Tradizionalmente l’anno liturgico si apre con un inno al Logos. Per quanti di voi avessero una formazione classica, un inno al Logos non è di per sè nulla di speciale, e richiama tutta la tradizione filosofica greca, che Da Eraclito a Platone, da Aristotele a Zenone, sulla dottrina del Logos ha costituito la sua fortuna. Per quanti di tutto questo fossero digiuni diciamo che logos in greco ha una serie di significati che rimandano tutti alla sfera dell’esercizio della ragione (ragione, relazione, rapporto, linguaggio) ed ai suoi prodotti (linguaggio, comprensione razionale delle leggi costitutive della realtà,relazioni, rapporti geometrici). Intendiamo Logos in almeno quattro significati distinti e complementari:

Logos come parte comprensibile dell’essenza divina
Per prima cosa, il logos è tutto ciò che di D-o possiamo comprendere. Tutto il nostro percorso sapienziale, spirituale e morale di fedeli si fonda su questa comprensibilità. Se l’azione, la volontà e almeno parte dell’essenza divina non fossero comprensibili, le regole cui cerchiamo di attenerci non avrebbero senso, e non potremmo quindi essere giudicati responsabili rispetto ad esse.

Logos come legge e struttura del reale
Dopo D-o, se la realtà fisica, sociale e morale non avesse un senso, sarebbe puro arbitrio immaginare il mondo come luogo capace di equità, giustizia e progresso provvidenziale. La presenza del logos divino garantisce che la realtà sia comprensibile dal punto di vista razionale e vivibile dal punto di vista sociale. È lasciata tuttavia al fedele la responsabilità di orientare il suo approccio al mondo secondo questi princìpi.

Logos come dono e presenza divina nell’animo umano
Il logos è uno dei doni che testimoniano la presenza divina nell’animo umano, costituendo una delle precondizioni alla pratica della consapevolezza della riconciliazione con il divino che costituisce l’imperativo fondamentale delle azioni del credente.

Logos come presenza parziale del divino nella dottrina e nella Scrittura
Compito della Scrittura e di ogni dottrina spirituale è fornire delle indicazioni sul percorso di riconciliazione. Come vedremo meglio in seguito, Scritture e dottrine sono opera d’uomo, in cui certamente riluce una porzione, un frammento del logos divino, ma che, altrettanto certamente, sono vittima di quelle fallacie puramente umane che le rendono fallibili, interpretabili, discutibili.

Fatta questa precisazione, mi sembra francamente stupido dover precisare che in nessun caso con la parola logos può intendersi un uomo, nè tantomeno un uomo particolare di nome Gesù. Basterebbe questo per disinnescare una serie infinita e poco comprensibile di elucubrazioni che hanno l’unico difetto di non essere supportabili dal testo in oggetto. Per la comprensione dello stesso sono a mio avviso indispensabili tre rimandi, che dovranno essere brevissimi a causa dell’esiguo spazio che può chiedere alla vostra pazienza questo sermone.

Il primo parte dalla considerazione che l’area di composizione del IV Evangelo di cui l’inno è l’incipit è Efeso. Ed Efeso è stata la patria di uno dei più grandi teorici del logos, Eraclito, che considerava della realtà due aspetti, che erano anche due diversi gradi della conoscenza umana. Ad un primo grado che riguarda la realtà in eterno divenire, sempre cangiante, relativa, mutevole egli contrappone la realtà del logos, di cui dice (fr.17) Di questo logos, così reale com’è, Gli uomini si mostrano sempre incomprensivi, sia prima di averlo udito sia una volta che l’hanno udito; Perché, quantunque tutte le cose trascorrano secondo questo logos gli uomini si comportano come ignoranti ogni volta che intraprendono fatti o parole mentre io, per parte mia, spiego tali parole e cose distinguendo ciascuna a seconda della sua reale costituzione e poi mostrando com’è.Quanto al resto degli uomini essi sono sempre così inconsapevoli di ciò che fanno dopo che si svegliano come dimenticano ciò che fanno mentre dormono. Come vedete tornano temi e problemi che noi ritroviamo nell’inno che commentiamo oggi. Se leggessimo entrambi i testi in greco (ve lo risparmio) le somiglianze sarebbero ancora più evidenti. Ora, Eraclito è vissuto 550 prima della venuta di Gesù, c’è forse bisogno di dimostrare che Eraclito non avesse neanche la minima intenzione di parlar del Gesù funambolo tanto caro alla tradizione convenzionale?

(II)

Dobbiamo poi citare un ulteriore elemento. La traduzione ad Alessandria per opera di 70 studiosi della Bibbia in greco avvenuta 150 prima di Gesù. In questa traduzione il vocabolo logos venne spesso usato per indicare la parte comprensibile dell’azione divina. Attraverso la traduzione sei Settanta la cultura greca e quella giudaica poterono dialogare con uno stesso linguaggio e trovare elementi di sintesi comune. Infine riportiamo uno dei massimi esponenti di questa sintesi cui noi e l’autore del IV Evangelo con noi, siamo debitori: Filone di Alessandria. Quest’autore sostenne che la scrittura e la filosofia greca fossero modi diversi per spiegare il medesimo fenomeno e che si potesse utilizzare la seconda per spie2gare la prima. In merito alla Creazione Filone sostenne che fosse possibile paragonare il mito della Genesi con quello del Timeo e che risultato di questa comparazione è che per Filone il mondo è stato creato per mezzo di un Logos, che egli definisce, figlio di Dio, primogenito e coeterno a Dio e che costituisce il fondamento comprensibile della creazione:

GUD Gv 1:1 Nel principio il verbo (logos) era, e il logos era presso Dio, e il logos era Dio. 2 Esso era nel principio presso Dio. Per cui la lettura dei versi in oggetto mi sembra semplice, C’è stato un tempo in cui il Conoscibile e l’I nconoscibile erano tutt’uno presso Dio. Al momento della creazione, a fondamento della creazione, Dio ha voluto utilizzare una legge una struttura che dal punto di vista umano è conoscibile.

3 Ogni cosa è stata fatta per mezzo di esso; e senz’esso nessuna cosa fatta è stata fatta. Anzitutto la traduzione di egeneto, che certamente implica una sfera di significati difficili da rendere totalmente in italiano, ma la traduzione con fare è certamente la più povera, e dunque merita qualche riga per essere integrata. Certamente sarebbe più opportuno utilizzare espressioni come venire all’essere poiché indica meglio il processo e ci permette di andare anche oltre la logica platonica del demiurgo. Quanto al ruolo del verbo, ha valore volutamente polifunzionale, cosa che che, come vedremo, costituisce un problema per dogmatica comune tanto da indurre piuttosto spesso a traduzioni che, riducendo il complesso valore polisemico del termine, disinnescano il problema ignorandolo. Invece quel ” delle cose fatte” egeneto può avere funzione di specificazione, esito ovvio, ma anche di limitazione Attribuire a questo verbo un valore di limitazione significa pensare alle cose generate come solo una parte dell’attività divina, che non si esaurisce nelle cose che sono state fatte, ma che va oltre essa,rigorosamente confermando il nostro panenteismo. In questo senso il significato di venire all’essere di cui parlavamo in precedenza, non farebbe che ribadire che l’essere è un gradino inferiore rispetto all’essenza divina, la quale non può essere, perchè se fosse potrebbe anche non essere, in questo dando ragione a Gorgia e a tutti i teologi della teologia negativa Inoltre, questo valore limitativo ci fornisce un ulteriore conferma sulla natura logica del creato che è condizione della nostra capacità di comprenderlo, che è a sua volta condizione della nostra fattiva possibilità di intervenire su di esso, nonchè della nostra responsabilità morale in merito, secondo il seguente schema: 1) logicità del generato 2) possibilità di comprenderlo da parte dell’uomo 3) possibilità di azione su di esso 4) responsabilità morale umana In quanto detentori del logos, venuto all’essere da Dio, partecipiamo tutti del carattere unigenito del logos stesso. Luigi sa dove abito, quindi devo smetterla di parlar di filosofia se no mi aspetta sotto casa. Siamo detentori del logos, auguriamoci di sfruttarlo appieno e farne l’uso che riteniamo più giusto

4 In lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini. 5 E la luce riluce nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno compreso.

Anche gli uomini sono stati creati in ragione di questo stesso logos. Di più, all’uomo, creato a immagine e somiglianza divina, è stato donato parte di questo logos. E’ proprio in ragione di questo stesso logos che l’uomo può arrivare a concepire Dio e la bontà di una vita spesa alla continua ricerca della perfezione. Una precisazione però, il Logos, ossia quanto del divino è conoscibile è solo una parte di esso. Ci sono delle cose in Dio che non potremo mai conoscere, non perchè ir­razionali, come i dogmi tanto cari agli amici trinitari, che dobbiamo rifiutare in quanto contrari alla ragione, che è un dono di Dio e non un gadget superfluo e che quindi va seguita e ascoltata nelle materie in cui è in grado di decidere.

Siamo ora al verso 9, di una chiarezza grammaticale da prima ginnasio, e di una notevole semplicità concettuale. M alcuni, dovendo scegliere tra la grammatica e il dogma, fingono di dimenticare la prima per salvare il secondo. Il testo in greco non posso riportarlo poiché alcuni di voi, non avendo i font adatti, non potrebbero leggerlo. Riporto il testo della vulgata latina di San Gerolamo (mica un eretico!), che ne è un calco fedele erat lux vera quae inluminat omnem hominem venientem in mundum[3] ossia La vera luce che illumina ogni uomo che viene nel mondo Infatti gli inglesi che sono gente pratica traducono That was the true Light, which lighteth every man that cometh into the world. Quindi ogni uomo che nasce, che viene al mondo, viene al mondo dotato del logos, della ragione, che è l’unica vera luce di cui dispone per orientarsi, concepire Dio e seguirne la via verso la perfezione 10 Era nel mondo, e il mondo è stato fatto per mezzo d’esso; ma il mondo non l’ha conosciuto.

11 Egli è venuto in casa sua, ed i suoi non l’hanno ricevuto. 12 Ma, a tutti coloro che l’hanno ricevuto, i quali credono nel suo nome, egli ha data questa ragione, d’esser fatti figli di Dio; 13 i quali, non di sangue, nè di volontà di carne, nè di volontà d’uomo, ma son nati di Dio.
Essendo il logos, nella prospettiva di Filone, figlio di Dio, tutti gli uomini che partecipano attivamente di questo logos sono figli di Dio. Il testo è chiaro: tutti gli uomini sono figli di Dio. Anche in questo caso ogni ulteriore commento mi sembra superfluo Abbiamo poi il 14, in cui nuovamente si è provato a dimenticarsi della grammatica: et Verbum caro factum est et habitavit in nobis et vidimus gloriam eius gloriam quasi unigeniti a Patre plenum gratiae et veritatis [E il Logos divenne carne ed abitò in noi, e noi abbiamo contemplato la nostra immagine del Logos, in quanto unigenito al Padre, pieno di grazia e di verità] monogenes: unigenito, richiama quindi il fatto che il Logos sia stato congenerato in Dio, quale condizione e garanzia della nostra conoscenza del divino. Questo era il contenuto concettuale della predicazione di Giovanni il Battista

6 Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni. 7 Costui venne per testimonianza, per testimoniare la Luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. 8 Egli non era la Luce, anzi era mandato per testimoniar della Luce […]. 15 Giovanni testimoniò di lui, e gridò, dicendo: Costui è quel di cui io diceva: Colui che viene dietro a me mi è antiposto, poiché egli era prima di me. 16 E noi tutti abbiamo ricevuto della sua pienezza, e grazia per grazia. 17 Poiché la Torah è stata data per mezzo di Mosè, ma la grazia, e la verità sono venute per mezzo di Gesù l’Unto. 18 Nessuno vide mai Iddio; l’unigenito Figlio, ch’è nel seno del Padre, è quel che l’ha dichiarato.
Il logos, nelle prospettive filoniana, eraclitea e del IV Evangelo è eterno, coeterno a Dio stesso. Mentre ogni cosa umana è destinata a perire. Il logos resta. Del Logos Giovanni può dire che c’era prima che lui ci fosse e che continuerà ad esserci anche quando lui non ci sarà più Ma questa non è la sola testimonianza 16 E noi tutti abbiamo ricevuto della sua pienezza, e grazia per grazia. Nella tradizione giudaica, vista nella prospettiva filoniana, la dottrina del logos ha avuto numerosi testimoni 17 Poiché la Torah è stata data per mezzo di Mosè, ma la grazia, e la verità sono venute per mezzo di Gesù l’Unto. Alla fine dunque l’evangelista introduce il corretto ruolo di Gesù che, semplice uomo, dotato di Logos anch’egli, lo ha esercitato come pochi nella storia han saputo fare, e di cui l’Evangelista si appresta ad essere testimone E con questa mia piccola testimonianza alla luce vi lascio, che la luce ci illumini tutti.

Da

Roberto Rosso
Accontentiamoci di una nuvola
Photocity Edizioni
Acquista

e
Lawrence Sudbury Roberto Rosso
Introduzione al Cristianesimo unitariana
Acquista

Annunci