Ditemi: dove la trovate una chiesa in cui il pastore è più confuso dei suoi “parrocchiani”? Solo per questo, se non ci fossimo noi UU, qualcuno dovrebbe inventarci, no? Lo sapete, ci scherzo spesso sopra: se la mattina scendo dal letto con il piede destro è il mio giorno da cristiano, con il sinistro è il giorno da taoista; se scendo invece con tutte e due i piedi è ovviamente la giornata da universalista, a meno che sciaguratamente non trovi le ciabatte ed allora il contatto con il freddo pavimento allontana da me ogni idea del Divino e per quel giorno sarò umanista. Ma sapete anche che ci ho provato a stare nei confini delle tradizioni esistenti, perché credo nel valore del confrontarsi con la loro lenta e corale elaborazione e con le sfide che esse propongono. Solo che poi quella voglia di sentirsi finalmente a casa non è ancora pienamente appagata.

Non vorrei tediarvi con questioni e dubbi che, alla fin fine, sono strettamente personali, senonché questa confusione è un effetto collaterale dell’Universalismo Unitariano stesso, con cui, chi più chi meno, tutti avremo un giorno a che fare.  Cosa può rischiarare questa confusione? O, se essa è destinata a permanere, in che modo possiamo conviverci?

Dobbiamo osservare, innanzitutto, come questa confusione non sia in sé una condizione negativa. Certo ci confonde, ci destabilizza, a volte ci rallenta nel trovare risposte adeguate alle pressioni dell’esistenza, ma al contempo essa è una condizione spiritualmente stimolante nell’offrire soluzioni creative ed inattese e nell’aprirci alla realtà dell’altro e della sua diversità. Quindi, guai a rinunciare a questa confusione, guai a volerne dissolvere le nuvole nel cielo sgombro di apparenti certezze. O, perlomeno, guai a chi si illuda di farlo pretendendo nonostante questo di restare autenticamente UU. Mettiamocelo in testa: per noi UU vale quel detto del Lieh Tze per cui “il discepolo della Via è sempre confuso”.

Ma quando quelle nuvole diventano troppo fitte e scure da offuscare il sole o da impedirci di volare, allora dobbiamo perlomeno far passare attraverso di esse lampi di luce e spazi di cielo. Un modo, quello concettualmente più semplice ma al contempo più difficile da mettere in atto, è affidarsi ad uno degli elementi della nostra alchimia e cercare di comprendere il resto a partire da esso.  E’ la soluzione di chi vive in maniera aperta una singola tradizione, di chi sceglie cioè una tradizione specifica come chiave interpretativa dell’esperienza spirituale a partire dalla quale inglobare ed accogliere le suggestioni da ovunque provenienti e magari approfondire a partire da tale apertura gli elementi della propria tradizione di riferimento. Il nostro Rev. Roberto ci offre ogni settimana un assaggio della proficuità di questa soluzione.

A lungo ho sperato fosse questo il metodo adatto anche per me. Ma non a tutti è dato di trovare questa pietra filosofale attraverso cui governare i processi alchemici della propria ricerca spirituale. O, perlomeno, non a tutti è dato di riconoscere questa qualità nelle pietre già esistenti. Perché, è vero, ragione e cuore non sono organi separati e nessuno può identificarsi mai appieno in nessuna tradizione, ma se religione è senso di partecipazione a qualcosa di più grande di noi, allora devi sentirti coinvolto per quello che sei più profondamente nella proposta di cui hai scelto di fare il faro della tua ricerca. Insomma, non hai bisogno di fare la check list di quello con cui sei in accordo o in disaccordo, rimarrà sempre una zona più o meno ampia di cose con cui non concordi, ma il punto è che uno deve sentirselo dentro che quella è la sua strada. Deve vederselo addosso che quello è il vestito con cui attraverserà il mondo, portando cucita su quell’abito la sua testimonianza.

Per chi non ha la fortuna di sperimentare questo senso di appartenenza ad una tradizione, si apre il terreno insidioso del costruire un cammino personale, di mettere insieme gli ingredienti della propria alchimia sperando che la reazione funzioni ugualmente senza l’azione catalizzatrice della pietra filosofale. L’insidia non è nella novità: tutte le idee oggi consolidate un tempo furono nuove. Percorrere sentieri non battuti è un servizio che il coraggio del pensiero fornisce a chiunque cerchi la sua strada. L’insidia è, piuttosto, nell’autoreferenzialità. La solitudine del ritrovarsi su un sentiero non battuto non deve riempirci, infatti, della superbia del ritenerci autonomi nel validare e legittimare la bontà del nostro percorso. In primo luogo perché ciò che scopriamo è sempre nuovo per ciascuno di noi, anche quando è in realtà già stato detto o scritto da altri. Quello della “novità” è, cioè, un sentimento soggettivo, che nulla ci dice né della reale novità di una soluzione, né della sua bontà. In secondo luogo perché nuove e nostre possono essere le risposte, ma le domande sono quelle che l’esistenza pone da sempre ad ogni essere umano. Ed, in virtù di questo, siamo chiamati a cercare il dialogo ed il confronto con gli altri, magari tornando indietro sui nostri passi per cercare qualcuno o chiamandoci da un sentiero all’altro.

Il dialogo è lo strumento essenziale affinché quell’esigenza di costruire un cammino personale non si traduca nello spettro della c.d. “religione fai da te”. Affinché questo dialogo avvenga bisogna avere il coraggio di condividere i propri pensieri e di ascoltare quelli altrui, bisogna avere il coraggio di varcare la soglia della propria cameretta e frequentare una comunità, bisogna avere il coraggio di confrontarsi con le tradizioni esistenti e comprenderne e raccoglierne le sfide. C’è un luogo in cui tutto questo già avviene e si chiama Universalismo Unitariano.

Ma all’apertura dell’edificio UU a chiunque si ponga l’obiettivo di questa ricerca corrisponde anche l’effettiva possibilità di sentirsi davvero a casa? Dovremmo dire diplomaticamente e ruffianamente di sì, ma in realtà, beh, dipende. Possiamo forse non ritenere Universalismo ed Unitarianesimo a rigore delle “tradizioni”, in virtù del loro rifiuto di agganciarsi a definizioni dogmatiche e per l’eterogeneità di convinzioni che si accompagna a questa apertura. Nondimeno vi è una storia di elaborazioni e riflessioni che rappresentano un patrimonio ed una ricchezza enormi, ma con cui non tutti possono sentirsi a proprio agio. Eppure proprio chi non ha una tradizione consolidata a cui agganciarsi può ritrovare in questo patrimonio quella linfa di cui ha bisogno per alimentare il proprio cammino del dialogo con una cultura e del senso di una comunanza.

Quell’impressione di sentirsi a casa non può derivare da un’adesione ad una precisa tradizione spirituale: vi sono vie teologiche, vie etiche e vie spirituali all’Universalismo Unitariano, tra loro profondamente differenti. Eppure possiamo sperimentare il senso di una comunanza nel sentire come altri si sono posti le nostre stesse domande ed hanno, come noi, scelto di cercare le risposte attraverso il dialogo ed il confronto nel nostro movimento. Possiamo sentirci parte di uno stesso sentire percependo come altri hanno scelto, come noi, di cercare una strada inclusiva e responsabile alla religione e tentato come noi di radicare in qualche modo, anche se magari diverso dal nostro, questa religiosità nell’esperienza diretta del mondo, piuttosto che nel dettato di una rivelazione o nella credenza di un miracolo. Se noi sappiamo far tesoro di questa ricchezza su cui sediamo, che la si chiami o no tradizione, e sentirci accomunati in una stessa sete di senso, in una stessa percezione della dignità umana, in uno stesso spirito critico, in una stessa tensione all’unità, in una stessa meraviglia di fronte al mistero, in uno stesso stupore di fronte alla bellezza, allora potremo sperare di sentirci a casa anche in questo strano posto dalle pareti aperte e trasparenti che è l’Universalismo Unitariano.

Detto questo, è però senz’altro di aiuto saper rintracciare, all’interno della vasta, seppur recente elaborazione universalista ed unitariana, le direttrici a cui ci si sente più affini, per poter meglio individuare le coordinate del proprio cammino. Come ho prima accennato, credo vi siano tre grandi direttrici all’Universalismo Unitariano: una direttrice teologica, una direttrice etica, una direttrice spirituale. In realtà ciascuna direttrice ha punti di contatto con le altre e la definizione data è in base al discorso preminente e germinale. E’ ovvio che una via teologica prevede anche un aspetto spirituale ed uno etico e viceversa.

La direttrice teologica è quella dell’Unitarianesimo e dell’Universalismo cristiani classici, che partivano da idee ben precise sulla natura divina (la sua unità ed il suo amore) per giungere ad affermare, attraverso coerenti affermazioni teologiche, la dignità umana e l’inclusività della salvezza come doni di Dio da onorare con l’impegno umano. Ciò che è esito finale per la direttrice teologica è, invece, punto di partenza per la direttrice etica, che afferma la dignità umana e l’inclusività della salvezza come impegni posti alla responsabilità umana, che deve organizzarsi per testimoniarne il valore e per realizzarne le condizioni. Nel mezzo tra questi due poli, la direttrice spirituale parte, invece, dall’esperienza umana della creatività e dell’unità della vita per ricavarne dignità e inclusività come possibilità poste alla responsabilità umana, ma al contempo radicate nella natura dell’Universo. Sono tre approcci profondamente diversi, ma alla fin fine accomunati da uno stesso obiettivo, la dignità umana e l’inclusività della salvezza. E sono pronto a scommettere che ogni personale universalismo unitariano ricadrebbe necessariamente in almeno una di queste categorie.

Io per me posso dire di aver trovato forse la mia strada in un “universalismo spirituale”, in cui l’esperienza spirituale mi si presenta attraverso tre differenti volti: il volto dell’esperienza della vita come apertura e possibilità inesauribile, che si oppone al nulla; il volto dell’esperienza della vita come unità, che connette e raccoglie ogni testimonianza di vita in questo mondo; il volto dell’esperienza della vita come tensione, che vuole oltrepassare se stessa verso una maggiore completezza ed inclusività. E mi entusiasma il riuscire a ritrovare questi volti nelle culture che hanno attraversato ed accompagnato il dipanarsi del nostro movimento UU, dal cristianesimo all’umanismo, dal trascendentalismo al pluralismo universalista. Certo, dovrò ancora lavorare per trovare un linguaggio adattato a testimoniare la mia strada e ad alimentare la mia devozione, mentre nessuno sancirà la mia appartenenza ad una tradizione costituita. Ma ogni volta che sentirò vibrare un’ispirazione simile alla mia in parole d’altri mi sentirò a casa.

Questo non vi salva definitivamente dalla mia confusione. Ho forse trovato il filo che, tirando, dipanerebbe come un gomitolo le mie nuvole. Ma magari è più proficuo e divertente non tirarlo del tutto questo filo ed usarlo, invece, per portare la mie nuvole a spasso. Perché in fondo è questo essere un pastore UU: portare al pascolo le proprie nuvole come un gregge di pecore, per nutrirle di dubbi ed entusiasmi. E poi, d’altronde, se le lasciassi disperdere, che UU sarei?

Naase Adam,

Alessandro

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