Mc 12:6 Aveva ancora un unico figlio diletto

Cari amici,
dopo un periodo biograficamente molto stressante, cosa c’è di meglio che mettersi a studiare un bel passo controverso del Vangelo, soprattutto dopo aver saputo che uno stimato esegeta trinitario, dal nome altisonante, ritiene questo passo una delle massime affermazioni della trinità nella Bibbia.

I) LETTERALE
punto di vista letterale infatti un unico figlio diletto sembrerebbe che Gesù affermi che Dio mandi il suo unico figlio. (Gesù stesso) agli ebrei, che questi lo ammazzino, e che in ragione di ciò la posizione di preminenza degli ebrei decada, e acquisti importanza quella cattolico romana. C’è poi la questionedella pietra, col divertente gioco di parole ebraico che collega il figlio, בֵּן (ben), con la pietra אֶ֫בֶן (eben), una vera ciliegina sulla torta. Quale migliore profezia di questa da un punto di vista trinitario? Immagino il mio altisonante collega a gongolare all’idea che 2000 anni di dogmatica posteriore trovino conferma in una profezia di Gesù.

*)difficoltà
e però…. Posso fare l’unitariano rompiscatole che alza il ditino e solleva obiezioni?
a)Permettetemi una bacchettata filologica, una banale regola ermeneutica la cui costante violazione da parte dei trinitari ce la rende strana e non familiare: non si spiega mai un testo con ciò che viene dopo, mai sarà possibile dedurre informazioni sul futuro della Chiesa dal passato del Vangelo, per il banale motivo che, per poterlo fare, si dovrebbero presupporre elementi metafisici come la preveggenza e la profezia, che invece sarebbe compito dei pii trinitari dimostrare. Spiegare il prima col dopo è una fallacia logica ingiustificabile, un’ansia di conferma dogmatica espressione di una fede oppio, usata per dimenticare la responsabilità di vivere. Di questo passo ci manca solo che dimostrino che il mio Maestro aveva previsto i vincitori del festival… Fortunatamente noi siamo altra cosa, la nostra lettura del Vangelo non è finalizzata alla conferma di dogmi spirituali che plachino d’autorità e d’arbitrio ogni dubbio, ma all’approfondimento di una realtà spirituale tormentata e complessa, alla cui consapevolezza abbiamo scelto di dedicare tutta la vita. Ma questa è in fondo solo una nota di metodo, ci sono anche, ovviamente, alcuni rilievi nel merito molto stringenti.
b)Innanzitutto “unico” se lo sono inventati il grande esegeta e i suoi amici per rafforzare la propria interpretazione: nel Vangelo semplicemente non c’è, il testo greco è ἕνα εἶχεν, υἱὸν ἀγαπητόν: un figlio diletto.
Mi sembra che già solo così possiamo rispedire al mittente una buona metà della dogmatica posteriore, però siccome sono tanto rompiscatole avrei anche quattro altre obiezioni al mio amico esegeta serio.
c)La prima. Se vignaioli fossero gli ebrei, Gesù starebbe profetando che saranno gli ebrei ad ucciderlo e che in ragione di questo fatto il Principale affiderebbe una presunta potestà spirituale ai romani integri e innocenti. Non serve che vi ricordi che le cose non sono andate proprio così, che Gesù è stato ucciso dai romani, dopo un processo di fronte all’autorità romana, e secondo un sistema di condanna a morte romano, la crocifissione. Quindi paradossalmente il Principale affiderebbe la vigna in premio proprio a quelli che gli hanno ucciso il suo unico amato figlio. Non mi sembra una delle migliori profezie del mio Maestro. 🙂
d) La seconda. Non c’è scritto che il figlio risorga, non c’è scritto che tornerà dalla tomba per fare giustizia, semplicemente la vigna verrà affidata ad altri. In questa presunta interpretazione trinitaria manca un pilastro fondamentale della dogmatica: la resurrezione. Tant’è vero che, con sommo dispiacere del mio amico esegeta dal nome altisonante, questa interpretazione è in voga presso i sufi, per giustificare il fatto che l’autorità spirituale sia passata dal mondo giudaico cristiano a quello islamico. Probabilmente senza saperlo il mio amico esegeta si stava dando una grandissima zappa sui piedi da solo.
e) Inoltre c’è almeno una terza questione: Gesù venne deposto dal sepolcro d’un uomo ricco, Giuseppe di Arimatea, non mi sembra proprio che questa sepoltura possa essere disprezzata o definita fuori da qualche canone.
f) C’è poi la quarta questione della pietra, che a pensarci bene non è così edificante nei confronti di Gesù: stando alla lezione trinitaria, il maestro espliciterebbe la la propria funzione solo a manifestarsi della alef, ossia con la propria morte; ciò che abbia fatto o detto nella sua predicazione, prima di esplicitare la alef, non importa ai fanatici della dogmatica estrema. Io personalmente credo che, messa in questi termini la questione sia un insulto al Maestro e vorrei proporre una soluzione diversa.

II) LEGALE
allora, partiamo dall’ovvio, Gesù era un Maestro. Compito dei maestri è quello di insegnare elementi normativi o morali a partire dal testo sacro. Occorre dunque per prima cosa individuare quale sia stata, con buona probabilità, la pericope da cui egli è partito. Fortemente indiziata è la benedizione di Giacobbe ai suoi figli, in particolare qua quanto detto del figlio più amato, Giuseppe, Gen 49:22 Giuseppe è un albero fruttifero; un albero fruttifero vicino a una sorgente; i suoi rami si stendono sopra il muro. 23 Gli arcieri lo hanno provocato, gli hanno lanciato frecce, lo hanno perseguitato, 24 ma il suo arco è rimasto saldo; le sue braccia e le sue mani sono state rinforzate dalle mani del Potente di Giacobbe, da colui che è il pastore e la roccia d’Israele Come vedete tornano qui entrambi gli elementi che caratterizzano il racconto del Maestro, il figlio rifiutato, per ben due volte, dai fratelli prima e dagli egizi poi, nonché il tema della roccia che come vedremo ha un suo preciso significato.

IIIa) PSICOLOGICO
il tema del rifiuto è importante da un punto di vista psicologico per costruire un’etica cristiana, ed è stato questo uno dei temi su cui il Maestro ha insistito di più. La vita è un dono del Principale, all’uomo viene chiesto semplicemente di godersela riservandone una piccola parte al servizio verso Dio e verso la comunità. Ma l’uomo ci prende gusto e sbaglia in due modi: dapprima non vuole manco cedere la piccola parte richiesta, successivamente, essendo scomodo per la coscienza questo rifiuto, pretende di sostituire la regola di vita che il Principale ha proposto, con regole proprie di comodo, che lo faccioano sentire meno in colpa. Perché avviene questo? Perché il massimo dono dato all’uomo, che lo rende simile al Divino, è la libertà, che comprende anche la possibilità di scegliere se accogliere ed esplicitare talento divino oppure se vivere come automi, con la testa bloccata verso terra. Parafrasando Giovanni potremmo dire che a coloro che hanno scelto di esplicitare questo dono Egli ha dato la consapevolezza di essere figli di Dio; a coloro invece che hanno rifiutato manca questa prospettiva trascendente. Ed è proprio qui che il giochino di parole tra il figlio, בֵּן (ben), e la pietra אֶ֫בֶן (eben) acquista al suo senso: potenzialmente siamo tutti figli, ma l’diventiamo consapevolmente solo quando decidiamo di esplicitare la nostra alef e di essere pietra di costruzione del regno di Dio. I costruttori הַ בּוֹ נִ֑ים ebbonim sono infatti i figli ben בֵּן che abbiano deciso di coltivare la propria essenza divina trascendente י yod.

IIIb] PARALLELI
Probabilmente il maestro fece anche almeno due interessanti paralleli, e lo capiamo dal discusso termine ἀγαπητόν, diletto, amato che dovrebbe testimoniare la presunta supremazia di Gesù sul genere umano (che me tocca sentì). Peccato che, stando alla Septuaginta, la traduzione del Vecchio Testamento in greco, ben presente agli evangelisti, il termine sia stato usato per indicare altri grandi uomini. Ne basti uno d’esempio: il primo ad esser definito ἀγαπητόν è Isacco, da Abramo, che significa, guarda caso, ” grande padre”. Gen 22:2 “tuo figlio, il tuo unico, colui che ami….” Nel capitolo 26 del Genesi guarda caso Isacco ebbe un contenzioso con i Filistei per la spartizione dell’acqua di un pozzo, parallelo con la spiritualità divina

IV] MISTICO
Da un punto di vista mistico infine c’è poi un ovvio parallelo con il capitolo 5 di Isaia, in cui il profeta paragona il mistico albero della vita, che è compito di ciascuno coltivare nel proprio percorso spirituale, ad una vigna, sostenendo che ai suoi tempi la dottrina per coltivare fosse corrotta e che da una dottrina corrotta non potesse nascere alcunché di buono. Il Maestro sembra voler precisare un giudizio così netto, se è vero che sostiene che la vigna dia ancora buoni frutti, ma che sia responsabilità di chi la coltiva come utilizzarle e come condividerli. In pratica un dibattito sulla natura umana, se essa sia irrimediabilmente corrotta, oppure se essa sia dotata di formidabili risorse che è compito dell’uomo utilizzare al meglio. Torno a ripetere che se è vero che gli unitariani scommettono sulle risorse della natura umana, è anche vero che non lo fanno da sprovveduti, riconoscendo che quello che è il più grande dono fatto al genere umano, la libertà, può essere anche il mezzo di un’autocondanna alla malvagità. L’uomo può decidere di sprecare i frutti e un unitariano non può costringere sulla retta via nessuno. Due cose l’ unitariano può fare: da un lato lavorare sull’educazione in modo da fornire gli strumenti che scongiurino una scelta autolesionista; dall’altro tendere la mano in modo da poter prontamente rispondere a qualsiasi richiesta di crescita spirituale venga fatta. Questa in estrema sintesi l’esegesi del passo… Impegnamoci ad accogliere il logos che ci bussa alla porta, impegnamoci a coltivare la nostra anima affinchè sappia cedere in senso orizzontale verso il prossimo e verticale verso il Principale, parte del proprio raccolto. Facciamolo quest’uomo, in grado di apprezzare il valore dell’eredità spirituale che il Principale ci ha donato
Nasè Adam
נַֽעֲשֶׂ֥ה אָדָ֛ם
Amen
Rob

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