Matteo 2:14

Egli dunque si alzò,prese di notte il bambino e sua madre, e si ritirò in Egitto.

Cari Amici,

dal punto di vista letterale questo verso lascia un po’ a desiderare: sia la vicenda di Erode che la permanenza in Egitto sono esperienze storicamente poco accertabili, e logicamente lasciano più di un dubbio. Perché allora l’Evangelista ha insistito su questo punto? Perché è importante che Gesù sia stato in Egitto? Perché il viaggio e avvenuto di notte?

(II)

una prima risposta, in Matteo più di qualsiasi altro vangelo, è nell’importanza, sentita dalle prime comunità giudeo cristiane, di collegare le vicende del Maestro con quella della Torah per mostrare la continuità spirituale e morale dei due insegnamenti. Gesù quindi è stato in Egitto come epigono del proprio popolo, ha rivissuto la stessa esperienza, e ne ha tratto medesimo beneficio spirituale. Con questa vicenda l’Evangelista vuole dirci che il percorso continua, che Gesù va collocato su quella stessa strada, che non è possibile capire il Vangelo senza la Torah, né la Torah senza il Vangelo.

(III)

dal punto di vista psicologico invece la questione si fa estremamente complessa. Giuseppe ora è sveglio, la sua donna dottrina è finalmente fertile, è nata un’esperienza nuova che va nutrita e cresciuta. Ma quale è il primo banco di prova di questa nuova esperienza? La notte. L’Egitto. Quante volte avete cominciato un’attività senza la minima prospettiva? Quante volte vi siete incamminati con la paura di non farcela? Quante volte vi siete detti “io ci provo, ma la parte di me che inguaia tutto ce la farà anche stavolta”. Sapete è molto facile fare gli splendidi quando in cielo si ha la stella cometa, quando si è discepoli dietro i gonnelloni di un grande uomo, quando le scelte della nostra vita sono illuminate dalla luce riflessa di un grande personaggio. Ma quando questo non c’è? Quando non è immediatamente disponibile? O quando di luci ce ne sono tante e non si sa quale scegliere? La prima esperienza del cammino è la notte, un passo incerto nel vuoto, nel buio che c’è tra il non-più e il non-ancora. Quando uno pensa una grande impresa, pensa subito a qualche eroica conquista, qualche vittoria celebrata, qualche vetta raggiunta. Ciò cui non si pensa invece è che quella conquista quella impresa quella vetta, sono iniziati nel buio della notte, nello spazio scomodo di un progetto ardito insonne. Il vero coraggio come direbbe Lao Tzu non è tanto nello scalare la vetta, ma nell’aver avuto il coraggio di provarci, e ancor prima aver avuto quello di pensarci. Quindi impariamo ad affrontare ciascuno la nostra notte, fatta di incertezza di buio di dubbio, e muoviamo i primi passi incerti con coraggio e determinazione, senza aspettarci qualche immediato ritorno. Nella notte il primo vero grande ostacolo siamo negli stessi, l’Egitto interiore per usare una metafora della De Souzenelle a me cara. L’Egitto è esempio tutte le volte che ci abbiam provato e che non ci siamo riusciti, sono i nostri vicini che ci ricordano i nostri insuccessi, che ci restituiscono un’immagine di noi di cui non andiamo fieri. L’Egitto sono le nostre difficoltà materiali, più o meno risolvibili, che che non ci permettono di essere ciò che vorremmo, o almeno non facilmente. L’Egitto sono i nostri errori, presenti passati e futuri. Una delle cose che mi lascia sempre perplesso nella santità cattolica, e quest’idea di purezza, perfezione, bianchezza, che non è umana, e non è di fatto raggiungibile. Io non sono qui per propormi come modello di perfezione (a pensarci mi verrebbe da ridere), né come ammonitore moralista, pronto ad alzare un dito e a torturarvi con i sensi di colpa. Io non sono qui per creare degli esseri perfetti, sarebbe quasi una mezza bestemmia. Io piuttosto sento il mio mandato come esercizio di compassione, mi sentirei realizzato se imparaste a perdonarvi, a ridere di voi stessi, delle tante cavolate che avete fatto. La congregazione deve essere questo, un momento in cui, potersi dire non sono perfetto ma sono qui.

(IV)

Questa però non deve essere l’unica motivazione. Il cammino non si arresta in Egitto, l’esperienza di vita dev’essere una tappa fondamentale ineliminabile ma non l’ultima, nè l’unica. La congregazione non deve essere il luogo dello svacco totale. Lawrence mi ha appena mandato un messaggio dicendo che forse torna domenica prossima, quindi è il caso che lo specifichi. Io non voglio e non posso insegnarvi ad essere perfetti, ma devo pretendere da noi tutti, me compreso, un comune sforzo alla perfettibilità, etica, pratica e spirituale. Il fine del viaggio è il ritorno. Ma allora perché lo facciamo questo viaggio? Se poi tanto dobbiamo tornare, perché non starcene direttamente dove eravamo? (L’anima di un pigro si palesa 🙂 ). Proprio per il bagaglio di esperienza, di caos, di casini, di gioie, di dolori, di errori, di speranze, di lotta, di sconfitte, di successi.Tutta questa esperienza nel suo complesso completa la nostra anima, è un tesoro, un dono, ciò che ci permette di completare davvero il nostro essere spirituale. Compito nostro sarà quello di conciliare tutto questo bagaglio di gioie e di casini dell’esperienza mondana con ciò che sentiamo dell’esperienza spirituale. Questa conciliazione tra le due esperienze non può avvenire in un unico modo. È il lato artistico della vita, ciò che ci rende pezzi unici, irripetibili. Come congregazione nostro compito non è condividere la partenza e per certi versi nemmeno la meta. Ciò che condividiamo è la qualità e il metodo della conciliazione, condividendo l’esperienza del percorso. Allora creiamolo quest’uomo, capace di rendere tesoro spirituale esperienza mondana, di avvalorare la vita, di considerarla bella non solo per i momenti buoni, ma anche per quelli meno buoni. Insegniamogli a godersi il viaggio a gustarsi il momento, ogni istante. Insegniamogli a pensarsi tridimensionalmente come essere spirituale senza auto limitarsi in ridicole affermazioni binarie. Facciamogli notare che parte dell’esperienza mia di vita è anche l’esperienza dell’altro, come racconto di ciò che prova, pensa, cerca. Viviamo l’altro come una ricchezza e non come una limitazione. Questo il senso ultimo del Regno

Nasè Adam
נַֽעֲשֶׂ֥ה אָדָ֛ם
Amen
Rob

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