Mt 25:18 Ma colui che ne aveva ricevuto uno, andò a fare una buca in terra e vi nascose il denaro del suo padrone.

Es 32:4 Aaronne. li prese dalle loro mani e, dopo aver cesellato lo stampo, ne fece un vitello di metallo fuso. E quelli dissero: «O Israele, questo è il tuo dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto!»

Cari Amici,

Sono una persona fortunata perché qualunque cosa io dica dopo la bellissima conferenza tenuta da Lawrence sarà certamente più approssimativa e inconcludente quindi posso mettermi l’animo in pace e dire quello che mi passa per la testa. Accontentando una irrinunciabile esigenza falaschiana possiamo annunciare il tema che accomuna le due letture, la retta condotta morale e spirituale, vista nei due sensi, umano e Divino. Da un punto di vista Divino la condotta dipende da un talento distribuito cui si invita all’esercizio. Il Principale non pretende null’altro se non che noi agiamo al meglio del nostro essere potenziale: avendo presente il novero delle nostre possibilità, il Principale ci invita a realizzarle, ad essere al meglio ciò che noi possiamo essere. Vista la cosa in questo modo, il Principale non è una zitella inacidita che aspetta intollerante un compito che noi non sentiamo nostro, ma un compagno amorevole che ci guida e ci sprona a mostrare al mondo quel tesoro interiore di cui noi disponiamo, ciascuno in maniera diversa, unica. Ma come fare questo? E qui passiamo alla prospettiva umana che deve fare i conti con i concetti di libertà, tentazione e possibilità. La lingua biblica riassume non a caso questi tre concetti con un medesimo triconsonantico יצר ytzr che, a seconda dei contesti e delle vocali rinvia da sia alla facoltà razionale di rappresentarsi uno stato di cose, sia all’istinto, alla pulsione, alla propensione per alcuni valori, sia infine all’atto pratico di produrre un qualcosa. Il passo che andiamo considerando ci presenta Aronne nell’atto di cesellare (ytzr appunto) di formare, di dar vita a qualcosa. Quest’atto è una mirabile allegoria di ciò che noi dobbiamo fare con la nostra vita stessa, cesellare i nostri valori, dare forma alle nostre speranze, dar vita ad un prodotto, il nostro comportamento, che sia il migliore possibile. Pensiamo a quanto importante dovrebbe essere quest’atto, noi dovremmo agire come se dalla nostra azione ciascuno dei nostri congiunti potesse inferire la presenza del Principale, noi dovremmo agire pensando che la nostra azione debba palesare l’intenzione di avere l’umanità come fine e non soltanto come mezzo. Questo succede? Non sempre, è inutile ci prendiamo in giro, come cesellatori facciamp un po’ schifo, e buona parte dei vasi che facciamo sono delle vere schifezze, dei vitelli d’oro. La difficoltà è soprattutto mantenere la concentrazione sui valori, non disperderci in mezzo ai rumori e alle priorità mondane che spesso sovrastano la nostra relazione fondamentale col Principale. Il senso della preghiera ogni sei ore, in voga in molte tradizioni, è proprio quello di richiamare alla memoria la corretta scala di valori e la necessità di impegnarci nell’attività di essere ogni giorno il nostro miglior essere. Quando sbagliamo? Basta non adorare animaletti d’oro per sentirci salvi e a posto? Non è così semplice. Noi stiamo adorando il vitello d’oro ogni volta che tentiamo di rinchiudere il Principale in un punto, in un luogo, in un solo libro, fosse anche la Bibbia, escludendolo da tutto il resto. Noi stiamo adorando il vitello ogni volta che imponiamo alla realtà un concetto statico e dogmatico di Dio, disconoscendone la ricchezza inesauribile, la presenza operante e dinamica in ogni evento della nostra realtà quotidiana. Per capirci questo avviene ogni volta che baciamo i piedi di un crocifisso, o la teca di un santo, ogni volta che facciamo centinaia di kilometri per essere guariti dalla Madonna di Foligno perché quella che abbiamo sotto casa non va bene, ogni volta che pensiamo che ci sia un solo modo per dimostrare i valori che qualificano il nostro essere figli di Dio. Nel nostro agire dobbiamo dunque essere attenti a cesellare il vaso migliore, a migliorare la nostra tecnica, a non lasciare che le pareti implodano nella palla del dogma, ma lasciando sempre aperto lo spazio per la grazia, per la presenza costante del Divino. Tutti siamo in grado di diventare buoni cesellatori? Certo che si!. Ma non è detto che tutti lo siamo naturalmente. Qui voglio sfatare un mito che affligge gli unitariani da almeno tre secoli, che noi crediamo nell’intima bontà del nostro prossimo. Questo è vero fino a un certo punto: noi crediamo nelle alte potenzialità che ciascun individuo ha di realizzare appieno quell’immenso tesoro, quel talento che c’è stato donato, la vita di ciascuno. Credere nella potenzialità degli individui, lavorare affinché essi la esprimano, attraverso l’educazione, l’esempio, il conforto, l’aiuto, non vuol dire credere che ciascun individuo sia intimamente buono. La differenza sta nella libertà che ciascuno di noi possiede, che permette ad ogni individuo di sprecare il proprio talento cesellando cavolate. La differenza sta nella responsabilità che ciascuno di noi deve sentire di avere verso l’altro e verso il Principale. Libertà e responsabilità rimandano alla scelta ultima di ogni individuo e non è possibile fortunatamente determinarne l’esito. Compito della congregazione però, dal ministro a ciascuno dei suoi membri, è creare un clima favorevole, fatto di dialogo e di esercizio di valori . Dobbiamo superare il doppio retaggio culturale che vuole da un lato che in un gruppo si debba essere tutti d’accordo, sia che non ci possa essere dialogo costruttivo, che il dialogo sia quella stucchevole e sterile messa in scena per cui sono pagati i teleimbonitori tv. No, il dialogo può essere costruttivo e conclusivo se fatto con i tempi e con i modi giusti. Di questo la congregazione deve essere ad un tempo laboratorio ed esempio. Tutti insieme dobbiamo fare esercizio di educazione, senso critico, cambio del punto di vista, trascendenza del nostro piccolo orticello per mettersi in ascolto di qualcosa di più alto. Questo non impedirà certamente che ci sia qualche testa di quiz, che anche per gli unitariani sia d’uopo “proteggersi” dai male intenzionati e dichiarare alcuni irrecuperabili, ma non ci esimerà dal lavorare affinchè la speranza possa essere a un passo, affinchè alla minima scintilla ci possa essere un aiuto e un segno concreto di accoglienza, una mano tesa fino all’ultimo. Allora facciamolo quest’uomo, capace di cesellare e di migliorarsi, sfruttando il proprio intimo talento.

Nasè Adam
נַֽעֲשֶׂ֥ה אָדָ֛ם
Amen
Rob

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