GV Cap 11

Perciò molti Giudei, che erano venuti da Maria e avevano visto le cose fatte da Gesù, credettero in lui. 46 Ma alcuni di loro andarono dai farisei e raccontarono loro quello che Gesù aveva fatto. 47 I capi dei sacerdoti e i farisei, quindi, riunirono il sinedrio e dicevano: «Che facciamo? Perché quest’uomo fa molti segni miracolosi. 48 Se lo lasciamo fare, tutti crederanno in lui; e i Romani verranno e ci distruggeranno come città e come nazione». 49 Uno di loro, Caiafa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla, 50 e non riflettete come torni a vostro vantaggio che un uomo solo muoia per il popolo e non perisca tutta la nazione». 51 Or egli non disse questo di suo; ma, siccome era sommo sacerdote in quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; 52 e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire in uno i figli di Dio dispersi. 53 Da quel giorno dunque deliberarono di farlo morire. 54 Gesù quindi non andava più apertamente tra i Giudei, ma si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim; e là si trattenne con i suoi discepoli. 55 La Pasqua dei Giudei era vicina e molti di quella regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. 56 Cercavano dunque Gesù; e, stando nel tempio, dicevano tra di loro: «Che ve ne pare? Verrà alla festa?» 57 Or i capi dei sacerdoti e i farisei avevano dato ordine che se qualcuno sapesse dov’egli era, ne facesse denuncia perché potessero arrestarlo.

Nel capitolo 11 di Giovanni non si trovano più i grandi discorsi di Gesù rivolti alle folle, ma soltanto brevi riflessioni di tipo sapienziale, che aiutano a capire il senso del morire di Gesù; vi sono proclami di sintesi, in cui si riepilogano i temi fondamentali della sua predicazione. La folla qui rimane in sottofondo, quasi invisibile, e là dove compare ha funzioni soltanto strumentali, simili al coro delle tragedie greche, chiamato, come una sorta di voce fuori campo, a commentare i tristi e tragici eventi rappresentati o che stanno per accadere. l’intero cap.11 ha funzioni squisitamente di racconto come la risuscitazione di Lazzaro (vv.1-46) e la reazione delle autorità religiose, dove in sintesi tornano, incrociandosi tra loro, i temi della morte, della vita, della luce, della risurrezione, tutti tra loro strettamente connessi a quello del credere e da questo dipendenti; temi che hanno percorso l’intero vangelo giovanneo, e che qui trovano la loro applicazione. i versetti 47-54: trattano della reazione preoccupata e negativa delle autorità giudaiche, che, riunitesi, deliberano la morte di Gesù. Al di là degli aspetti storici, l’importanza di questa pericope forniscono la chiave di lettura della morte di Gesù: “ profetò che Gesù stava per essere ucciso in favore il popolo, e non solo per il popolo, ma anche per radunare in uno i figli di Dio dispersi.” La parte finale va considerata di transizione perché nel concludere il cap.11, denuncia gli effetti della delibera decretata dal Sinedrio circa la morte di Gesù : Gesù diventa un ricercato pubblico. Con i vv.47-54.57 la DIREZIONE verso il Golgota, trova la sua concreta attuazione. Passo dopo passo si va verso il compimento dell’ora, annunciata. Il Sinedrio si riunisce per decretare la morte di Gesù, proprio questa morte diviene fonte di per ritrovare tutti i figli dispersi di Dio raccoglendo le pecorelle smarrite o il cosidetto figlio prodigo seguendo l’insegnamento del Maestro; Quindi l’intervento del sommo sacerdote Caifa, che presenta la drastica soluzione politica del caso Gesù, ormai divenuto insostenibile; In questi versi Giovanni sembra fornirci il vero motivo per cui Gesù fu perseguitato e ucciso: la grande risonanza e il grande seguito che il personaggio Gesù aveva presso il popolo. La sua capacità di saper parlare al cuore della gente parlando con tutti senza distinsione o discrimnazioni denunciando senza timori le ingiustizie, le angherie, i soprusi delle autorità giudaiche e le contraddizioni di un giudaismo resosi ormai inviso al popolo per gli eccessivi carichi di regolamenti che avevano sterilizzato il rapporto del credente con Dio, riducendolo ad una serie di regole del fare o del non fare. Gesù propone una lettura radicalmente nuova, ma comunque interna all’ebraismo e consequenziale ad alcune sue premesse, ha contrastato e ripudiato le norme e le interdizioni fondamentali della società ebraica del suo tempo e tutte le conseguenze di esclusione che ne derivavano: Gesù è stato l’oppositore più estremo del sistema della purità sancito dalle istituzioni dominanti della teocrazia ebraica, e infatti i Vangeli sono una galleria di condizioni di impurità, dal lebbroso alla prostituta. Secondo lui non esisteva impurità che potesse contaminare l’uomo dall’esterno, perché l’unica impurità era il male che l’essere umano poteva commettere. Gesù ha contestato le strutture di potere politiche e religiose, ha disturbato l’equilibrio su cui si fondava il potere delle élite e proprio per questo è stato messo a morte. Ma ha fatto anche di più: ha capovolto il concetto di potere, concependo come unico potere quello di servire il prossimo. Il principio di amore e di fratellanza annunciato da Gesù è da intendere in senso letterale: per lui gli esseri umani sono assolutamente uguali perché sono tutti ugualmente figli prediletti di Dio, indiscriminatamente amati da Dio. E se Dio è innanzitutto padre che ama, gli esseri umani diventano innanzitutto fratelli e sorelle che devono farsi carico ognuno del bene dell’altro. E’ questo il comandamento dell'”ama il prossimo tuo come te stesso”. Gesù rappresenta una vera strada di apertura, perché, come dicevamo prima, rompe questo sistema di esclusioni, lui aveva una grandissima esperienza della vita del suo popolo e conosceva benissimo le differenze che costituiscono la vita: da qui deriva il concetto di democrazia affettiva, in cui la diversità delle condizioni di vita delle persone non è giudicata negativamente, ma diventa il fondamento da cui partire per chiamare ciascuno a realizzare il bene dell’altro, a partire da quello degli espulsi. Credo che l’umanità oggi più che mai potrebbe e dovrebbe fondarsi su questo concetto , in un terzo millennio caratterizzato da una differenziazione estrema, per costruire percorsi di bene comune. Proprio nel concetto di diversità affiora la condizione ad esempio dell’ omosessualità o della disabilità oppure dello straniero immigrato che sono importantissime non solo in sé, ma anche perché, pensata fino in fondo, sono la differenziazione della condizione umana, sono un esempio specifico che ci obbliga a considerare ogni tipo di diversità, ad aprire uno sguardo utile a tutti. In una società democratica e civile l’inserimento del diverso nella società è un diritto e un dovere. La diversità è una realtà nella nostra società ormai abbastanza diffusa, non sempre accettata ma molto complessa come fenomeno. Sembra strano che in una società che tende alla globalizzazione e all’intercultura ci siano ancora fenomeni di discriminazione, di giudizio del diverso. Il diverso è il disabile, l’omosessuale, l’uomo con un colore di pelle diverso dal nostro cioè tutti coloro che non rispondono ai “canoni ,da noi fissati, della normalità”. Nonostante si parli di integrazione, di abbattimento dei pregiudizi e delle barriere che non permettono a queste persone considerate “diverse” , di inserirsi in modo soddisfacente nella società ancora la strada è lunga. Infatti, ad esempio, un nero anche se perfettamente integrato nella società è guardato dalla gente con sospetto, mal giudicato e si assumono nei suoi confronti atteggiamenti di diffidenza. Quindi non basta dire che queste persone sono integrate nella società, nella scuola, ecc. Non si deve fare l’errore di pensare che il problema sia risolto nel momento in cui si parla di integrazione nelle istituzioni della società, perché in questo modo non si farebbe altro che aumentare il numero degli “esclusi-integrati” ma si deve anche cercare di cambiare le mentalità chiuse della gente per far sì che i diversi siano definitivamente accettati.. Per fare questo si deve iniziare dalle basi, cioè si deve agire innanzitutto nella scuola che è l’agenzia educativa a cui sempre di più i genitori lasciano il compito di educare i propri figli. Deve essere la scuola per prima a gettare le basi per una mentalità aperta alla diversità, di qualunque tipo essa sia. Si deve quindi intervenire con un dibattito e quindi con un attento esame di questa problematica ed individuare i metodi e le procedure più adatte ad un corretto intervento per risolvere questo delicato problema. Questi interventi dovrebbero essere ispirati ad una celebre frase di J.J. Rousseau secondo cui: “L’uomo ha bisogno dello sguardo altrui”; cioè il diverso è necessario alla completezza dell’umanità stessa. Egli voleva dire che la nostra stessa identità procede di pari passo con quella dell’alterità, della diversità, possiamo dire “io” solo se contemporaneamente diciamo “altro”; è ovvia la diversità nella natura, nelle cose create dall’uomo e quindi dovrebbe essere ovvia la diversità fra gli uomini stessi. Fine della conversazione in chat

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