In questi giorni prossimi al solstizio d’inverno, il calendario liturgico della natura ci offre l’opportunità di riflettere su molti e importanti temi spirituali. Spesso ho affrontato il tema della crisi, dell’oscurità che giunge al culmine e della luce che rinasce dal nostro rinnovamento interiore, ed anche quest’anno questo tema è a me molto caro. Mi trovo anch’io ad affrontare in qualche modo una crisi nelle mie personali incertezze, nella mia incapacità di coltivare quelle passioni senza le quali la mia vita non sarebbe autentica, senza che queste si trasformino in distrazioni rispetto alle occupazioni senza le quali la mia vita non sarebbe serena. Ma proprio per questo coinvolgimento personale non mi sento all’altezza di dare consigli pastorali di alcun tipo. Ho troppo bisogno di lavorare anch’io su me stesso ed è ironico come a volte debbano essere gli altri a ricordarmelo. Ma il tema del rinnovamento spirituale si intreccia, nella simbologia liturgica del solstizio, all’immagine della luce che dal buio delle nostre crisi riemerge dopo il lavoro alchemico dello spirito, alla speranza che ci offre lo spazio per un passo nel buio, ma sufficiente per attraversare passo dopo passo la notte. E nel chiarore della notte un disegno a me caro si staglia, quello delle sette stelle del Grande Carro. Nella tradizione taoista il Grande Carro è un fondamentale simbolo di unità. Esso rappresenta il molteplice che si ricollega all’Unità Originaria, simboleggiata a sua volta dalla Stella Polare. Il primo sistema religioso taoista, quello Huang Lao, Tai Yi, il Grande Uno, divinità che completa la triade divina con Lao Tze e Imperatore Giallo, ha nel suo stendardo proprio il Grande Carro. Il principale rito del taoismo sciamanico è la Danza di Yu sulla “Rete del Cielo”, rappresentata giustappunto dal Grande Carro. Ed uno degli esercizi fondamentali della pratica alchemica volta ad “abbracciare l’Uno” della tradizione taoista Shang Qing, consiste nel visualizzare le sette stelle del Grande Carro in connessione con alcuni punti chiave nel corpo. Anch’io ho tutt’ora una devozione particolare per il Grande Carro. Contemplarlo nella notte o visualizzarlo nella mia mente mi ricorda la mia connessione con il cosmo, con la vita tutta, con il suo insondabile mistero, con la sinfonia dei suoi processi in divenire e mi aiuta, seguendo il cammino delle sue sette luci, ad interiorizzare in me questo slancio verso l’unità. Nel passaggio all’Universalismo Unitariano questo simbolo è rimasto con me e si è anzi arricchito di significati nuovi. Come le stelle del Grande Carro anche i nostri Principi sono sette ed in qualche modo anch’essi esprimono un principio di unità, esplicitamente con il “settimo principio”, in cui affermiamo il nostro “rispetto per la rete interdipendente di tutta l’esistenza della quale facciamo parte”, ma anche implicitamente in tutti gli altri, dove si esprime complessivamente lo spirito inclusivo del nostro movimento religioso. Sapete che io sono fissato sulla ricerca di una narrativa comune tra unitarianesimo universalista e cristiano e, riflettendo su tale legame rispetto ai sette principi, mi sono reso conto di come attraverso di essi la nostra cultura religiosa liberale ha ampliato l’attenzione cristiana verso gli ultimi al diritto della coscienza di essere ascoltata ovunque il suo verbo d’amore non venga atteso, in ogni voce in cui essa si fa strada come in ogni verità in cui essa si rivela. In qualche modo i Sette Principi aggiungono gli “inascoltati” all’elenco degli ultimi cui il Vangelo rivolge le proprie beatitudini: il diritto inascoltato di chi non ha diritto, le voci inascoltate di chi non vede riconosciuta la propria voce, l’esperienza inascoltata della vita stessa che ci offre nuovi elementi di verità. Ecco, come la stelle del Grande Carro i nostri Sette Principi puntano ad una direzione di unità, quella dell’inclusione di tutte le vite e di tutta la vita. Possiamo intendere questa come una semplice metafora, una mera analogia tra mondi simbolici totalmente diversi e sicuramente è così se vediamo nei Sette Principi semplicemente dei precetti morali. Ma io credo che dietro di essi si nasconda un legame più profondo. Purtroppo la loro formulazione è, a detta di molti, fin troppo scialba, “il perfetto risultato di un comitato”, fatta di parole pesate per non scontentare nessuno. Ma ricordiamoci che dietro di esse respira lo spirito di una duplice tradizione, quella unitariana e quella universalista, che hanno la Stella Polare dell’Unità nel loro stesso DNA, l’Unitarianesimo ricordandoci come siamo per natura uniti nel nostro legame con la vita che ci sostiene, l’Universalismo ricordandoci come siamo per natura uniti nella tensione della vita tutta alla completezza. Come vi dicevo, contemplare il Grande Carro mi rammenta quel legame di unità che sottende l’Universo tutto. Ecco, questo è in qualche modo vero anche se lo guardo con gli occhi dell’universalista unitariano, piuttosto che del taoista di un tempo. E credo che ricordarci di questo legame sia fondamentale. Se stiamo attraversando la notte della crisi, il buio freddo che ci rimette in discussione, metterci di fronte a dei meri precetti morali serve a ben poco. Abbiamo bisogno di una luce che testimoni in noi la forza della vita tutta per ritrovare la speranza. Abbiamo bisogno di usare questa luce per rischiarare il buio in noi per sistemare quello che il vento della notte invernale ha travolto. Abbiamo bisogno di tutto questo per rimetterci in ascolto degli altri e della vita, per poterla includere in noi. Solo se dietro i Sette Principi sappiamo leggere quella connessione cosmica con l’avventura del mondo essi si faranno non solo suggerimento morale, ma fede religiosa. E solo se sapremmo interiorizzarne la luce spirituale per trasformare noi stessi essi ci aiuteranno a costruire un mondo davvero capace di ascoltarsi ed ascoltare.

Naase Adam.

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