Gv 1:12 ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome
Cari amici,
Si può credere senza capire? D’istinto avrete detto no, ma alla fine tra i dogmatici è quello che avviene 9 volte su 10. Mi rendo conto tuttavia che la domanda è mal posta. Sarebbe moralmente corretto che il Principale ci desse un dono, la ragione, e ci chiedesse di non usarla proprio sulle questioni importanti?
Sarebbe morale chiederci di essere morali sulla base di regole capestro che noi stessi non capiamo, ma che seguiamo per abitudine, noia, opportunità, paura? Nemmeno i dogmatici in fondo si azzardano a dire apertamente questo: essi sostengono che inconfutabilmente la loro verità sia spiegata dalla Bibbia con dovizia di particolari. Solo che non ce n’è una uguale all’altra.
Essendo a corto di argomenti, un tale, Tertulliano disse… Credo quia absurdum… ci credo proprio perchè razionalmente è una cavolata assurda. Questa posizione è sia un insulto al genere umano, sia un insulto alla creazione del Principale.L’uomo non può capire, deve star zitto e lavorare. La cosa più grave è quello che i latini chiamavano ex falso quodlibet ossia: una volta che accetti che compito della religione sia quello di legiferare su cose assurde, le puoi far dire quello che vuoi, dai miracoli all’infallibilità, dalle apparizioni alle assunzioni in cielo. Ma tra le tante questioni di merito, su cui non voglio in realtà entrare, ce n’è una di metodo che è molto grave. L’absurdum di Tertulliano è vuol dire in realtà etimologicamente ab-surdum “lontano da ciò che suona bene”. Questa espressione in realtà può essere intesa in due modi. Un suono può essere lontano da ciò che suona bene, perchè suona male, è un rumore, è una affermazione contraria a ragione (un uomo nato da una vergine, un individuo infallibile). Questo è puro dogmatismo. In questo caso siamo in un dominio in cui la ragione può legiferare, può stabilire che i bambini non li portano gli angeli e che gli uomini non possono essere infallibili. E’ quello che Kelber chiama dominio del pre-razionale. Ma lontano da ciò che suona bene può essere anche qualcosa lontano dalla nostra usuale sfera di percezione, un ultrasuono. In questo caso noi non sentiamo un rumore, ma non sentiamo proprio. In questo caso siamo in un dominio in cui la ragione non può legiferare (Dio esiste?). Siamo qui nel dominio che Kelber definisce dell’ultra-razionale. La cosa che mi fa più arrabbiare di Tertulliano e dei suoi amici è che promuovano a proprio vantaggio quella che Kelber chiama la “grande fallacia” ossia confondere e unificare indistintamente ciò che è pre-razionale con ciò che è ultra-razionale. Ciò che mi fa arrabbiare è che si chiami in causa la fede per questioni prerazionali, senza averne chiara la prospettiva. Che ciò che avvenne alla nascita di Gesù debba essere oggetto di fede.
Chiariamo un altro aspetto. La mia immaginazione può produrre una serie di immagini che siano conformi ai miei desideri e acconcino la mia spiritualità come più mi piace. Come direbbe Feuerbach queste sono proiezioni dei miei desideri. Kant rincara la dose dicendoci che queste immagini sono pure utili se mi aiutano ad essere un uomo migliore. Ognuno di noi ha diritto di avere le proprie e ognuno di noi deve avere rispetto per quelle di qualcun altro. Le nostre credenze, tutte queste credenze sono a rigore pre-razionali, e ciascuno è libero di usarle come e quando crede, ma non dobbiamo confondere le nostre personali credenze con la fede. Che cos’è la fede? qual è il senso dell’essere ultra-razionale? Darò due risposte convergenti. Da un punto di vista UU la fede è ben sintetizzata nell’apertura a un Mistero che trascende il dato, ad un oltre, che ci chiama e ci completa. Da un punto di vista cristiano questa trascendenza si concretizza nella Relazione col Principale. Fede non è dunque un dato ma un darsi, una apertura e una relazione.
Posta in questi termini l’antropologia che proponiamo ha un senso completamente diverso: l’uomo ha il dovere di coltivare i doni che gli sono stati dati al massimo grado che ritenga possibile. Ed è qui che serve studiare la storia unitariana. Vi confesso una debolezza: ogni tanto, pur opponendomi con tutte le mie forze, mi capita di leggere Falasca. Lo so, Lo so, sto cercando di smettere ma mi capita. E Falascone sostiene da tempo che la CUI per essere fertile e viva deve confrontarsi col pensiero unitariano. Ebbene, negli anni 70 del Settecento a un ministro unitariano, Joseph Priestley, fecero questa domanda: ma se per analizzare la realtà basta la chimica e se per aver fede bastano volontà e sentimento… il testo sacro a cosa serve? A raccontarci le cose come stanno aldiqui? No, troppo impreciso. A raccontarci le cose come stanno aldilà? No è impossibile. E allora perchè dobbiamo occupare spazio nella biblioteca del salotto per la Bibbia, per il Corano, per il Tao e simili? Semplice. Per lasciarci pro-vocare, ossia per chiamarci all’azione, alla crescita. Il testo sacro è una palestra spirituale che io utilizzo per crescere spiritualmente. E’ il luogo, è il tempo in cui mi guardo dentro e traggo da me la volontà e la determinazione per essere un uomo migliore. Sono vere le affermazioni del testo sacro? E’ una domanda mal posta. Del testo sacro non è in questione la verità ma la capacità di farmi essere oggi migliore di ieri. I testi sono esperienze di crescita, continui stimoli ad elaborare una consapevolezza migliore della realtà che sto vivendo. Il dialogo, il confronto sul testo, il dibattito tra sensibilità diverse, che spesso recepiamo come un nostro limite, sono in realtà esperienze utilissime per aggiornare, rivedere, arricchire capire le nostre posizioni Ed ecco che arriviamo al verso in questione.
1) Prima si accoglie il logos nella sua duplice veste di mezzo e di prodotto (come mezzo egli è la nostra facoltà razionale, come prodotto è il testo sacro che abbiamo scelto)
2) Poi si esercita un diritto di scelta che orienta la nostra scelta in ciò che ci è più affine
3) Infine si segue la via che riteniamo più opportuna, che può essere cristiana od anche no

Solo se viviamo profondamente e completamente questo processo di consapevolezza potremo davvero costruire quell’uomo che diciamo di voler fare
Facciamo l’uomo, Facciamolo critico e consapevole

Nasè Adam
נַֽעֲשֶׂ֥ה אָדָ֛ם
Amen
Rob

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