Es 25:16 Poi metterai nell’arca la testimonianza che ti darò.[INR]

Cari amici,
profittando del fatto che il lavoro sporco questa settimana lo farà Alessandro, mi dedicherò a una analisi propedeutica di un verso, offrendo spunto alla discussione che terremo mercoledì sera. Il lavoro preparato si divide in due parti: nella prima offrirò un’analisi di un verso, scelto a caso, (sapete che sono un fan delle cose fatte a caso) nella seconda mi proporrò di discutere alcune obiezioni che faranno parte del dibattito che avremo mercoledì.
A]
1) il primo livello è quello letterale: si tratta di evidenziare alcune difficoltà del verso e ragionare a partire da esse. Una prima, enorme, è cosa significhi testimonianza: quasi tutti i commentatori sostengono che per testimonianza si intendano le tavole della legge, ma qualche mosca bianca, ad esempio, rifacendosi a testimonianze posteriori vi ci vede anche un’allusione alla manna e al bastone di Aronne, a rigore tutte testimonianze della presenza del divino. Girovagando per Internet troviamo anche un’importante testimonianza di tale Barnes, che informa molto opportunamente che l’oggetto costruito era in realtà molto simile ad analoghi oggetti egizi usati per testimoniare la presenza del divino. Se ci pensate non potrebbe essere altrimenti, quella generazione è cresciuta con quella idea di Dio ed è normale che utilizzi istanze note per riferirsi al divino. Barnes però fa anche una considerazione molto interessante: mentre negli analoghi artefatti egizi era chiara la presenza del divino attraverso simboli attraverso icone che lo rappresentavano inequivocabilmente, in quest’arca non troviamo alcuna icona. Di più: mentre gli analoghi egizi venivano usati per processioni sacre e per atti pubblici di devozione, di quest’arca è prescritta la semplice presenza in mezzo al popolo, senza un reale impiego liturgico. Come rendere ragione di queste differenze?

2) dal punto di vista della Legge è ovvio che la testimonianza sia la legge stessa, considerando l’arca nella sua funzione di partizione, di divisione di ciò che c’è dentro da ciò che c’è fuori, possiamo dire che il testo sacro, quale che sia, è una precondizione attraverso la quale io ritaglio uno spazio verticale nella mia vita orizzontale, da un lato ascoltando la testimonianza del divino, dall’altro rendendo testimonianza al divino è ovvio dunque che il concetto di testimonianza vada inteso a cerchi concentrici: testimonianza sono le tavole, testimonianza è il testo sacro, testimonianza sono la manna, segno di relazione discendente tra Dio e l’uomo, e il bastone, testimonianza della relazione ascendente tra l’uomo e Dio.

3) ma sarebbe sbagliato se ci si fermasse qui ad una testimonianza esteriore, solo formale, solo libresca. Questo verso in ebraico è un gioco di parole incentrato sul verbo dare. Dovrebbe essere ” darai la testimonianza che io ti darò”. In questo dar testimonianza si vuole leggere qualcosa di più profondo, di più personale, di più intimo. Non è più solo un fatto unidirezionale, la Sua testimonianza per noi, ma bidirezionale con la nostra testimonianza di Lui Noi siamo chiamati ad essere pienamente noi stessi, esplicitando col nostro essere compiutamente ciò che siamo, la più alta gratitudine per i doni che il Principale ci ha fatto. Quindi testimonianza non è solo ammonizione da Dio verso l’uomo, ma anche ringraziamento dell’uomo verso Dio. In questo senso personale del dar testimonianza possiamo rileggere lo splendido invito del Maestro e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per servire di testimonianza davanti a loro e ai pagani (Mt 10:18) Noi siamo la testimonianza, noi siamo responsabili di ciò che mettiamo nell’arca. In questo senso definisco il testo sacro uno specchio che ci dice chi siamo da come lo usiamo. Stiamo attenti dunque alla testimonianza che diamo del Principale… se lo facciamo omofobo, sessuofobo, incomprensibile e cazzimmoso, non stiamo tanto parlando di lui, ma delle difficoltà che noi stessi abbiamo nell’avvicinarci a lui

4) Mi fermo qui… ho utilizzato solo informazioni della prima pagina di Google, siete liberi di verificare. Mi sia concessa una sola deroga: che il numero delle lettere originali che compongono questo verso è 26, il valore che identifica il tetragramma, per cui Barnes che lamenta l’assenza di un autentico riferimento al Divino in questo verso lo manderei a ripetizioni da Alessandra…

B] in questa seconda parte analizzo alcune obiezioni al metodo.
1) ma si suppone che ciascun fedele debba fare tutto questo caos, tutte le volte? Ci sono due modi di rispondere a questa domanda: il primo è che non lo prescrive il medico, io non sono qui per dirvi ciò che dovete o non dovete fare. Il secondo è che in realtà le informazioni che utilizzato le ho prese da tre o quattro siti di Google. Ad eccezione forse della quarta parte non ho volutamente inserito informazioni difficilmente accessibili, ma ho ragionato a partire da considerazioni piuttosto comuni a livello di reperibilità. Non vedo perché bisogna considerare le persone abili e capaci se si tratta di andare su Facebook, di prenotare il concerto del cantante preferito, di scaricare la ricetta del risotto al pesto, non si possa chiedere alle stesse persone di inserire banalmente un verso in Google e ragionare su ciò che viene fuori.
2) Ma io ho competenze per sapere se ciò che c’è scritto è vero o no? Anche questa domanda posso rispondere in due modi: da un lato l’unico reale giudice di ciò che leggete deve essere la vostra coscienza quindi così come trovereste strano che un sito di consigli delle scaglie di Kamut nel risotto al pesto e passereste ad altre indicazioni, così se ciò che leggerete a proposito di un verso vi parrà strano e inaccettabile, passerete oltre, dando la precedenza a indicazioni più stimolanti. Detto questo, c’è un ministro. Non mi sono mai sottratto ad accompagnarvi in particolari percorsi di ricerca, su temi che particolarmente vi interessino. Sono a disposizione. La Cui stessa dedica ampio spazio a questo tipo di approccio, col tempo vi risulterà più familiare.
3) Perchè la metafora della palestra? Le difficoltà sono un trampolino, un attrezzo della nostra palestra spirituale. Non può esistere crescita di consapevolezza senza la fatica di superare di volta in volta qualche difficoltà. Se così non fosse si brancolerebbe in una selva oscura, in cui una cosa vale l’altra e saremmo vittima dei nostri stessi sbalzi d’umore.
4) ma questa esigenza di ricerca non uccide la passione? Il rapporto estetico emotivo viscerale col testo? Comprendo l’obiezione, e la condivido per certi versi (poi magari ne discutiamo) ma ci sono molti ma. Anzitutto è un’obiezione vittima dell’idea dualista platonico pascaliana che il cuore faccia cose che la ragione non conosce e viceversa. Io sono contrario a questa impostazione: ragione cuore sono aspetti diversi di un medesimo atto. Noi non possiamo pensare che pregare sia spegnere il cervello e ripeteva a pappagallo rosari pensando a cosa si cucinerà per cena. La preghiera è un tentativo di contatto con il proprio sé spirituale, e attraverso esso con il sè cosmico e attraverso esso con il divino. Se questo tentativo è ostacolato da ciarpame dogmatico e da fraintendimenti di varia natura, questo contatto è molto complicato. Occorre dunque una prima fase in cui si dissodi il terreno, si apra uno spazio fertile a quell’esperienza spirituale che vogliamo vivere

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