§84 Pasqua è vittoria delle sue idee
Dn 1:12-13 dacci da mangiare legumi e da bere acqua;
in seguito confronterai il nostro aspetto

Cari amici,
(I)
L’altro giorno parlando con la nostra amica fucsia, poco prima che si disponesse a televotare davanti al televisore, ragionavamo sull’istruzione 84 del catechismo e su quella sibillina frase la “vittoria delle sue idee”. Cosa vuol dire che la Pasqua sia la vittoria delle idee di Gesù? Ma soprattutto quali idee? Se noi chiedessimo ai cristiani delle diverse denominazioni quali siano le idee di Gesù, essi ci racconterebbero le proprie. Curiosamente, proprio come il sepolcro vuoto, anche questa affermazione risulta essere uno specchio di ciò che è nel cuore del credente. Allora quali sono queste idee? Ci sostituiamo i sette principi e ce la caviamo cosi? Non proprio. Io non penso che il mio Maestro debba essere come una cravatta incolore adatta a tutte le stagioni, o debba meritarsi il titolo di Maestro solo quando dica una cosa che io condivido. Occorre almeno che proviamo a capire attraverso il testo quali siano queste idee. Anche questa strada però, seppur filologicamente ineccepibile, risulta praticamente inconcludente, almeno per le mie capacità. Da quanto sono riuscito a capire, la parola ungherese eszmei non è rintracciabile nell’ungherese biblico (almeno da me 🙂 ) e non va tanto meglio con il greco ἰδέαι su cui mi sento un po’ più sicuro. In pratica questa parola non viene mai usata al plurale nei Vangeli. L’unica volta che questa parola viene usata al plurale è nella Septuaginta, nel passo di Daniele che vi ho riportato. Il passo ci propone il confronto di due tipi di bevande e di cibo. Daniele si rifiuta di mangiare ciò che il re gli aveva messo a disposizione in quanto cibo votato ad altri interessi. Cosa vuol dire un’allusione simile?

(II)
Che dobbiamo stare attenti al cibo spirituale che ci viene offerto. Daniele fa una scelta controcorrente, sceglie la verdura (uomo coraggiosissimo!). Sceglie di diffidare di ciò che gli viene presentato su un piatto d’argento e di vivere di ciò che viene dal terreno, di fidarsi di ciò che egli stesso ha coltivato, della clemenza e della fertilità della natura. Egli è conscio della paradossalità della scelta ma persevera, nella consapevolezza che un suo comportamento anacronistico oggi può creare un uomo migliore domani. La sua fede gli permette di non giudicare le cose secondo la logica mondana, la pancia del qui ed ora, ma di investire sulla trascendenza divina, nella certezza che solo questa metanoia (conversione) di valori può portare alla realizzazione compiuta dei talenti.

(III)
Le ἰδέαι qui richiamano all’aspetto, e ci invitano a porre attenzione almeno a due elementi compresenti: da un lato che ci nutriamo di ciò che coltiviamo, dall’altro  che diventiamo ciò che mangiamo. Al di là delle implicazioni letterali di queste affermazioni, sulla cui portata lascio a ciascuno di voi decidere, a me interessa l’aspetto simbolico: il nostro essere spirituale matura e si costruisce lentamente attraverso il nostro quotidiano impegno nella semina e nel raccolto, nonostante i modelli che la pseudocultura mondana ci offre siano molto allettanti e convincenti. Infatti gli schiavi dell’audience ci bombardano di spazzatura diseducativa, a nord e a sud del Mediterraneo, si compiacciono di raccogliere ciò che han seminato.

Il maggiordomo che prepara il cibo è curiosamente simile al capo del triclinio, che mescola il vino in Gv 2:9, protagonista di in un mio sermone di tanto tempo fa. Il maggiordomo, il maestro di cerimonia, sono la volontà umana, che deve investire oggi in un risultato che potrà verificare solo in seguito e che non potrà controllare. La giara e la terra schermano il seme e l’acqua dalla vista dell’uomo, che può solo coltivare i valori avendo fede. La scommessa riesce quando convintamente investiamo in una idea spirituale di noi stessi, indipendentemente dal ritorno contingente che possiamo averne. Se questa attività ci riesce contatteremo il Principale nel nostro Sè più intimo e saremo da LUI nutriti e conservati. Non avremo bisogno di inneggiare alle guerre, né di controllare i followers dei cinguetti, perchè nel Principale avremo trovato la nostra pace. I cinguettatori d’odio e di supremazie etniche, a nord e a sud del meditarraneo, sono semplicemente degli infelici che hanno fallito la prova spirituale e tentano di proiettare la propria frustrazione interiore in un caos esteriore

(IV)
Sta a noi scegliere che cibo servire (nei nostri discorsi con gli amici, nella educazione dei nostri figli) e che cibo mangiare, (le proposte cui diamo il nostro assenso). Sono queste idee unitariane? Certo, non può essere diversamente. Ma dobbiamo resistere alla tentazione di mettere bandierine sulle spalle del Maestro. Quelle di cui abbiamo discusso, idee di pace, tolleranza e rispetto sono il terreno di coltivazione di ogni spiritualità autentica, senza distinzioni. Le idee del Maestro impongono una reciproca accettazione comune che passi per un’equa distribuzione di risorse. Queste idee invitano ad impegnarci affinchè ciascuno di noi possa trovare lo spazio per affermare in condivisione e serenità il proprio autentico talento Qualsiasi dottrina che inciti all’odio, alla discriminazione, alla guerra contro gli infedeli di qualsiasi fazione, è solo una grande bestemmia, un vile e terribile insulto al Principale da cui vi prego di astenervi.

Vincono ancora le idee del Maestro? Se giudicassi dai numeri e dai teleimbonitori direi di no. Ma il senso di quanto ho scritto è proprio questo: una idea non si valuta dal numero di followers ma dalla qualità del percorso spirituale che propone. Si vince liberandosi dalla schiavitù del consenso e del denaro, si vince liberandosi dalla croce dell’odio e della discriminazione. Con la propria predicazione il Maestro ci ha insegnato la via per poter essere vincenti… il trasformare questa possibilità in atto deve essere obiettivo primo di ogni nostro giorno.

Allora facciamolo quest’uomo capace di cinguettare versi come questo
il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli (Is 56:7)(Mc 11:17)
e non sgrammaticate allusione ad una guerra che sarebbero per giunta altri a dover combattere

Nasè Adam
נַֽעֲשֶׂ֥ה אָדָ֛ם
Amen
Rob

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