Es 20:14 Non commettere adulterio

Cari amici,
spesso i fondamentalisti, nel tentare di giustificare la loro ansia di discriminazione con la Bibbia, la citano a sproposito, decontestualizzandone il contenuto in senso storico e culturale. Palese è il caso del non commettere adulterio, curiosamente diventato non commettere atti impuri, aggiustamento capestro per rendere ragione di tutta la sessuofobia e la discriminazione di cui l’umana mente è capace.

Credo dunque sia opportuno riflettere su cosa voglia dire davvero non commettere adulterio e dare una nostra interpretazione, che non vuole essere normativa ma utile ad ad successivo dibattito. Cominciamo col dire che, come direbbe Aristotele, la famiglia è prima espressione della società. Da un punto di vista laico-legale è impensabile che una società abdichi al proprio diritto-dovere di regolamentare forme giuridiche di tutela e relazione. È impensabile che il mio credo religioso, per quanto forte possa essere la mia convinzione, e per quanto spiritualmente carismatico io possa essere, debba dettar legge sotto le lenzuola di qualcuno che non sia io stesso. La Bibbia non è un giornaletto rosa che debba fare una cronaca di ciò che avviene nel letto di ciascuno. Gli unitariani sono a favore dell’istanza che uno Stato laico sia autonomo nell’autodeterminazione del proprio fondamento giuridico secondo regole democratiche (ricordiamoci i nostri sette principi).

Diverso è il discorso se si vuole che l’unione con l’altro, regolamentata socialmente, diventi anche una unione spirituale. Ce lo prescrive il medico che ciò avvenga? No. È una scelta che possiamo anche non fare, ma proprio perché è una scelta, siamo chiamati ad essere coerenti ad essa. Cosa vuol dire allora unione spirituale? Definirei unione spirituale la comune volontà che la trascendenza orizzontale, che l’unione sociale ci offre, sia un viatico per la ricerca comune di una trascendenza verticale. L’unica legge che può sancire la spiritualità di un’unione, non è un prete, non è un libro, non è uno Stato ma è quella del cuore dei contraenti. E ciò non avviene un giorno solo nella vita, in cui siamo tutti belli profumati e freschi di parrucchiere davanti a parenti che a stento riconosciamo, ma deve avvenire ogni giorno. Ogni giorno nell’atto di vedere il fondamento spirituale, il Divino, il Principale nell’Altro noi dimostriamo la nostra intenzione concreta di vivere spiritualmente l’unione.

La domanda interessante a questo punto è: quando è lecito interrompere l’unione? Spesso si parla di tradimento. Che cos’è il tradimento? Abbiamo spesso detto che la morale unitariana si possa riassumere in tre principi: il principio di moderazione, il principio di dedicazione, e il principio di carità. Il tradimento è la semplice violazione di tutti questi principi.

È una violazione del principio di moderazione poiché, con tutta la apertura e la disponibilità morale unitariana, se non riesci a contenerti hai qualche problema.

E’ una violazione del principio di carità, poiché se davvero dici di voler che la tua attenzione all’altro possa essere intesa come una preghiera verso il Principale, se poi causi sofferenza all’altro, questa preghiera non ti riesce tanto bene.

Ma, e questo l’aspetto che personalmente ritengo più importante, il tradimento è una violazione del principio di dedicazione: nel volere che il tuo matrimonio sia uno slancio verso la Trascendenza se poi questo salto non riesce la cosa è degna di attenzione.

Il primo motivo per cui il salto non riesca è che tu trascuri l’Altro, che diventa un soprammobile, una cuoca, la madre dei miei figli, o un ectoplasma sul divano, ricòrdati che stai trascurando il Principale, ricòrdati che stai vivendo una pericolosa dissonanza tra ciò che dici di voler fare, un’unione spirituale, e ciò che fa effettivamente, una comunanza di interessi.

Questo ci porta a un altro caso molto importante per cui una unione presunta spirituale non funziona: l’idea che attraverso l’unione si coltivino interessi di altro tipo che non siano la dimostrazione dell’amore per il Principale nell’Altro. Uno può cercare ad esempio nella famiglia convenzionale un desiderio di affermazione sociale ed economica, in questo caso il Principale diventa strumento per fini più bassi, e questa è una delle più grandi bestemmie che possiamo fare.

Corollario di questo è la situazione in cui uno abbia voglia tempo ed energie di frequentare più partner fuori dal matrimonio, una condotta che è inconcepibile se si pensa che si sta mettendo il Principale in competizione con altri fini più bassi, cosa su cui spero non sia nemmeno necessario che mi esprima. Se ci pensate si sta sottraendo tempo che potremmo dedicare al Principale, alla congregazione, allo studio della Bibbia, per correr dietro a una sottana che non è di casa nostra… Impiegate meglio il vostro tempo e le vostre energie

Infine c’è l’eventualità in cui l’Altro non accetti (più) di essere la mia porta verso lo Spirito, non voglia (più) coltivare quest’esperienza. In questo caso bisogna prendere atto del fatto che la nostra unione per quanto solida e divertente possa essere non è (più)  spirituale, in nuova contraddizione con quanto si dice di volere.

Quindi cosa dire del divorzio?

Se non intendete che la vostra unione sia spirituale, io non ho il diritto di dirvi nulla. Sono scelte vostre, a parer mio sbagliate, ma sarò il primo a difendere il vostro diritto legale ad esprimervi socialmente come meglio credete.

Se invece unione è intesa come spirituale dai contraenti quando è lecito divorziare? Quando l’Altro non  non svolge più la spinta propulsiva verso il Principale. Pensiamo a cosa ne dice il Maestro

quello dunque che Dio ha unito, l’uomo non lo separi (Mt 19:6)

Sgombriamo prima il campo da un grosso equivoco: si parla del Principale… non di un ministro che si allarga arrogandosi il diritto di agire al posto di Dio. E come unisce il Principale? E’ una specie di Cupido con le frecce che va di casa in casa a tirare, poi ogni tanto sbaglia mira? No. Il Principale non è causa d’agente, Colui che formalmente celebra le nozze, ma causa finale, Colui che costituisce il fine per cui l’unione è stata fatta. Il Principale unisce in quanto fine comune.  L’aoristo che usa Matteo, più che una caratteristica temporale sottolinea un aspetto eventuale. Il Principale come fine e come evento della relazione spirituale.Se questo fine comune viene meno… l’unione non ha spiritualmente più senso d’essere.

Tuttavia, se penso di poter vedere nel divorzio un salvacondotto morale per abdicare alla mia coscienza e andare dietro alle gonnelle della segretaria, allora sto sbagliando di grosso moralmente, indipendentemente da quanto dicano i codici di diritto. Se invece per qualche motivo l’unione non è più il luogo in cui coltivare insieme l’esperienza spirituale, allora il divorzio non solo è lecito, ma in qualche misura doveroso. Quindi l’unione può essere omosessuale? Dal mio punto di vista nessun problema. Come abbiamo visto, in questo scritto non ne ho mai fatto una questione di genere, ma di qualità della relazione spirituale. Se una persona trova in un altro del suo stesso sesso quell’occasione unica di trascendenza, di esperienza profonda dei valori spirituali, io non posso che esserne felice. Nel condannare il mariuolo incontinente che non riesce a dominarsi non ne faccio una questione di genere, ma di coerenza nelle scelte spirituali facciamolo quest’uomo, rendiamolo capace di vedere nell’altro presenza del Divino e una porta verso l’esperienza

Nasè Adam
נַֽעֲשֶׂ֥ה אָדָ֛ם
Amen
Rob

 

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