abbiamo avuto una serie splendida di opportunità, intuendo alcune delle potenzialità dell’uomo e investendo su di esse.Ci ha permesso di sgretolare meglio le incrostazioni del dogma e di conoscere in maniera più viva e complessa i nostri Maestri. Ma non sono affatto tutte rose e fiori. Mi preme farvi notare una cosa: all’aumentare del numero di dati e di possibilità è tuttavia corrisposto un impauperimento del loro significato. Lo scientista ateo, dissacrante e militante, del mondo di oggi, non sa cosa farsene delle cose che scopre. Scopre vaccini e salute ma non trova in sè ragioni stringenti per metterli a disposizione di tutti, scopre le energie rinnovabili ma non le usa, scopre l’energia dell’atomo e non sa farne altro che guerra e morte. Il proliferare incontrollato di novità mette in crisi l’atteggiamento iperrazionalista. Allora? come si reagisce di solito? In due modi, entrambi sbagliati. Da un lato ci viene detto che siccome tutto può avere un senso, siccome la realtà è una fonte inesauribile di sensi mutuamente irriducibili, allora nulla ha senso; dall’altro che bisogna cercare altri dati, altre possibilità, in una frenesia di dominio razionale che tutto fagocita, tutto ingloba, tutto ingrigisce. Ma non è questa la soluzione. Nel tentativo di dare un senso razionale a ciò che razionale non è, la ragione sta invadendo un campo che non le è proprio. Noi siamo talmente avvezzi all’approccio razionale, che ci sembra impraticabile l’idea di guardare la realtà con occhi diversi, con gli occhi del sentimento, della poesia, dell’arte dello Spirito. E’ possibile, è stato fatto
Il logos, apripista degli innumerevoli doni dello Spirito, rischia di appiattirsi e diventare un rifugio, il luogo di una rinuncia, di una fuga. Il Principale avrebbe voluto che Giona andasse a Ninive ad Oriente, sede dell’esperienza spirituale, ma egli rifiuta e fugge a Tarsis in Occidente, sede di quella razional materiale.
Giona viene chiamato a una esperienza spirituale di cui ha paura, e istintivamente rifiuta. Infatti mentre la ragione offre un terreno solido, consueto, ben sviluppato e conosciuto, le altre esperienze dello Spirito non sono altrettanto sviluppate da poter sostenere il confronto, e costituiscono per alla percezione dell’individuo un vero e proprio salto nel vuoto, una esperienza che ci vede deboli, fragili e nudi, un evento difficile e autentico da cui mediamente cerchiamo di fuggire. Riadattando un comodo adagio marxista potremmo dire che, mentre da un punto di vista mondano è la religione ad essere l’oppio dei popoli, da un punto di vista spirituale è la ragione ad essere oppio.L’uomo aspira a una stabilità che non è propria della ricerca spirituale. La realtà spirituale non è un dato, non è una sequenza lineare ma è un evento che ci capita quando meno ce l aspettiamo, che ci rincorre nonostante noi fuggiamo, un evento che ci sorprende.
Questa è stata la tempesta sulla barca di Giona, la stessa cui allude il Maestro. La ragione pretenderebbe di risolverla meteorologicamente in una questione di venti, di pressione, di elettroni, solo che non è così semplice. L’esperienza di vita conserva in ogni momento una inesauribile ricchezza spirituale che ci chiama ad essere, che ci pro-voca, che ci fa sentire nudi, che ci guarda dentro. E’ questo il segno. Ogni volta che io mi son sentito chiamato, messo in questione, ogni volta che ho visto ALTRO ed ho visto OLTRE il dato, allora io ho colto quel segno. Certo è un casino. Decidere di cogliere quel segno significa accettare di buttarsi nel mare in tempesta, significa accettare di perdere il rassicurante salvagente della ragione per accettare quello ben più problematico della fede. Questo è il segno. Siamo disposti ad accettarlo? Siamo disposti a vivere un miracolo sulla nostra pelle? A rischiare del nostro? Ad essere noi il miracolo? No… è molto più comodo se le decisioni le prendiamo a “ragion veduta”, se mandiamo avanti un altro, se decidiamo di credere in ragione di segni più rassicuranti, più consueti, lontani da noi, che ci permettano di sapere senza rischiare del nostro. Questi segni sono cercati da tutti e sono proprio questi quelli che il Maestro ci vieta. Nostro dovere è metterci in gioco, lasciarci chiamare, lasciarci provocare come singoli individui.
E siamo al καιρός (periodo di tempo opportuno e conveniente) Il Maestro non definisce il tempo semplicemente come χρόνος ,il tempo in senso generico oggettivo, ma come tempo peculiare, unico, irripetibile.Dobbiamo imparare a lasciarci chiamare dal magma complesso della realtà, interrogati da essa, invitati a coglierne l’intima essenza.
Chiudo con un esercizio. Pensate a stamattina… vi siete alzati, vi siete cambiati, vi siete lavati, siete andati a lavoro… che segno c’è in tutto questo? Quale significato in questi gesti? Nessuno? Se fosse così non sareste poi tanto diversi da Giona il fuggitivo. Ma se anche solo per un secondo, sul tram, in ascensore, sul taxi, siete riusciti ad accorgervi di un segno, una emozione, una esperienza autenticamente spirituale, allora avrete ricevuto anche voi ciò che serve. La funzione della preghiera, della meditazione, è nella nostra tradizione proprio quella di allontanare i rumori del mondo e renderci possibile cogliere il segno.
La ragione ci spingerebbe a creare vuoti robot. Il Principale ha prefigurato per noi un destino molto più interessante, ci ha fatti capaci non solo di calcoli, ma anche di poesia, di arte, di carità di sacrificio, di paradosso e di santità. L’essere immagine e somiglianza del Divino ci dischiude a incredibili potenzialità nell’esercizio di tutti i doni. Non buttiamoci via, amiamoci per come siamo fatti, amiamo le nostre contraddizioni, il nostro essere altro ed essere oltre il sillogismo razionale. Armiamoci del coraggio di fare un uomo, non un robot, solo allora scappare non avrà veramente più senso, e saremo pronti per Ninive
Nasè Adam
נַֽעֲשֶׂ֥ה אָדָ֛ם
Amen
Rob

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