SERMONE 6 MARZO 2016
DEL PASTOR ALESSANDRO FALASCA

Quanti di noi che ci sentiamo, parafrasando una vecchia canzone dei Police, “spiriti in un mondo materiale” non hanno sognato almeno per un attimo di cambiare vita per aprire un agriturismo in campagna, fare un viaggio in India, diventare monaco trappista o cose simili, di quelle che in qualche modo sanno di un’esistenza più autentica e più in contatto con la nostra radice spirituale profonda? Poi, però, le nostre responsabilità verso gli altri, quelle che ci siamo presi nel tempo per alimentare e sostenere i nostri legami con persone cui vogliamo bene, ci riportano nella quotidianità delle nostre noiose e artificiose attività, allo sbrigare le pratiche dell’ufficio o al controllare dichiarazioni dei redditi o al tradurre bilanci, tanto per citare cose che alcuni di noi fanno per vivere onestamente e dignitosamente.

La tradizione unitariana spesso ci ha invitato a vivere quello spirito autentico lasciando che “la spiritualità, la spontaneità e l’inconscio si sviluppino nel quotidiano” (W.H.Channing), ci ha esortato “a non sognare un nobile servizio che si compia solo altrove” perché “il semplice dovere che attende la tua mano è già la voce di Dio” e “nelle cose comuni della terra già Egli si erge e si rivela” (J.M.Savage). Ma non sempre questo è facile da fare ed, anzi, questa dicotomia rischia di spingerci a vedere nell’altro un ostacolo ad una vita autentica, quasi a dar ragione a quell’adagio di Sartre per cui “l’Inferno sono gli altri”. Perché, in fondo, senza responsabilità, relazioni e ricerca dell’altrui considerazione quali problemi o dilemmi dovremmo vivere? Ma come universalisti neppure ad un tale inferno figurato possiamo credere. Perché senza relazioni quale ricchezza di esperienze e quali occasioni di crescita perderemo!

Come fare affinché la montagna su cui ci inoltriamo per avvicinarci al Divino non sia la fuga che ci allontana dagli altri? Come fare a sentire qui e non altrove il sale di una vita autentica? Proviamo a rivolgerci alle tradizioni spirituali per ottenere consiglio sul come fare a ricomporre questa duplice esigenza di autenticità e relazione, ma scopriamo che esse si incentrano sull’indipendenza a scapito dell’interdipendenza. Indipendenza che è un tratto fondamentale, ma che dobbiamo capire come coniugare con la relazione, perché senza di questa la relazione stessa rischia di diventare un “sacrificio”, che non conduce però a salvezza alcuna, perché è sacrificio di una parte importante di noi stessi. Come un Gesù che gridi abbandonato sulla croce. O come un Bodhisattva che rinunci ad accedere al Nirvana per restare per la salvezza degli altri, ma senza averlo pienamente interiorizzato come direzione nel cuore e, dunque, senza averne egli stesso pienamente acquisita la prospettiva salvifica.

Non sembra, dunque, scongiurato il rischio di vedere nella relazione con l’altro un ostacolo ad una vita autentica o, ben che vada, ad accogliere questa relazione come un corollario necessario sul piano etico, ma che in fondo non interessa e non coinvolge il nostro lato spirituale. Potremmo forse rinunciare alla dimensione dell’autenticità ed impegnarci per il bene altrui senza questo lavoro su noi stessi? Credo di no. In primo luogo perché credo che una relazione con l’altro che non passi per uno sforzo di autenticità è anch’essa inautentica e, quindi, incapace di accogliere l’altro nella sua realtà ed improntata ad un’idea astratta del bene. In secondo luogo perché sono convinto che l’essere autentico passi anche per le nostre relazioni di interdipendenza, senza le quali la nostra vita sarebbe più povera e meno interessante.

Ma l’incontro con lo Spirito può essere anche un accedere ad una dimensione di compresenza dell’altro a noi, di compartecipazione ed empatia con la realtà dell’altro. L’intuizione universalista di un’esperienza spirituale, che ci mostri la comunione del nostro destino, che ci renda compresente la totalità degli esseri e trasformi la nostra autenticità in un dono reciproco può rappresentare un antidoto a questo rischio di separare autenticità e relazione. E’ l’intuizione di George De Benneville, antesignano dell’Universalismo, che sottolineava come l’animo del credente non può sentirsi davvero salvo se non lo sono le anime di tutti. E’ l’intuizione di Clarence Skinner, reverendo universalista del XX secolo, che definiva come “uman-mistiche” le relazioni con gli altri, perché in sé rivelatrici di verità spirituali. E’ l’intuizione dell’universalista nostrano e solitario Aldo Capitini di un Dio che ci proietta nella compresenza di tutte le vite. Ed è l’intuizione dell’attuale Universalismo Unitariano, che ci lega gli uni con gli altri nella Rete della Vita e ci invita a costruire su tale base un’unità più inclusiva. Ma è anche l’intuizione di tanti mistici, teologi e profeti oltre la nostra tradizione, dal Dio “Tu” da scoprire nel volto dell’altro del teologo ebreo Martin Buber alla salvezza universale del Grande Veicolo buddista.

Questa rapida carrellata ci mostra come questa intuizione sia un’esperienza presente tanto in spiritualità umaniste quanto teiste, su cui l’Universalismo, che di questa compresenza dei Tutti allo Spirito è il testimone, può aiutare a gettare una luce, ricordandoci che essa è autentica solo se realizza un incontro, non solo con il Divino, non solo con la nostra profondità, ma tra la nostra e l’altrui autenticità.

L’impegno per l’altro non cessa di essere un “sacrificio”, ma lo è in un senso che ci connette davvero ad una possibilità di riconciliazione con la Vita Autentica come con le Vite Tutte. L’impegno per l’altro non cessa di essere sacrificio per due importanti motivi. Il primo è perché esso rimane una sfida in cui ci si assume il rischio dell’essere cambiati, con la prospettiva, però, che ad essere sacrificata non sia la nostra autenticità, bensì i condizionamenti che ci impediscono di realizzarla. In secondo luogo, esso è sacrificio anche perché implica un altro atto di coraggio: quello di testimoniare al mondo quella parte di noi che è uscita purificata dal lavoro del fuoco anche lì dove il mondo non sa accettarla. In questo rivive senz’altro quella lezione di indipendenza di tutte le scuole spirituali, non più come uno sguardo distaccato dai fiori di un mondo di fango, ma come fiore da donare al giardino del mondo.

Perché forse la via è proprio questa: smettere di vivere quella parte autentica di noi come una cosa che riguarda solo noi stessi ed iniziare a concepirla come qualcosa che può essere in sé un dono, affinché l’incontro con l’altro avvenga per quello che ciascuno di noi è autenticamente.

Naase Adam

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