Cari amici,
mi sono sempre chiesto una cosa: cosa mai gliene frega al Principale che il tabernacolo sia fatto in un certo modo piuttosto che in un altro? Che abbia le assi in un modo piuttosto che in un altro? La risposta è una sola: assolutamente niente. Ma vi pare che il più alto punto di incontro dell’uomo col Principale si risolva in una serie di istruzioni da venditori di mobili all’ingrosso? Se è veramente questo che pensate della Bibbia, chiudetela andate al centro commerciale, compratevi una cassettiera e cercate di montarla.

Ciò che è importante del Tempio da un punto di vista unitariano non è tanto cosa c’è, ma ciò che manca. Il nucleo, il centro ultimo. E il centro ultimo del secondo Tempio è il vuoto, un assordante vuoto. L’uomo incontra il Principale tutte le volte che riesce a trascendere quel vuoto, a viverlo come un’esperienza attraverso la quale guardarsi dentro, scoprire di sè. Ma scoprirsi significa anche la terribile esperienza di accettare il vuoto, tappa fondamentale per poterlo superare. L’obiettivo ultimo della Bibbia è prepararci a quell’esperienza, del tabernacolo vuoto, del sepolcro vuoto, che ci invita a riempirlo di noi, a colmarlo di esperienze che esprimano la cifra di chi siamo.

Ciò che la Bibbia ci chiede è di essere compiutamente noi stessi, portando a termine un percorso che ci faccia comprendere il senso ultimo dell’essere figli di Dio. Ma per poter essere compiutamente stessi, per poter tornare davvero alla casa del Padre dobbiamo prima imparare ad essere sinceramente noi stessi. Questo sinceramente non è una roba da pubblicità del mulino, ma è l’opposto, l’imparare ad accettare di essere imperfetti, fallibili, viaggiatori di un percorso a zig-zag fatto di due passi avanti e uno indietro. Questa esperienza è profondamente umana, ma non ci viene chiesto di ignorarla, di fingere che non esista o di deprecarla. La religione non è un cemento di ipocrisia sotto il quale nascondere le peggio schifezze. La religione è la via che insegna ad amare l’uomo nella sua profonda complessa magmatica imperfezione.

L’esperienza più alta, più vera, più profonda di questa vita noi l’abbiamo appunto nelle cavolate che facciamo tutti i giorni. Pensateci un animale agisce per istinto, può sbagliare in teoria, ma nel suo agire lui è sempre costantemente in buona fede. Pensate anche a quando saremo in paradiso a mangiar trenette al pesto, non potremo sbagliare, perché avremo davanti a noi svelata tutta la verità. Ciò che rende viva piena apprezzabile questa vita è la nostra esperienza dell’errore, è la possibilità di goderci l’imperfezione in un mare di creature terrene e ultraterrene che sono noiosamente perfette.

Però proprio la profonda bellezza dell’umana imperfezione è ciò che più ci spaventa, ciò da cui vogliamo fuggire. La nostra mente è cresciuta con un mito così alto della perfezione, che ora fatica ad accettarsi imperfetta, o, detto in termini giudeo cristiani, la nostra anima ama talmente il Principale, da vergognarsi profondamente di ciò che può offrire. Ma è proprio questa esperienza che il Principale vuole che facciamo. Vuole che noi impariamo davvero ad amare ciò che siamo e ciò che ci capita, poiché per quanto imperfetta o brutta la vita possa essere, è sempre un dono inaudito, il più alto regalo che potessimo desiderare, e non importa se abbia una macchia in più qua o là, dobbiamo ritrovare quel giusto rapporto verso le cose che ci permetta di sentire davvero quella meraviglia per l’esperienza di vita.

La religione è questo: una rieducazione alla meraviglia. Se non sentiamo meraviglia per la vita, nelle sue luci e le sue ombre, nelle sue altezza della sua bassezza, in qualche perla e in tante cavolate, allora abbiamo da andare davvero al centro commerciale a comprarci un mobile da montare, perché stiamo sbagliando tutto. Se restiamo invece è perché vogliamo affrontare l’esperienza del tabernacolo vuoto, vogliamo usarlo come uno specchio che ci aiuti a meditare sui prodotti della nostra vita, sulla qualità della nostra esperienza.

Di fronte al tabernacolo ci immaginiamo al cospetto del Principale, e ci disponiamo fare esperienza di tre sentimenti che sono fondamentali nella natura umana. Il primo è la vergogna. Non esistono donne immacolate, nè uomini vestiti di bianco, ognuno di noi ha le sue macchie e al cospetto del Principale deve avere in principio il coraggio di non nasconderle. Ma, e lo abbiamo detto, non si tratta di sola vergogna, l’esperienza del testo sacro deve insegnarci ad amare le nostre macchie, la nostra fallibilità. Deve portarci a dire -io sono incasinato Padre, ma io sono questo, e ti amo, e mi ti offro con tutto me stesso.- Ma c’è ultimo sentimento che riecheggia in quel in mezzo a voi, è la carità verso il prossimo, soprattutto verso i più deboli. Proprio perché io so che a rigore sarei da giudicare inadeguato, devo impegnarmi a far sì che altri possono non incorrere nei miei errori. Proprio la conoscenza della fallibilità, della fragilità, della limitatezza delle umane risorse, deve rendere l’uomo misericordioso, disposto a tendere una mano. Non possiamo chiedere per noi la remissione dei peccati se davvero non tendiamo la mano al prossimo ed impariamo a rimetterli a nostra volta a immagine e somiglianza del Divino

Vi lascio con un esercizio. Pensate a un personaggio della letteratura, uno di quelli complessi con luci ed ombre, uno di quelli di cui amate i pregi pur non ignorando i difetti, uno di quelli la cui vita definireste davvero un’opera d’arte. Pensate all’amore che provate per questo personaggio, pensate a quanto le ombre ve lo facciano amare ancor di più. Pensate a quanto vi opporreste alla cancellazione di anche una sola virgola, da quel libro prediletto. Perché si tratta di un’opera d’arte, perché così, perché va offerta così. Ora provate a fare la stessa cosa con la vostra vita. Pensate a quanto essa sia emozionante, bella e unica certamente per le luci, ma anche grazie alle ombre, e imparate ad offrirla così, con dignità al Principale.

L’esperienza del tabernacolo è questa. Pensate a quanto il Principale ci ami quali creature imperfette, pensate a quanto debba essere evidente per lui la nostra imperfezione, eppure ci ama. Come ci ricorda il Maestro facciamo uomini capaci di amarsi l’un l’altro, come Dio ama noi.

Nasè Adam
נַֽעֲשֶׂ֥ה אָדָ֛ם
Amen
Rob

Annunci